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“Tripla eco”, il classico di H.E. Bates che scava dentro

Ci sono racconti che non cercano di conquistarti. Non alzano la voce, non inseguono colpi di scena, non chiedono empatia facile. Tripla eco di H. E. Bates, pubblicato da Adelphi nella traduzione di Giovanna Granato, è uno di questi. Breve, asciutto, quasi severo. E proprio per questo disturbante.

La guerra, in questo libro, non è fatta di battaglie. È un’assenza che pesa. È un marito prigioniero lontano, è una casa isolata nella campagna inglese, è una donna che continua a vivere mentre tutto attorno è sospeso. Lontano dal fronte, ma non al riparo dalle sue conseguenze.

Una casa, un soldato, una scelta

La protagonista vive in un isolamento quasi assoluto. La natura scandisce il tempo, il silenzio riempie le giornate, l’attesa diventa un’abitudine. Poi arriva un giovane soldato in licenza. È inquieto, inadatto alla disciplina, fragile sotto la divisa. Non è un eroe, non è un ribelle romantico: è un ragazzo che non regge il peso della guerra. Tra i due non esplode nulla. Non c’è passione dichiarata, non ci sono grandi promesse. C’è piuttosto una vicinanza silenziosa, fatta di gesti minimi e complicità tacite. Quando lui decide di disertare, lei sceglie di proteggerlo. Lo nasconde. Lo traveste da donna. Lo trasforma in qualcos’altro per sottrarlo alla caccia. È un gesto che non ha nulla di epico. È istintivo, ambiguo, forse egoista. Perché proteggere qualcuno può anche significare trattenerlo, possederlo, piegare la realtà al proprio bisogno di non restare soli.

L’ambiguità come centro del racconto

Il punto di forza di Tripla eco non sta nella trama, ma nella sua zona grigia. Bates non offre spiegazioni psicologiche, non assegna colpe, non costruisce assoluzioni. Osserva. E lascia che il lettore si muova dentro una tensione che non si scioglie mai del tutto. L’arrivo di un sergente della polizia militare incrina ulteriormente l’equilibrio. Con lui entrano in scena il sospetto, il desiderio, una violenza che non ha bisogno di manifestarsi apertamente per essere percepita. Tutto resta trattenuto, ma nulla è innocuo. Il titolo stesso suggerisce un ritorno continuo, un rimbalzare di emozioni che non si esauriscono. Desiderio, paura, colpa: ogni sentimento torna come un’eco, leggermente diverso dal precedente.

Una scrittura senza compiacimenti

Bates lavora per sottrazione. La sua prosa è precisa, controllata, priva di orpelli. Il paesaggio non è decorativo: è parte integrante della tensione. La campagna inglese, con le sue stagioni e i suoi silenzi, diventa una cassa di risonanza emotiva. La neve amplifica l’isolamento, il vuoto si fa quasi fisico.

Non c’è redenzione finale, né morale esplicita. C’è piuttosto la constatazione che la guerra modifica tutto, anche ciò che sembra distante dal fronte. Le identità si fanno instabili, i ruoli si sfumano, le scelte diventano compromessi.

Perché leggerlo oggi

In un tempo che ama le narrazioni nette, le posizioni chiare, i buoni contro i cattivi, Tripla eco è un libro che rifiuta le semplificazioni. Mostra come il bisogno possa deformare l’amore, come la solitudine possa guidare decisioni discutibili, come l’innocenza non sia mai completamente tale.

È un racconto breve, ma non leggero. Si chiude in poche pagine, ma resta addosso. Non consola. Non rassicura. Non giudica. E proprio per questo continua a parlare.