Mentre la guerra in Ucraina continua sul campo, con nuovi attacchi russi e raid di Kiev oltre confine, la diplomazia prova a tenere aperto uno spazio per il negoziato. Da Mosca arriva la disponibilità del Vaticano a contribuire alla ricerca di una soluzione, dopo l’incontro tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali della Santa Sede.
Sul fronte americano, intanto, Donald Trump torna a parlare della necessità di mettere fine al conflitto. In un messaggio inviato a Volodymyr Zelensky per il 35esimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, il presidente degli Stati Uniti ha invitato a cogliere il momento per «porre fine al conflitto e costruire una pace duratura e stabile». Trump ha reso omaggio alla resistenza degli ucraini e ribadito la fiducia degli Stati Uniti nel futuro di un’Ucraina «sovrana e prospera». Zelensky ha ringraziato il presidente americano, sottolineando come il sostegno di Washington alimenti la speranza di proteggere il Paese dagli attacchi russi e arrivare a quella che Kiev continua a definire una «pace dignitosa».
Il Vaticano incontra Lavrov a Mosca
È però sul versante vaticano che si registra un nuovo movimento diplomatico. Al termine del colloquio con Lavrov, Gallagher ha assicurato che la Santa Sede è pronta a mettere a disposizione i propri servizi «in ogni modo possibile» affinché si possa arrivare al più presto alla pace. Una disponibilità rivolta alle popolazioni di entrambi i Paesi e, più in generale, a quanti continuano a subire le conseguenze di una guerra iniziata ormai da oltre quattro anni.
Lavrov, secondo quanto riferito dall’agenzia russa Tass, ha a sua volta ringraziato il Vaticano per quella che Mosca considera una posizione «equilibrata» sulla guerra in Ucraina e per il lavoro svolto soprattutto sul terreno umanitario. Il ministro degli Esteri russo ha spiegato di aver illustrato al rappresentante della Santa Sede la posizione di Mosca e le condizioni che il Cremlino considera necessarie per affrontare quelle che definisce le «cause profonde» del conflitto.
Mosca chiude all’ipotesi di truppe Nato
Restano tuttavia molto distanti le posizioni sulle possibili garanzie di sicurezza per Kiev. Il Cremlino ha ribadito la propria contrarietà a qualsiasi dispiegamento di contingenti militari della Nato sul territorio ucraino. Il portavoce Dmitry Peskov ha definito questa eventualità «inaccettabile» per la Russia, tornando anche sulla questione del Donbass, che Mosca considera territorio della Federazione Russa nonostante l’annessione delle regioni ucraine occupate non sia riconosciuta dalla comunità internazionale.
Peskov ha inoltre smentito le dichiarazioni di Zelensky secondo cui la Russia si starebbe preparando a mobilitare altri 300 mila uomini entro la fine dell’anno. Per il Cremlino si tratterebbe di informazioni diffuse da Kiev con l’obiettivo di destabilizzare la situazione interna russa.
La guerra continua tra droni e bombardamenti
Alle dichiarazioni diplomatiche continua però a fare da contraltare la guerra sul terreno. Un attacco ucraino con droni ha colpito la raffineria di Afipsky, nella regione russa di Krasnodar, provocando un incendio e, secondo le autorità locali, la morte di due persone. L’impianto è rilevante per il sistema energetico russo e raffina circa 6,25 milioni di tonnellate di greggio ogni anno. Mosca ha colpito invece il valico internazionale di Vynohradivka-Vulcanesti, al confine tra Ucraina e Moldavia. L’infrastruttura è stata danneggiata e il traffico è stato temporaneamente sospeso. Particolarmente pesante resta la situazione nella regione di Zaporizhzhia. Secondo le autorità ucraine, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati 873 attacchi russi contro 46 località, con due vittime e un ferito. La maggior parte delle operazioni sarebbe stata condotta attraverso droni. Le sirene antiaeree sono tornate a suonare anche a Kiev. L’allarme ha costretto a cercare riparo, tra gli altri, il presidente ucraino Zelensky, il presidente finlandese Alexander Stubb e il presidente del Consiglio europeo António Costa, presenti nella capitale.
La diplomazia prova dunque a riaprire un varco, con Washington che torna a invocare la fine della guerra e il Vaticano che offre la propria mediazione. Sul terreno, però, la distanza dalla pace continua a misurarsi nel ritmo quotidiano di droni, bombardamenti e vittime.

