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Gisèle Pelicot violentata per 10 anni da 50 uomini: in Italia in uscita il suo libro verità

Per dieci anni è stata drogata dal marito, privata di coscienza, violentata da decine di uomini reclutati online e filmata nella propria casa. Oggi, a 73 anni, Gisèle Pelicot non è soltanto la protagonista del processo di Mazan: è diventata il simbolo di una battaglia culturale. Sta per uscire il suo libro, Un inno alla vita, pubblicato in Italia da Rizzoli, in cui racconta l’intera vicenda senza separare l’orrore dalla speranza. «La decisione più importante della mia vita è stata oppormi al processo a porte chiuse. Non per me, ma per tutte le donne. La vergogna deve cambiare campo», ha confidato in un’intervista concessa a «Sette», inserto del «Corriere della Sera».

La scoperta e il crollo

Il 2 novembre 2020 è la data che ha spezzato tutto. Fino a quel momento Gisèle non sapeva nulla. Nessun ricordo, nessun sospetto. Convocata in commissariato, si sente chiedere come definirebbe il marito. «Un uomo gentile, generoso, pieno di attenzioni», risponde. Poi le mostrano le immagini. Centinaia di video, catalogati con cura sul computer di Dominique Pelicot, il marito sposato a 19 anni, l’uomo con cui aveva condiviso mezzo secolo di vita. Dominique la narcotizzava fino a farle perdere i sensi e invitava sconosciuti nella loro casa di Mazan, nel Sud della Francia, affinché abusassero di lei mentre lui filmava. Sarebbe rimasto impunito se un agente della sicurezza di un supermercato non lo avesse notato mentre cercava di filmare sotto le gonne delle clienti. Da lì l’arresto e la perquisizione del computer. «Quel giorno ho dovuto telefonare ai miei figli per spiegare cosa aveva fatto loro padre. Non potrei riviverlo», racconta.

Il processo e la scelta che ha cambiato tutto

Il processo, celebrato tra settembre e dicembre 2024, ha avuto risonanza mondiale. Ma la svolta non è stata giudiziaria: è stata una scelta personale. «Ho deciso di oppormi alle porte chiuse. Tutti dovevano sapere». Non è stata una decisione immediata. La figlia Caroline l’aveva incoraggiata fin dall’inizio a testimoniare pubblicamente. Gisèle ha maturato la scelta camminando, come è solita fare quando deve riflettere. «Ho capito che un processo a porte chiuse sarebbe stato un regalo ai miei violentatori». Gli avvocati l’avevano invitata a pensarci. Lei li ha richiamati il giorno dopo: «La mia decisione è presa». Sapeva che avrebbe dovuto rivedere i video. «Ho preso le distanze da quella donna incosciente. Quando guardavo le immagini, avevo la sensazione che non fossi io».

In aula gli imputati — 51 uomini, tra i 22 e i 74 anni, appartenenti a ogni categoria sociale — sono stati condannati a pene fino a 20 anni di carcere. Ma la difesa ha tentato di insinuare dubbi, di parlare di “relazioni sessuali”, di consenso dato dal marito. «Come se io fossi un oggetto», osserva. «Ho ascoltato frasi abiette».

La vergogna deve cambiare campo

Per quattro anni Gisèle si è nascosta, tormentata dal senso di sporco. «Passavo ore sotto la doccia». Poi ha capito che il peso non doveva restare sulle spalle della vittima. «Sono loro a doversi vergognare, non noi». La sua testimonianza ha trasformato una notizia destinata alla cronaca locale in un caso globale. Fuori dal tribunale, manifestazioni di sostegno. Donne che la fermano per strada. «Se posso infondere un po’ di forza, per me è una bella giornata».

Nel libro non racconta solo il crimine, ma una saga familiare di tre generazioni di donne. La nonna, la madre morta a 35 anni per un tumore, lei stessa. «La gioia di vivere fa parte del mio Dna. Mia madre soffriva moltissimo, ma scherzava, sorrideva. Forse è lì che ho imparato a resistere».

La famiglia, il dolore, la ricostruzione

Il trauma non ha unito automaticamente la famiglia. La figlia Caroline ha reagito con rabbia, distruggendo le foto di famiglia. «Non credo alla sofferenza che accomuna», ammette Gisèle. «Ognuno cerca di guarire come può». Oggi i rapporti si stanno ricomponendo, ma il percorso è stato lungo.

Ha lasciato la casa di Mazan, venduto mobili e oggetti su internet, ricominciato con la sola pensione. Ha conservato il cognome Pelicot per i nipoti. «Non hanno nulla di cui vergognarsi. Forse un giorno ricorderanno più ciò che ha fatto la nonna che i misfatti del nonno».

Un nuovo amore, una nuova vita

Accanto a lei oggi c’è Jean-Loup, il compagno che l’ha sostenuta nella decisione più difficile. «Mi ha detto che mi sarebbe stato vicino qualunque scelta avessi fatto». Non avrebbe mai immaginato di innamorarsi a 73 anni. «Non voglio diventare diffidente. Tra gli uomini ci sono ottime persone». Il titolo del libro è programmatico: Un inno alla vita. «L’ho scritto per i miei figli e i miei nipoti, come un testamento». E aggiunge: «Ho 73 anni. Sono una vecchia anima. Ma un’anima felice». Non si è scelta il dramma. Ma ha scelto di raccontarlo. E in quella scelta (pubblica, ostinata, consapevole) sta la sua vittoria.