Aveva 17 anni quando scomparve nel buio di una sera d’autunno. Emanuele Riboli viveva con la famiglia a Buguggiate, nel Varesotto, in una comunità tranquilla di meno di duemila abitanti. Secondo di cinque figli, lavorava al mattino nella carrozzeria del padre Luigi e la sera frequentava l’Istituto tecnico industriale di Varese. Amava il motocross, era timido e riservato. Una vita ordinaria, interrotta il 14 ottobre 1974. Quella sera, dopo le lezioni, scese dalla corriera in piazza XXV Aprile. Salutò un compagno e salì sulla sua bicicletta per percorrere poco più di un chilometro verso casa. Non arrivò mai.
L’angoscia e il ritrovamento della bicicletta
Quando si fece tardi, la madre Bianca iniziò a preoccuparsi. Emanuele non aveva mai fatto ritardo. Le ricerche iniziarono subito, tra parenti e amici. La telefonata ai carabinieri non portò risultati immediati: in un primo momento si pensò a una bravata.
La mattina seguente, però, la situazione cambiò. La bicicletta di Emanuele fu trovata nascosta tra i cespugli, con la borsa dei libri ancora sul manubrio. Gli inquirenti iniziarono a parlare di rapimento a scopo di estorsione. Anche i giornali nazionali rilanciarono la notizia, ipotizzando che i sequestratori avessero sopravvalutato le reali disponibilità economiche della famiglia.
Emanuele Riboli, un miliardo di lire per la libertà
La richiesta arrivò presto: un miliardo di lire per la liberazione del ragazzo. Una cifra enorme. Luigi Riboli, imprenditore nel settore delle cabine per autocarri, non disponeva di quella somma, ma promise di fare tutto il possibile.
Arrivò anche una lettera scritta da Emanuele, in cui rassicurava i genitori e li esortava a pagare. Le telefonate dei rapitori si susseguirono, sempre più pressanti e minacciose. La cifra scese a 800 milioni.
Luigi ipotecò la ditta, vendette proprietà, firmò cambiali, si indebitò pesantemente. Riuscì a raccogliere circa 200 milioni di lire, consegnati in più tranche lungo una strada tra Toscana e Lazio, con modalità concordate dai sequestratori. Ma il denaro non bastò. Dopo l’ultima consegna, nel dicembre 1974, ogni contatto cessò.
L’appello pubblico e la speranza che non si spegne
Nell’ottobre 1975 i genitori pubblicarono un appello sui giornali: offrirono altro denaro, pur di riavere il figlio. Nessuna risposta.
L’11 luglio 1977 il caso approdò in televisione, nel programma “Proibito” di Enzo Biagi. In studio c’era Luigi Riboli. Disse di aver pagato tutto ciò che aveva. Disse di sperare ancora. Ma ammise che i contatti si erano interrotti da tempo.
Emanuele Riboli, l’atroce verità rivelata dal pentito
Bisognerà attendere oltre quindici anni per conoscere la verità. Nel 1990, il collaboratore di giustizia Antonio Zagari, figlio di un boss della ‘ndrangheta di San Ferdinando emigrato nel varesotto, raccontò i dettagli del sequestro al pm di Milano Armando Spataro, nell’ambito del processo “Isola felice”.
Il sequestro era stato deciso dal padre, Giacomo Zagari, considerato uomo di spessore delle cosche reggine e “referente” per gli affari sporchi della malapianta da Varese e dintorni. Emanuele, secondo la confessione di Antonio Zagari, fu ucciso con veleno per topi e il corpo dato in pasto ai maiali.
Una fine atroce, maturata – raccontò Zagari – dopo che un tentativo dei carabinieri di individuare il covo, attraverso una valigia con soldi, carta straccia e una ricetrasmittente, era fallito. Un movimento sospetto di un’auto civetta fece scoprire il piano. Per i sequestratori, fu una condanna a morte per il ragazzo.
Emanuele, nei giorni precedenti, era stato tenuto nascosto nel bagagliaio di un’auto, senza un rifugio sicuro. Gli esecutori materiali furono condannati in primo grado all’ergastolo. Nel 1999, però, arrivò il proscioglimento per intervenuta prescrizione.
Le scuse della magistratura
Nel giorno della requisitoria in appello, il sostituto procuratore generale Francesco Maisto telefonò ai Riboli: annunciò che avrebbe dovuto chiedere l’assoluzione degli imputati. In aula parlò di una “incredibile serie di errori, superficialità e omissioni” che avevano consentito ai responsabili di restare ignoti per anni, fino alla prescrizione.
In Parlamento, la deputata Angela Napoli chiese un’ispezione sulla gestione del procedimento e una revisione delle norme sulla prescrizione per i reati più gravi.
Una ferita senza giustizia
Sono passati cinquant’anni dal sequestro di Emanuele Riboli. Una vicenda che segna una delle prime grandi pagine dei sequestri di persona nel Nord Italia e che mette in luce l’espansione della ’ndrangheta fuori dalla Calabria già negli anni Settanta.
Per la famiglia Riboli è rimasto il dolore. E la consapevolezza che, oltre alla brutalità dei criminali, a pesare è stata anche l’inefficienza dello Stato. Una storia che resta, ancora oggi, simbolo di una giustizia mancata.





