C’è una frase che torna, in forme diverse, ogni volta che esplode una polemica intorno a Israele: chi prova a criticare, paga un prezzo. Nel caso di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sui Territori palestinesi occupati, la dinamica appare quasi da manuale: un video che circola, un’accusa che diventa titolo, una richiesta di dimissioni che si allarga per effetto domino politico. Sullo sfondo, però, resta la guerra, con il suo carico di vittime e interrogativi sul diritto internazionale, che dovrebbe essere il centro della discussione.
La tempesta che ha travolto Albanese non riguarda solo una persona, che ha certamente fatto diversi interventi verbali “fuori misura”, ma il modo in cui l’Europa sta affrontando uno dei conflitti più divisivi degli ultimi anni. E mette in evidenza una tensione costante: combattere l’antisemitismo senza ambiguità e, allo stesso tempo, difendere la possibilità di criticare le scelte di uno Stato senza essere automaticamente accusati di odio.
Un’accusa che corre più veloce dei fatti
Diversi governi europei hanno chiesto le dimissioni di Albanese dopo che le è stata attribuita una frase ritenuta offensiva nei confronti di Israele. La relatrice ha respinto le accuse, sostenendo che le sue parole siano state estrapolate dal contesto o travisate.
Il nodo non è solo cosa sia stato detto, ma come si sia costruita la narrazione pubblica. In un clima già fortemente polarizzato, la diffusione di un estratto o di una citazione può diventare detonatore politico prima ancora che venga verificato il contenuto effettivo.
Quando il dibattito si sposta dalla sostanza – la situazione nei Territori palestinesi, le responsabilità, le possibili violazioni – alla persona che solleva le critiche, il confronto cambia natura. Il rischio è che la discussione si trasformi in una battaglia di legittimità personale, più che in un confronto sui fatti.
La reazione europea e la logica della sanzione
Le richieste di dimissioni hanno assunto rapidamente un valore simbolico. Per alcuni governi, le parole attribuite ad Albanese sarebbero incompatibili con la neutralità richiesta dal suo mandato. Per altri osservatori, invece, la rapidità della reazione solleva interrogativi sulla soglia di tolleranza rispetto alle posizioni critiche verso Israele.
L’Europa si trova così davanti a un equilibrio delicato. Da un lato la necessità di vigilare contro ogni forma di antisemitismo o linguaggio d’odio. Dall’altro il dovere di non comprimere il diritto alla critica politica, soprattutto quando riguarda un conflitto armato e la tutela dei diritti umani.
Se la linea tra critica e delegittimazione viene tracciata in modo eccessivamente restrittivo, il rischio è che si restringa anche lo spazio del dibattito pubblico.
Criticare Israele non è antisemitismo
Uno dei punti centrali della vicenda è la distinzione, fondamentale ma spesso confusa, tra antisemitismo e critica alle politiche di un governo. Contestare decisioni militari o scelte politiche non equivale ad attaccare un popolo o una religione.
Allo stesso tempo, il linguaggio utilizzato da chi ricopre incarichi istituzionali ha un peso particolare. Le parole possono essere percepite come divisive, soprattutto in un contesto emotivamente carico come quello del conflitto israelo-palestinese.
Il problema nasce quando la discussione si cristallizza in uno scontro identitario, in cui ogni posizione viene letta come un atto di schieramento assoluto.
Un test per l’Europa
Il caso Albanese è diventato un test per la politica europea. Non solo sul piano diplomatico, ma su quello culturale e democratico. Come si difendono i valori universali quando entrano in collisione con interessi geopolitici e sensibilità storiche profonde?
Se la risposta è la scomunica immediata, il rischio è quello di impoverire il confronto e rafforzare la polarizzazione. Se, al contrario, si riesce a distinguere tra linguaggio d’odio e critica politica, allora il dibattito può restare duro ma legittimo.
La domanda che resta sul tavolo è semplice e complessa allo stesso tempo: l’Europa è ancora capace di tenere insieme la difesa di Israele dal pregiudizio e il diritto di discutere, anche aspramente, delle sue politiche? La risposta a questa domanda dirà molto non solo del destino di una relatrice Onu, ma della qualità del nostro spazio pubblico.





