«Ho fatto un sogno», raccontava Francesco ai suoi frati. «Ho visto una gallina piccola e nera che teneva sotto le ali molti pulcini. I pulcini siete voi. La gallina sono io». Visto oggi, da vicino, il corpo di San Francesco appare davvero minuto, fragile. Eppure quella piccola figura continua ad attirare folle immense. Ieri il corpo è stato estumulato (rimosso dall’urna che lo custodiva) e collocato in una teca davanti all’altare della Basilica inferiore, sotto gli affreschi di Giotto e degli altri maestri del Duecento. Non una semplice ricognizione, come avvenuto in passato, ma la prima vera ostensione pubblica nella storia. Quasi 400 mila pellegrini si sono prenotati per vederlo nel prossimo mese. I primi a sostare in silenzio davanti alla teca sono stati il custode del Sacro Convento, padre Marco, e il portavoce, padre Giulio. Ad agosto è attesa la visita del Papa alla Porziuncola. A ottobre ricorreranno gli ottocento anni dalla morte del santo.
Un corpo conteso, una memoria custodita
Il trasferimento dalla cripta alla basilica è avvenuto in un clima raccolto, quasi familiare. Eppure la storia del corpo di Francesco è stata tutt’altro che tranquilla. Alla sua morte, gli assisani temevano che Perugia o altre città potessero appropriarsi delle reliquie. Per questo lo tennero sotto scorta armata nel palazzo comunale. Solo negli ultimi giorni Francesco riuscì a ottenere di morire alla Porziuncola, il luogo che sentiva più suo. Scrisse una lettera d’addio a Chiara e dettò un messaggio per Jacopa dei Settesoli, l’aristocratica romana che chiamava affettuosamente “frate Jacopa”. Le chiedeva di raggiungerlo, di portare panni e ceri per il funerale e anche i mostaccioli che tanto amava. La lettera non fu mai spedita: Jacopa arrivò prima, come se avesse intuito il momento.

L’ultima notte
Francesco chiese ai compagni di intonare ancora il Cantico delle Creature, cercando di unirsi al coro con un filo di voce. Si fece leggere la Passione dal Vangelo di Giovanni. Poi benedisse uno a uno i frati e, simbolicamente, tutti gli abitanti della terra: quelli del passato, del presente e del futuro. Non volle morire in un letto, ma sulla nuda terra. E nella terra desiderava essere sepolto. Era la notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226. Aveva quarantaquattro anni. I testimoni raccontarono che, al momento della morte, uno stormo di allodole si posò sul tetto della Porziuncola cantando a lungo. Un frate disse di aver visto la sua anima salire al cielo come una stella. «Dopo morto, diventò bianco… e pareva quasi che sorridesse».
Una basilica, un segreto, una riscoperta
Per proteggere il corpo dai furti sacrileghi, fu costruita una basilica. Lo nascosero così bene, però, che per secoli non si seppe più dove fosse esattamente. Fu Pio VII, nel 1818, a ordinare una nuova ricerca. Per cinquantuno giorni e cinquantuno notti si scavò sotto la basilica. Alla cinquantaduesima notte il piccone colpì l’urna di pietra. È quella riaperta ieri. La lettura della morte del santo dalla Vita di Tommaso da Celano ha avuto un valore particolare. Nel Medioevo, infatti, san Bonaventura aveva imposto la distruzione di altre biografie per consolidare una versione ufficiale. Anche questo fa parte della storia: il tentativo di elevare Francesco a figura quasi irraggiungibile, un alter Christus segnato dalle stimmate. Eppure, guardando quel corpo esile, il senso è opposto: Francesco resta sorprendentemente umano.

Il miracolo che non chiede miracoli
Chi entra oggi nella Basilica di Assisi non cerca grazie miracolose. Altri santi francescani sono invocati per questo, da Sant’Antonio a Padre Pio. Il miracolo di Francesco è diverso: è l’idea che l’uomo possa cambiare, possa diventare migliore. Fu questo spirito che spinse Giovanni Paolo II, nel 1986, a convocare ad Assisi i leader delle grandi religioni del mondo per pregare insieme per la pace. Un gesto che precedette anni di svolte storiche decisive. Oggi il contesto globale è ben diverso. Le guerre tornano, la terra è ferita, la convivenza sembra fragile. Proprio per questo il messaggio francescano suona più urgente: amore per la pace, rispetto per il creato, uguaglianza tra uomini e donne, attenzione ai più piccoli. Francesco parlava ai bambini prima che ai sovrani. Sosteneva che nessuno si salva da solo, che uomini, animali e piante condividono la stessa sostanza.
Uscendo dalla basilica inferiore, dopo aver visto quel corpo minuscolo, resta una sensazione chiara: otto secoli dopo, Francesco è ancora una presenza viva. E il suo richiamo alla fraternità non appare affatto superato.





