C’è stato un momento, nella prima serata del Festival di Sanremo, in cui l’Ariston ha smesso di respirare. Non per un acuto impossibile o per un monologo lacrimevole. Ma per una giacca bianca. E per l’uomo che la indossava. Can Yaman è stato, lo si può scrivere senza troppi giri di parole, la cosa più bella vista a Sanremo 2026. Un bronzo di Riace con un senso dell’umorismo. Un fascino, il suo, che imbarazza addirittura. A guardarlo mentre attraversava il palco, è stato inevitabile pensare a Un turco napoletano di Mario Mattoli, quando Totò faceva impazzire mezzo mondo con il suo esotismo irresistibile. Anche qui, stesso effetto: applausi, urla (soprattutto femminili), occhi sgranati. Elegante in total black al suo ingresso, con piccoli jais luccicanti sul risvolto e la camicia aperta quanto basta (per qualcuno forse più del dovuto), Can Yaman, reduce dal successo di Sandokan, ha mostrato una sicurezza naturale. Poi, nella seconda parte della serata, il cambio: camicia e cravatta, forse evitabile (un accessorio da uomini d’affari che cercano carisma quando non basta la presenza). Il terzo outfit? Forse il migliore. La giacca bianca lo ha consacrato a icona della serata. Una delizia per gli occhi, sì. Ma non solo. Accanto a Carlo Conti e Laura Pausini, l’attore turco ha fatto qualcosa di più difficile che essere bello: è stato leggero, spiritoso. Nessuna posa da divo internazionale. È stato amichevole, molto autoironico. Quando Laura Pausini ha scherzato sull’abbronzatura condivisa con Carlo Conti, l’attore è stato al gioco. Mentre si è parlato del suo nome, il giovane ha chiarito con eleganza: «Non si dice Can, ma Gian». Perfetto italiano, del resto, anche grazie agli studi al liceo italiano di Istanbul. E poi il piccolo momento musical: un duetto improvvisato sulle note di Kuzu Kuzu, hit del 2001 di Tarkan, che ha fatto sciogliere il pubblico in sala. A colpire, infine, la galanteria d’altri tempi: Can Yaman ha presentato con precisione Arisa, ha omaggiato Patty Pravo con un mazzo di fiori, ha risposto con acume a una richiesta maliziosa giunta dalla platea («Ma no, dai, dopo, in privato!»). Sempre con quel sorriso che disarma. E poi il momento più simbolico: l’incontro con Kabir Bedi, il Sandokan del 1976. Due generazioni a confronto, due tigri della Malesia sullo stesso palco. Can Yaman ha baciato le mani all’attore indiano secondo la tradizione turca, in segno di rispetto. Bedi con tenerezza lo ha definito «un degno successore» ed è difficile dargli torto. Difetti? Se li ha, sono ben nascosti e poco rilevanti. Niente capricci. In camerino solo acqua naturale, caffè e frutta secca. Ha evitato feste e mondanità, concentrato sul suo ruolo. Can Yaman ha portato una ventata di fascino mediterraneo sul palco dell’Ariston, dimostrando di essere intelligente, magnetico. Per concludere: di belli Sanremo ne ha visti molti. Di belli che sanno anche sorridere di sé, molti meno. La differenza sta tutta lì. Il Festival passerà, le polemiche pure. La giacca bianca di Can Yaman forse no.

Can Yaman a Sanremo 2026: la bellezza che strega l’Ariston
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