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Han Kang svela cosa c’è dietro «Il Libro Bianco», la sua ultima fatica letteraria

C’è un filo bianco che attraversa la scrittura di Han Kang. Non è un vezzo estetico, non è un simbolo decorativo: è una ferita, una memoria, un modo di guardare il mondo. In un’intervista rilasciata a Sette, inserto del Corriere della Sera, la scrittrice premio Nobel torna sull’origine di uno dei suoi libri più intensi, nato nell’autunno del 2014 a Varsavia. Ricorda quei giorni con precisione quasi domestica: il figlio che rientrava da scuola e le faceva «un elenco di cose bianche» viste durante la giornata. Un gioco, forse. O un esercizio inconsapevole di sguardo. Il bianco come catalogo dell’esistenza. Il bianco come ossessione gentile. E quando le si chiede se di recente abbia visto cose “huin”, bianche, risponde: «In questi giorni quando osservo delle ombre sul muro o il sole che batte vicino alle ombre penso che anche quello è bianco. Cerco il bianco nelle cose scure. Vede (…) anche lì c’è del bianco».

La sorella e la città: Varsavia come corpo ferito

Il bianco, però, per Han Kang non è solo luce. È anche morte. È il ricordo della sorellina nata e morta prima che lei venisse al mondo. La madre le descrisse quel corpo minuscolo come di «un bianco purissimo, hayan, come un dolcetto di riso non ancora cotto».

Nel libro aleggia una “città bianca” rasa al suolo da Hitler. Il lettore sospetta sia Varsavia, ma la conferma arriva solo nella nota finale. Durante la lettura è quasi inevitabile pensare ad altre città distrutte: Mariupol, Gaza, le città del Sudan. La risposta della scrittrice è personale e universale insieme: «Per me Varsavia è la mia sorellina morta. Quindi può essere anche altre città, altri fantasmi. Nella scrittura ciò che non è scritto, non è mostrato non è meno importante di ciò che è scritto, chiarito». Racconta di edifici attraversati da una linea visibile: in basso i colori più chiari, in alto quelli più scuri. La parte inferiore era quella originale, la superiore ricostruita dopo la distruzione. «Ho pensato che quegli edifici avessero cicatrici (…) per mostrare che la città è stata distrutta e ricostruita, senza dimenticare». E aggiunge: «Ho pensato assomigliasse a mia sorella (…) se avesse vissuto la sua vita, avrebbe avuto le stesse cicatrici».

Rovine, massacri e la necessità di ricostruire

Alla domanda se le città distrutte dalle guerre di oggi possano rinascere, risponde: «Ora ci sono rovine, massacri e distruzione ma sì, bisogna poter ricostruire tutto (…) ma prima devono fermarsi le guerre». Nei suoi libri precedenti ha raccontato altri massacri rimossi dalla memoria collettiva coreana: in Atti umani il massacro di Gwangju del 1980; in Non dico addio le stragi del 1948-49 nell’isola di Jeju. Confessa che scrivendo Atti umani ha avuto «molte allucinazioni», «la mia anima era a pezzi». Con Non dico addio, invece, «i pezzi della mia anima si fossero riuniti formando qualcosa di nuovo». Parlando delle riesumazioni, ricorda: «Piccoli teschi con un foro di proiettile e montagne di biglie». Insieme ai resti umani sono stati trovati oggetti quotidiani sopravvissuti accanto alle ossa.

Il rischio dell’assuefazione e la responsabilità della letteratura

«Essere esposti a così tante immagini può renderci un po’ insensibili. Credo che questa sia la parte più spaventosa». E ancora: «Non dobbiamo diventare insensibili (…) dobbiamo continuare a immaginare su vari livelli ciò che abbiamo visto. La letteratura può approfondire gli aspetti della vita delle persone che subiscono questa violenza». In mezzo a tanto orrore, sceglie immagini leggere: «Il peso della neve, le piume degli uccelli, le ombre di una candela…». Parla di tatto, di connessione, di amore. Alla provocazione su un possibile Nobel per la pace a Donald Trump, risponde: «Non ho mai immaginato qualcosa del genere».