Vai al contenuto

Meloni furiosa con Salvini per l’uscita sull’Ucraina: il sospetto di una mossa in chiave elettorale

Il leader della Lega annuncia il no agli aiuti a Kiev, poi ammorbidisce i toni. Da Fratelli d’Italia ribadiscono che la linea del governo non cambia. Sullo sfondo, il voto anticipato e il prossimo decreto sugli aiuti.

L’uscita di Matteo Salvini sugli aiuti all’Ucraina ha colto di sorpresa Palazzo Chigi e provocato irritazione nella presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Il giorno della riconferma alla guida della Lega, il vicepremier ha annunciato l’intenzione di opporsi all’invio di nuove armi e risorse economiche a Kiev, arrivando a indicare nel prossimo Consiglio dei ministri il momento in cui formalizzare la propria posizione.

Una presa di posizione netta, arrivata senza un’intesa preventiva con gli alleati e potenzialmente capace di aprire un fronte delicato nella maggioranza. Meloni avrebbe fatto arrivare a Salvini il proprio disappunto, ricordandogli le conseguenze di una dichiarazione che rischiava di mettere in difficoltà non soltanto la premier, ma l’intero esecutivo, Lega compresa. Il messaggio, secondo la ricostruzione del Corriere della Sera, avrebbe contribuito a modificare il tono del leader leghista. Nel discorso successivo alla rielezione, Salvini ha attenuato la rigidità delle dichiarazioni iniziali: ha rimesso in discussione l’efficacia dell’invio di armi e denaro, invocato un maggiore investimento nella diplomazia e invitato gli alleati a riflettere sulla strategia da seguire. Ha anche riconosciuto che gli ucraini sono un popolo aggredito e sottoposto ai bombardamenti.

Il cambio di registro non ha però cancellato il significato politico dell’uscita iniziale. Nella maggioranza resta il timore che la posizione sull’Ucraina possa diventare uno strumento di competizione elettorale, soprattutto in uno scenario in cui il ricorso anticipato alle urne viene evocato, pur senza conferme definitive. Salvini ha respinto pubblicamente questa prospettiva, ma il tema continua a pesare sui calcoli dei partiti.

La strategia di Salvini e l’irritazione di Palazzo Chigi

La sortita del segretario leghista arriva in una fase in cui il partito cerca di consolidare la propria identità e recuperare spazio nel centrodestra. La linea più critica verso il sostegno militare a Kiev consente a Salvini di marcare una differenza rispetto agli alleati e di rivolgersi a un elettorato sensibile alle posizioni pacifiste. Ma questa scelta rischia anche di accentuare le tensioni con la premier, che deve mantenere una linea comune sul piano internazionale. Per Meloni, il problema è evitare che il confronto interno si trasformi in una disputa pubblica capace di indebolire l’immagine di coesione del governo. La strategia di Palazzo Chigi, almeno nell’immediato, è quella di non alimentare la polemica.

Anche Forza Italia ha scelto di non intervenire apertamente, mentre da Fratelli d’Italia è arrivato un messaggio volto a chiudere la questione: sull’Ucraina la posizione dell’esecutivo non cambia, anche se i singoli esponenti possono esprimere opinioni differenti. Il tentativo è impedire che le dichiarazioni di Salvini inneschino un confronto a più voci tra gli alleati, offrendo alle opposizioni l’occasione di denunciare contraddizioni nella maggioranza. La riunione dei leader del centrodestra sulla manovra economica potrebbe diventare il momento per un chiarimento diretto tra Meloni e il segretario della Lega. Per ora, tuttavia, il dossier ucraino rimane un punto irrisolto.

Il prossimo decreto sugli aiuti a Kiev

La questione non è soltanto politica. Entro la fine del 2026 il governo dovrà affrontare il rinnovo della cornice normativa che consente di autorizzare gli aiuti militari e civili all’Ucraina. Il decreto attualmente in vigore scade il 31 dicembre e il nuovo provvedimento dovrà passare anche attraverso il voto parlamentare. È proprio su questo passaggio che le tensioni potrebbero diventare più concrete. Se non dovessero emergere sviluppi sostanziali nei negoziati di pace, l’esecutivo sarà chiamato a decidere come proseguire il sostegno a Kiev. In quella fase, la Lega potrebbe trovarsi davanti alla scelta tra la disciplina di maggioranza e la volontà di ribadire la propria contrarietà agli aiuti militari. Un precedente esiste già: il provvedimento dello scorso anno fu oggetto di un confronto politico e lessicale, con un negoziato sulla formulazione relativa agli aiuti militari. Questa volta, però, il contesto potrebbe essere reso più complicato dalla prospettiva elettorale e dalla pressione esercitata sull’area leghista contraria al sostegno militare.

Il riferimento a Roberto Vannacci, che rappresenta una fonte di competizione per Salvini sul terreno identitario, aggiunge un ulteriore elemento al quadro. Una posizione più rigida sull’Ucraina potrebbe servire a distinguere la Lega dagli alleati e a contenere le spinte alla sua destra. Ma una scelta del genere avrebbe ricadute dirette sulla tenuta della linea comune del governo.

Una tensione destinata a riemergere

Per il momento, la premier sembra intenzionata a evitare uno scontro aperto. La linea ufficiale resta quella della continuità, mentre Salvini ha ridimensionato i toni senza rinunciare a sollevare dubbi sull’efficacia degli aiuti a Kiev. La tregua, però, potrebbe rivelarsi fragile. Il rinnovo del decreto, il dibattito parlamentare e l’eventuale accelerazione del calendario elettorale rischiano di riportare la questione al centro della maggioranza. In quel momento sarà più difficile mantenere separati il dissenso politico della Lega e gli impegni assunti dal governo. La giornata della riconferma di Salvini si chiude così con un equilibrio delicato: nessuna crisi immediata, ma una divergenza che resta visibile. Per Meloni, la priorità è difendere la coerenza dell’azione dell’esecutivo. Per Salvini, il nodo è affermare la propria linea senza compromettere il ruolo della Lega nella coalizione. E il dossier Ucraina potrebbe tornare presto a misurare la solidità di questo equilibrio.