Nella memoria collettiva pochi film d’animazione si sono ritagliati uno spazio rivelante come Pocahontas. Uscito nelle sale statunitensi il 22 giugno del 1995, il lungometraggio è lontano dalla tradizione favolistica europea dei fratelli Grimm e di Charles Perrault e attesta una profonda maturità rispetto al canone Disney: Pocahontas narra con naturalezza l’incontro felice di due culture diverse che, superate paure e ostilità, finiscono per trovarsi.

La sua bellezza statuaria si deve alla matita di Glen Keane
Russell Means, attivista e attore statunitense di etnia Sioux che ha preso parte al film, ha definito Pocahontas come «la rappresentazione di indiani migliore che Hollywood abbia mai fatto». La protagonista è ispirata ad un personaggio realmente esistito, la nativa americana, che salvò la vita ad un soldato inglese arrivato per invadere il territorio. Nacque intorno al 1595, vicino a quella che sarà la futura colonia di Jamestown, in Virginia, dove peraltro è ambientata la pellicola. Era figlia di Wahunsenaca, noto ai più come Powhatan, capo di una confederazione di oltre 30 tribù di lingua algonchina. Pocahontas, il cui vero nome pare fosse Amounte, finirà con lo sposare John Rolfe. Una biografia in parte rispettata dalla Disney (non dimentichiamoci il meno fortunato sequel): ad oggi Pocahontas è, infatti, l’unica principessa ad aver vissuto più di un amore. «L’eroina più forte che abbia mai avuto in un film Disney», ha detto di lei il produttore Jim Pentacost. Coraggiosa quanto indomita, Pocahontas è moderna: non ha paura di disobbedire al padre che la vorrebbe moglie di Kocoum e trova la felicità al di fuori del matrimonio, ribaltando il cliché della «damigella in pericolo», tant’è che è lei ad evitare l’esecuzione di John Smith. La sua bellezza statuaria si deve alla matita di Glen Keane, (lo stesso animatore de La Sirenetta e di Aladdin), che voleva che Pocahontas fosse voluttuosa al punto giusto: lontana dal sex appeal esplicito di Jessica Rabbit, ma più atletica di Biancaneve e meno ingenua di Cenerentola.

Il rispetto per l’ambiente raccontato nel brano iconico “I colori del vento”
Un’altra particolarità sta nel finale, non c’è il classico «vissero felici e contenti»: sulle note di Alan Menken (Oscar per la Miglior Colonna Sonora) Pocahontas e John Smith si scambiano un appassionato bacio, prima che lui parta per Londra perché ferito. E lei lo lascia andare, proprio perché lo ama. Del resto le ambizioni degli sceneggiatori erano altissime: volevano portare sul grande schermo qualcosa di nuovo, che trattasse temi forti, come il rispetto per l’ambiente. L’iconico brano I colori del vento, che ha vinto l’Oscar come miglior canzone, dà l’idea della portata del progetto. Pocahontas vive in sintonia con la natura e riceve saggezza dai suoi spiriti guida. «Ascoltali, loro ti guideranno», dice Nonna Salice, a cui la giovane chiede consiglio. E affinché il film non perdesse allure gli sceneggiatori hanno deciso di rendere muti tutti gli animali amici di Pocahontas, a cui spetta senz’altro un merito: aver insegnato con semplicità che la natura non chiede nulla, solo rispetto.





