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Perché quasi nessuna bandiera del mondo usa il colore viola: il motivo è sorprendente

C’è un dettaglio cromatico che, una volta notato, diventa impossibile da ignorare. Scorrendo mentalmente le bandiere del mondo (tricolori, croci, stelle, strisce) si ha l’impressione che manchi sempre qualcosa. Un colore che esiste, che conosciamo bene, ma che raramente sventola sui pennoni degli Stati. Non è una scelta estetica casuale, né una strana coincidenza della storia: dietro questa assenza si nasconde una vicenda che intreccia potere, commercio, segreti artigianali e un lusso estremo.

Un’assenza che attraversa le bandiere del mondo

Tra le 195 bandiere nazionali oggi esistenti, quasi nessuna utilizza il viola. Le eccezioni sono pochissime e marginali: la bandiera della Dominica e quella del Nicaragua, entrambe relativamente recenti, contengono solo piccole tracce di questo colore. Per il resto, il viola è praticamente invisibile nei simboli ufficiali degli Stati, a differenza del rosso, del blu, del verde o del giallo, che dominano la scena. Questa rarità non ha nulla a che vedere con il significato simbolico del colore (che anzi è da sempre legato a concetti forti come autorità, sacralità e prestigio) ma con qualcosa di molto più concreto.

Un colore che nasce dal mare

Per secoli, ottenere il viola è stato un processo straordinariamente complesso e costoso. Fino alla metà del XIX secolo non esistevano pigmenti sintetici affidabili: l’unico modo per produrre una tintura viola intensa era ricavarla dal murice, una piccola lumaca di mare diffusa nel Mediterraneo orientale. Da questo mollusco si estraeva una sostanza preziosa conosciuta come porpora, una tintura che richiedeva tempi lunghissimi e una lavorazione delicata. I molluschi venivano raccolti a mano, incisi nelle ghiandole mucose e lavorati secondo procedimenti tramandati oralmente, spesso protetti dal segreto professionale.

La porpora di Tiro e il lusso assoluto

Il centro nevralgico di questa produzione era Tiro, nell’attuale Libano, tanto che la tintura prese il nome di porpora di Tiro. Qui, per secoli, si concentrarono tintori e mercanti specializzati in una delle sostanze più preziose del mondo antico. Il costo era proibitivo: per ottenere un solo grammo di tintura servivano circa 10.000 lumache. Un dato che spiega perché la porpora fosse letteralmente più cara dell’oro. Indossare il viola non era una scelta di stile, ma una dichiarazione di status: solo imperatori, re, alti sacerdoti e nobili potevano permetterselo.

Perché le bandiere non potevano permetterselo

Le bandiere, per definizione, dovevano essere riproducibili, resistenti e relativamente economiche. Dovevano sventolare su navi, fortificazioni, edifici pubblici, essere rifatte, sostituite, replicate. Inserire un colore così costoso e difficile da produrre avrebbe reso impossibile una diffusione su larga scala. Per questo motivo, mentre il viola restava confinato agli abiti del potere, le bandiere sceglievano colori più accessibili e stabili, ricavati da pigmenti vegetali, minerali o da tinture meno rare.

L’unica vera eccezione storica

Nella storia delle bandiere esiste un’altra eccezione significativa: quella della Seconda Repubblica spagnola, adottata nel 1931, che includeva una striscia viola. Ma a quel punto la situazione era cambiata: l’invenzione dei coloranti sintetici aveva finalmente reso il viola accessibile, spezzando il monopolio millenario della porpora naturale. È solo allora che questo colore ha potuto uscire dai palazzi del potere e, timidamente, entrare anche nei simboli nazionali. Ma la sua lunga assenza ha lasciato un’eredità visiva che ancora oggi racconta, senza parole, una storia di lusso estremo e di confini invalicabili.