L’annuncio non è facile da digerire per i lettori: Julian Barnes ha deciso che Partenze sarà il suo ultimo libro. Lo racconta in un’intervista a la Repubblica, in occasione dell’uscita del volume, pubblicato da Einaudi e in libreria dal 20 gennaio. Il titolo non lascia spazio a molte interpretazioni: rimanda a un addio, anzi a una serie di congedi, non solo dalla scrittura romanzesca ma anche da un’idea di continuità che per decenni ha accompagnato il suo lavoro.
Niente malinconia, è sempre Barnes
Ci si potrebbe aspettare un tono mesto, una gravità da commiato. Accade il contrario. Barnes resta Barnes: ironico, lucido, elegantemente distaccato. Il più “francese” degli scrittori britannici, capace di uno humour razionale che non arretra neppure davanti alla malattia. La sua. Ad ottant’anni compiuti convive con una rara forma di leucemia, che descrive senza enfasi: “Non è curabile, ma è gestibile”. Una presenza destinata a restare. “Se non intervengono mutazioni, mi accompagnerà fino alla morte”, dice, con la stessa calma con cui racconta le analisi del sangue periodiche, liquidando con una battuta il destino di quel sangue “buttato nel lavandino”.
Lo studio, la macchina da scrivere
Nell’intervista emerge anche l’immagine dello scrittore nel suo studio, luminoso, dipinto di giallo come un campo di girasoli. Alle spalle, immancabile, la vecchia IBM elettrica con cui ha scritto tutta la sua opera: racconti, saggi, romanzi. Quattordici in tutto, tradotti in cinquanta lingue. Uno, Il senso di una fine, premiato con il Booker Prize. Due anni fa la macchina era fuori uso e sembrava impossibile trovare qualcuno in grado di ripararla. Ora Barnes si limita a far sentire il rumore dei tasti: “Funziona perfettamente”, dice, lasciando che il suono basti come dimostrazione.
La scelta di fermarsi
La decisione di smettere non nasce all’improvviso. Barnes racconta di aver iniziato a rifletterci cinque anni fa, quando ha capito che uno dei suoi libri sarebbe stato inevitabilmente l’ultimo. L’idea di morire lasciando un romanzo incompiuto gli appariva “un brutto modo di finire”. Da qui la scelta: scrivere ora l’ultimo libro, farlo consapevolmente, senza lasciare sospesi.
La malattia senza metafore
Il rapporto con la malattia è affrontato senza retorica. Barnes rifiuta l’idea che la malattia abbia un senso o una missione. “È semplicemente l’universo che fa il suo lavoro”, osserva. A volte una causa esiste, spesso no. Trattarla come una colpa o come una battaglia da vincere è, a suo avviso, un errore diffuso. Ricorda come si continui a parlare di “lotte contro il cancro”, quando sarebbe più corretto dire il contrario: che è la malattia a lottare contro il corpo. Anche l’ottimismo, aggiunge, è sopravvalutato: “Gli studi dimostrano che non cambia l’esito”.
Nessun conforto religioso
Nell’intervista emerge con chiarezza anche la sua distanza da qualsiasi conforto religioso. “Veniamo dal nulla e torniamo nel nulla”, afferma. Ammette che affrontare vecchiaia e malattia senza credere in Dio rende tutto più difficile, perché non ci si può appoggiare all’idea che “dopo ci sia qualcosa che ti aspetta”. Ampio spazio è dedicato al tema della memoria, centrale anche in Partenze. Barnes insiste sul fatto che la memoria non è un archivio stabile: “Più raccontiamo un ricordo, più lo modifichiamo”. Col tempo si degrada, si mescola all’immaginazione. Ma l’alternativa sarebbe intollerabile: “Se il cervello ci restituisse tutto, impazziremmo”. L’oblio, suggerisce, non è una perdita, ma una necessità. E appartiene pienamente alla vecchiaia, quando si dimenticano non solo le cose irrilevanti, ma anche parole comuni, nomi familiari.
Lutto e scrittura
Il lutto, racconta ancora, non finisce mai. Dopo la morte della moglie Pat Kavanagh, scrivere era diventato un modo per non crollare. “Scrivere dà controllo”, dice, ma riconosce che alla fine restano solo le storie che continuiamo a raccontarci, pur sapendo che nessuna nuova se ne aggiungerà. È questo, ammette, ciò che fa davvero male.
L’ultima frase possibile
Alla fine affiora una battuta che è insieme ironica e definitiva. Tra le possibili ultime frasi, Barnes sceglie quella di Prosper Mérimée: “Sono sul treno”. Un’immagine che gli appare dolorosa e rassicurante insieme, perché quando si è su un binario “non si hanno più responsabilità”. E se qualcuno dovesse fraintendere, poco male. Il fraintendimento, come la memoria, fa parte del viaggio.





