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Michela Murgia, perché il suo libro postumo “Lezioni sull’odio” è attualissimo

Michela Murgia se n’è andata nell’agosto del 2023, ma la sua voce non ha mai davvero smesso di circolare. Ora torna in libreria con Lezioni sull’odio, volume postumo pubblicato da Einaudi Stile Libero, che raccoglie e rielabora una serie di incontri pubblici tenuti negli anni scorsi. Non è un’operazione nostalgia. È, piuttosto, un testo che sembra scritto ieri. Anzi, domani.

L’odio come tabù moderno

L’odio è forse l’ultimo sentimento di cui non si può parlare senza sentirsi giudicati. Più scandaloso del sesso, più scomodo della morte. Tutti lo provano, nessuno lo ammette. Murgia lo sapeva bene e lo affrontava con la sua consueta ironia disarmante: “Io da due a sei volte alla settimana, e così spero di voi”, scherzava davanti al pubblico. Ma sotto la battuta c’era una tesi precisa: l’odio non è di per sé il male assoluto. È un’energia. E come ogni energia può distruggere o trasformare.

Il libro parte da qui. Non per legittimare il rancore, ma per interrogarsi su cosa significhi davvero odiare e su quali bersagli sia giusto o necessario dirigere quel sentimento.

Dalla Sardegna alla Bibbia, passando per Gramsci

Il percorso è tipicamente murgiano: trasversale, colto, capace di attraversare secoli e linguaggi. Si va dalle maledizioni della tradizione sarda ai salmi biblici, da Grazia Deledda alle lettere di San Paolo. Un mosaico che tiene insieme spiritualità, letteratura e politica. Il punto è smontare un’ipocrisia: fingere di non odiare non rende migliori. Semmai rende più passivi. E qui entra in scena Antonio Gramsci con il suo celebre “Odio gli indifferenti”. L’odio, se riconosciuto e disciplinato, può diventare una presa di posizione etica. Non contro le persone in quanto tali, ma contro l’ingiustizia, l’abuso, la prepotenza.

Per Murgia l’odio è legittimo quando è rivolto ai prevaricatori, ai cinici, a chi rifiuta l’idea di responsabilità collettiva. In questo senso può persino diventare una virtù civile.

Un libro breve, ma non leggero

Sono 128 pagine snelle, ma non superficiali. Il tono è irriverente, spesso spiazzante. La scrittura resta quella riconoscibile: limpida, affilata, capace di alternare provocazione e profondità. Non è un pamphlet rabbioso. È una riflessione radicale che invita a distinguere tra odio distruttivo e odio consapevole. Tra rancore cieco e indignazione lucida. La nota editoriale parla di un “miracolo”: quello di continuare a parlare al nostro tempo, così attraversato da polarizzazioni e conflitti. In effetti, Lezioni sull’odio sembra rivolgersi a chi vive immerso in un clima di tensione permanente, tra social network, dibattiti urlati e scontri ideologici. Murgia non chiede di essere più buoni. Chiede di essere più responsabili. Anche nei sentimenti più scomodi.

Un’eredità che non addolcisce

Premio Campiello nel 2010 con Accabadora, Murgia non ha mai cercato la neutralità. Questo libro lo conferma. Non addolcisce, non consola, non offre formule pacificanti. Offre strumenti. E soprattutto una domanda: è davvero l’odio il problema, o lo è l’indifferenza? In tempi in cui tutto sembra semplificato in like e dislike, questa piccola raccolta riporta la discussione su un terreno più complesso. E più adulto. Michela Murgia, ancora una volta, non cerca l’approvazione. Cerca la consapevolezza. E ci ricorda che anche i sentimenti più scomodi meritano di essere pensati, non solo censurati.