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Statua della Libertà compie 140 anni, tutti i segreti: dal colore originale al legame con gli emigranti italiani

Dall’intesa tra Francia e Stati Uniti alla speranza dei migranti europei: la storia della Lady Liberty, nata per celebrare libertà e democrazia e diventata nel tempo l’emblema dell’accoglienza. Per migliaia di italiani in cerca di futuro, la sua torcia avrebbe illuminato la porta d’ingresso a una nuova vita.

Il 28 ottobre 1886, all’ingresso del porto di New York, una figura femminile con una fiaccola sollevata verso il cielo veniva inaugurata ufficialmente davanti a una folla di spettatori. Era la Statua della Libertà, un monumento destinato a diventare uno dei simboli più riconoscibili degli Stati Uniti e, con il passare degli anni, un’immagine carica di significati per milioni di persone in viaggio verso il continente americano. In quel giorno, però, la statua non era ancora soprattutto il simbolo dell’immigrazione che conosciamo oggi. Il progetto era nato per celebrare il rapporto tra Francia e Stati Uniti e gli ideali di libertà che avevano ispirato le rispettive rivoluzioni.

Sarebbe stata la storia, insieme alle parole di una poetessa americana, a trasformarla progressivamente in una promessa rivolta a chi lasciava la propria terra alla ricerca di un futuro diverso.

Un dono francese per celebrare la libertà

L’idea prese forma in Francia negli anni successivi alla guerra civile americana, conclusa nel 1865. A promuoverla fu Édouard René Lefebvre de Laboulaye, giurista, intellettuale e sostenitore della causa dell’Unione durante il conflitto. Il suo progetto era quello di offrire agli Stati Uniti un grande monumento capace di rappresentare l’amicizia tra i due Paesi e il valore della libertà.

A raccogliere quella suggestione fu lo scultore Frédéric Auguste Bartholdi, che immaginò una gigantesca figura allegorica collocata all’imboccatura del porto di New York, visibile alle navi in arrivo dall’Atlantico. Per realizzare l’opera fu coinvolto anche l’ingegnere Gustave Eiffel, incaricato di studiarne la struttura interna. La costruzione richiese anni di lavoro e una complessa raccolta di fondi. Il monumento venne realizzato in rame, modellato in sottili lastre e fissato a una struttura portante metallica, concepita per sostenere il peso dell’opera e consentirle di resistere al vento e alle variazioni di temperatura.

Prima di attraversare l’oceano, alcune parti della statua furono esposte al pubblico, anche per alimentare l’interesse e sostenere economicamente il progetto. L’opera venne assemblata e presentata a Parigi nel 1884. L’anno seguente, oltre duecento casse contenenti i suoi componenti raggiunsero New York a bordo della nave francese Isère. Restava da completare il piedistallo, la cui costruzione fu finanziata anche grazie a una campagna di raccolta fondi sostenuta dalla stampa. Il 28 ottobre 1886, il presidente americano Grover Cleveland inaugurò finalmente il monumento nella sua collocazione definitiva, su quella che allora si chiamava Bedloe’s Island, oggi Liberty Island.

La torcia, la tavola e la catena spezzata

Ogni elemento della statua contribuisce a raccontare il suo messaggio. La figura indossa una lunga veste ispirata alla tradizione classica; nella mano sinistra regge una tavola sulla quale è incisa la data dell’indipendenza americana, il 4 luglio 1776. Il braccio destro è invece sollevato e sostiene una fiaccola, simbolo della luce della libertà. Ai suoi piedi si trova una catena spezzata, richiamo alla liberazione dall’oppressione. Il diadema è ornato da sette raggi, tradizionalmente associati ai sette continenti e ai sette mari: un’immagine che suggerisce la diffusione universale degli ideali rappresentati dal monumento.

Anche il colore attuale racconta una trasformazione. Il rame originariamente rossastro si è progressivamente ricoperto di una patina verde a causa dell’ossidazione, conferendo alla statua l’aspetto che oggi la rende immediatamente riconoscibile. L’opera di Bartholdi si inserisce inoltre in una lunga tradizione artistica che rappresenta la libertà attraverso figure femminili. Tra i riferimenti possibili si ricordano La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix, dipinta nel 1830, e diverse allegorie scolpite nell’Ottocento. In queste immagini la donna non è soltanto una personificazione astratta: diventa una guida, una presenza che indica una direzione e invita a superare le catene del passato.

Da monumento repubblicano a simbolo dei migranti

Il legame tra la Statua della Libertà e l’immigrazione si consolidò soprattutto negli anni successivi all’inaugurazione. Un passaggio decisivo fu la poesia The New Colossus, composta da Emma Lazarus nel 1883. I versi, destinati a essere incisi su una targa collocata nel piedistallo, immaginano la statua come una «Madre degli esuli», pronta a rivolgersi a chi arriva stanco, povero e desideroso di respirare libero. È questa interpretazione ad aver trasformato la fiaccola in qualcosa di più di un simbolo politico: una luce rivolta a chi cerca rifugio, lavoro o la possibilità di ricominciare. L’immagine della «porta dorata» evocata dalla poesia è diventata una delle metafore più potenti del sogno americano.

Quando la statua fu inaugurata, nel 1886, Ellis Island non era ancora il principale centro di accoglienza e controllo degli immigrati. La struttura avrebbe iniziato a operare il 1° gennaio 1892. Prima di allora, molti nuovi arrivati passavano da Castle Garden, a Manhattan. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, gli Stati Uniti furono raggiunti da milioni di immigrati europei. Tra loro c’erano anche moltissimi italiani, spinti a partire dalla povertà, dalla mancanza di opportunità e dalla speranza di trovare lavoro oltreoceano. Per chi arrivava via mare, la sagoma della statua poteva diventare una delle prime immagini del Paese in cui avrebbe tentato di costruire una nuova esistenza.

La promessa, naturalmente, non coincideva sempre con la realtà. Le difficoltà economiche, il sovraffollamento delle abitazioni, le discriminazioni e le dure condizioni di lavoro segnavano la vita di numerose famiglie immigrate. La New York della cosiddetta Gilded Age, l’«età dorata» resa celebre da Mark Twain, era una città attraversata da grandi trasformazioni industriali e da profonde disuguaglianze: mentre alcuni imprenditori accumulavano enormi fortune, molti lavoratori vivevano in condizioni precarie.

La statua non poteva cancellare queste contraddizioni, ma offriva un’immagine a cui affidare aspettative e speranze. Nel tempo, il suo significato si è allargato ben oltre le intenzioni dei suoi ideatori.

Una luce che continua a parlare al mondo

A oltre un secolo dall’inaugurazione, la Statua della Libertà rimane un monumento in cui si intrecciano storia politica, ingegneria, arte e memoria collettiva. Alta complessivamente circa 93 metri, piedistallo compreso, fu il risultato di un’impresa tecnica ambiziosa per la sua epoca e della collaborazione tra artisti, ingegneri e cittadini delle due sponde dell’Atlantico.

La sua fama non dipende soltanto dalle dimensioni o dalla posizione scenografica all’ingresso del porto di New York. A renderla universale è soprattutto la capacità di evocare una domanda ancora attuale: che cosa significa essere liberi e poter immaginare una vita migliore? Per generazioni di migranti, italiani compresi, quella figura affacciata sull’oceano ha rappresentato il confine tra ciò che veniva lasciato alle spalle e ciò che ancora doveva cominciare. La sua torcia non garantiva un futuro facile, né prometteva che ogni speranza sarebbe stata realizzata. Indicava, piuttosto, la possibilità di provarci.

È così che un dono pensato per celebrare l’amicizia tra due nazioni è diventato un simbolo mondiale dell’accoglienza: non perché la storia abbia sempre mantenuto le promesse associate alla statua, ma perché milioni di persone hanno continuato a riconoscersi in quella luce rivolta verso il mare.