A Santarcangelo di Romagna, nella bassa romagnola a pochi chilometri da Rimini, esiste un luogo che sembra uscito da una sessione notturna di worldbuilding estremo. Fantascienza post-atomica, punk anarchico e arte del recupero si fondono senza chiedere il permesso. Mutonia non è una scenografia e non è un parco tematico: è una comunità reale che da quasi quarant’anni dimostra che l’immaginario nerd può trasformarsi in architettura, comunità e scelta politica quotidiana.
Dalla Londra di Thatcher alla Romagna
Le radici di Mutonia affondano nella Londra degli anni Ottanta, segnata da tensioni sociali e politiche repressive. In quel contesto nasce la Mutoid Waste Company, fondata da Joe Rush, Robin Cooke, Alan P. Scott e Joshua Bowler. Il collettivo rifiuta fin da subito musei e gallerie tradizionali, preferendo occupare spazi abbandonati, fabbriche dismesse e festival underground.
Il nome richiama la serie cult Blake’s 7 e i suoi “Mutoid”, esseri ricondizionati e privati della propria identità. Un riferimento coerente con la poetica del gruppo: recupero, trasformazione e riappropriazione di ciò che il sistema considera scarto.
Le prime esperienze sono feste illegali, performance incendiarie, veicoli mutanti costruiti con carcasse di automobili e rottami industriali. Un’estetica che dialoga apertamente con universi come Mad Max, Fallout e i fumetti di Judge Dredd, non come semplice citazione ma come linguaggio assimilato e reinventato attraverso metallo, bulloni e saldature.
La nascita di Mutonia
Dopo aver attraversato Berlino e l’Europa dell’Est, il collettivo approda in Italia all’inizio degli anni Novanta, in occasione del Festival dei Teatri di Santarcangelo di Romagna. Quello che doveva essere un accampamento temporaneo si stabilizza lungo il fiume Marecchia, in una cava abbandonata nel comune di Santarcangelo di Romagna. Nasce così Mutonia.
Non una residenza artistica a termine, ma un villaggio autosufficiente costruito con scarti industriali e immaginazione radicale. Le case non hanno forme convenzionali, le sculture non stanno su piedistalli, gli oggetti rifiutano funzioni definitive. Tutto è modificabile, smontabile, ricombinabile.
Qui l’arte non è appesa alle pareti: è la parete stessa. Non esiste separazione tra opera ed esistenza. Pannelli solari, officine improvvisate, strutture metalliche nate dal riuso creativo trasformano l’estetica post-apocalittica in pratica quotidiana.
Mutonia, una comunità senza gerarchie fisse
Mutonia funziona come una comunità cooperativa priva di gerarchie rigide. Le decisioni vengono prese da chi possiede, di volta in volta, le competenze necessarie. Non si tratta di anarchia romantica, ma di organizzazione pragmatica fondata su responsabilità condivisa.
Nel tempo il villaggio ha saputo dialogare con il territorio, contribuendo alla riqualificazione dell’area e diventando parte integrante dell’identità culturale di Santarcangelo. Non un corpo estraneo, ma un esperimento che ha generato relazioni, eventi, scambi internazionali.
Le battaglie legali e il rischio sgombero
Dal 2013 Mutonia affronta una lunga fase di contenziosi: ordinanze, ricorsi, segnalazioni e minacce di sgombero. La risposta non è lo scontro frontale, ma una strategia di dialogo e riconoscimento istituzionale. Il mondo dell’arte indipendente si mobilita, e il sito viene progressivamente riconosciuto come bene culturale e parco artistico.
Nel 2025, tuttavia, una decisione del Consiglio di Stato riapre la questione, riportando in primo piano l’incertezza sul futuro del villaggio. Riparte così una mobilitazione fatta di petizioni, documentari e prese di posizione internazionali per difendere non un’attrazione folkloristica, ma un laboratorio di convivenza alternativa.
Mutonia, un laboratorio di futuro
Mutonia non è nostalgia da rottame né romanticismo punk fuori tempo massimo. È una risposta concreta a un’epoca che tende a omologare spazi e ridurre la creatività a prodotto monetizzabile. Qui la sostenibilità è pratica quotidiana, il riciclo diventa riscrittura del presente e l’arte torna a essere gesto collettivo.
In un mondo proiettato verso un’iper-tecnologia spesso disincarnata, Mutonia rappresenta una forma di resistenza culturale: artigiani del ferro, hacker analogici, comunità resilienti capaci di costruire alternative reali.
Resta una domanda aperta: Mutonia è un’anomalia da proteggere o un modello da studiare e replicare? Un esperimento irripetibile o uno dei pochi esempi concreti di convivenza creativa ancora attivi in Europa? La discussione è tutt’altro che chiusa. Perché certi mondi non si limitano a essere osservati: chiedono di essere abitati, difesi e raccontati.





