Press "Enter" to skip to content

“Frankenstein” di Guillermo Del Toro candidato agli Oscar 2026: trama e curiosità

Il viaggio tra i titoli candidati al miglior film agli Oscar 2026 fa tappa su uno dei progetti più attesi degli ultimi anni: Frankenstein di Guillermo del Toro. Dopo il passaggio in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e una breve distribuzione in sala, il film è ora disponibile su Netflix e si presenta alla notte degli Academy Awards con un bottino importante: nove candidature complessive.

Nonostante le aspettative altissime, la pellicola non ha dominato la stagione dei premi come molti prevedevano. Ma resta uno dei titoli visivamente più ambiziosi dell’anno e potrebbe dire la sua nelle categorie tecniche. A guidare il cast è Jacob Elordi, chiamato a dare corpo e anima alla Creatura. Una scelta che inizialmente aveva sorpreso, ma che sullo schermo si rivela meno azzardata del previsto: la sua interpretazione è trattenuta, malinconica, costruita più sullo sguardo che sull’enfasi.

La trama: scienza, ossessione e responsabilità

Del Toro non tradisce l’ossatura del romanzo di Mary Shelley, ma la rilegge attraverso il suo immaginario personale. Victor Frankenstein resta lo scienziato brillante e arrogante che sfida i limiti della natura nel tentativo di vincere la morte. Ma qui il suo gesto non è solo un atto di hybris scientifica: è la manifestazione estrema di una modernità convinta di poter dominare tutto, persino la vita. La Creatura non è soltanto un “mostro” assemblato da resti umani. È un essere consapevole, capace di dolore, desiderio e bisogno di riconoscimento. Il vero conflitto non nasce dall’orrore dell’esperimento, ma dall’abbandono. Dalla frattura tra chi crea e chi viene creato.

Del Toro trasforma così la tragedia gotica in una riflessione morale: cosa accade quando la conoscenza non è accompagnata dalla responsabilità?

La recensione: il mostro siamo noi?

La domanda che attraversa tutto il film è semplice e inquietante: cosa significa essere mostri? Chi conosce il cinema di Del Toro sa che il regista messicano ha sempre avuto una predilezione per le creature marginali, respinte, incomprese. Anche qui il “mostro” non coincide con la deformità fisica, ma con lo sguardo di chi rifiuta ciò che non comprende. L’estetica è monumentale. Il gotico incontra il fantastico in un trionfo visivo fatto di ombre profonde, architetture decadenti, interni carichi di dettagli. La fotografia alterna spazi claustrofobici a scenari grandiosi che amplificano il senso di isolamento dei personaggi. Le scenografie sono uno dei punti di forza assoluti del film: ogni ambiente sembra respirare, custodire un segreto, raccontare una storia parallela. I costumi contribuiscono a costruire un immaginario coerente e stratificato, sottolineando il contrasto tra l’eleganza fredda degli uomini e la vulnerabilità struggente della Creatura.

Non tutto, però, convince fino in fondo. In alcuni momenti il film appare più interessato alla forma che al ritmo narrativo. La solennità rischia di appesantire l’emozione. Ma quando funziona, Frankenstein raggiunge una potenza visiva rara nel panorama contemporaneo.

Le possibilità agli Oscar

Nove nomination sono un segnale forte. Ma realisticamente, questo potrebbe non essere l’anno di Del Toro per il premio principale. La concorrenza è agguerrita e altri titoli sembrano aver acceso un entusiasmo più trasversale tra critica e Academy. Tuttavia, Frankenstein resta un candidato credibile nelle categorie tecniche: miglior scenografia, miglior fotografia, miglior trucco e forse miglior costume.

Ed è proprio lì che il film esprime la sua identità più solida: nell’artigianato cinematografico, nella costruzione visiva, nella capacità di creare un mondo riconoscibile e immersivo. Forse non porterà a casa la statuetta più ambita. Ma difficilmente uscirà a mani vuote.