È morto domenica 15 febbraio 2026, all’età di 66 anni, il giornalista Michele Albanese, da anni sotto scorta per le sue inchieste sulla ’ndrangheta. Era ricoverato nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Cosenza a seguito delle complicazioni sopraggiunte dopo un infarto.
Con la sua scomparsa, la Calabria perde una delle voci più autorevoli e coraggiose del giornalismo antimafia.
Una vita dedicata alla verità
Nato a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria, Albanese è stato una figura centrale del Quotidiano del Sud, in particolare nella redazione di Gioia Tauro. Per decenni ha raccontato con rigore e continuità le dinamiche criminali della Piana, mettendo in luce gli interessi, le infiltrazioni e le connessioni della ’ndrangheta con il tessuto sociale ed economico del territorio.
Tra le sue inchieste più note, lo scoop sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nei riti religiosi, con la rivelazione dell’“inchino” della statua della Madonna di Polsi davanti all’abitazione di un boss. Un episodio che fece discutere l’intero Paese e accese i riflettori su un intreccio tra devozione popolare e potere mafioso. Proprio per il suo lavoro investigativo, dal 2014 viveva sotto scorta, finito nel mirino dei clan della Piana di Gioia Tauro.
Il cordoglio delle istituzioni
Numerosi i messaggi di cordoglio giunti alla famiglia e alla redazione del Quotidiano del Sud. Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha espresso in una nota il proprio dolore per la scomparsa del giornalista:
“A nome della Giunta regionale esprimo profondo cordoglio per la scomparsa di Michele Albanese e mi stringo alla sua famiglia e alla comunità del ‘Quotidiano del Sud’”.
Occhiuto lo ha ricordato come “un giornalista arguto, mai banale, capace di trattare temi estremamente delicati con rigore ma allo stesso tempo con grande amore per la sua Calabria”, sottolineando anche il rapporto diretto e franco che li legava, con confronti periodici sulle prospettive di sviluppo della Regione e sul futuro del Porto di Gioia Tauro.
«Michele Albanese era un giornalista con la schiena dritta, rigoroso e appassionato, che ha raccontato la criminalità in Calabria senza piegare la testa, incurante delle minacce di morte ricevute dalla ‘ndrangheta che lo costringevano a vivere sotto scorta da più di 10 anni. La sua scomparsa priva la nostra terra di un professionista serio e tenace, un vero esempio di senso civico e legalità. Alla famiglia rivolgo le più sentite condoglianze»: lo ha detto il presidente della commissione regionale contro la ‘ndrangheta, la corruzione e l’illegalità diffusa Marco Polimeni.
Un’eredità civile e professionale
Michele Albanese lascia la moglie Melania e le figlie Maria Pia e Michela. Ma lascia anche un’eredità professionale e civile che va oltre la dimensione familiare.
Il suo lavoro ha rappresentato un presidio di legalità in un territorio complesso, dimostrando come il giornalismo possa essere strumento di denuncia, consapevolezza e resistenza. In Calabria, e non solo, il suo nome resta legato alla lotta alla ’ndrangheta e alla difesa della libertà di informazione.
«Ho perso la libertà. Ma non ho rimorsi. Rifarei tutto quello che ho fatto. E scritto» si legge ne La ribellione di Michele Albanese, libro di Gabriella d’Atri edito da Castelvecchi nel 2021. Alla sua famiglia, alla moglie Melania e alle due figlie Maria Pia e Michela le condoglianze de La Voce Nuova e del suo fondatore Andrea Monaci, suo fedele lettore.




