Dai 10 seggi della precedente legislatura ad almeno 16, con proiezioni che arrivano a 18: l’affluenza cresce nelle comunità arabe, che diventano decisive per la formazione della prossima maggioranza. Ma l’opposizione resta divisa sulla possibilità di coinvolgerle.
TEL AVIV – A Kfar Qasim, città araba nel cuore di Israele, i manifesti elettorali raccontano due campagne diverse. Quelli del Likud di Benjamin Netanyahu indicano i nemici del premier e invitano gli elettori a impedirne la sconfitta. Poco più avanti, sui muri compaiono i volti di Mansour Abbas, leader di Ra’am, della Lista unita e di Yair Golan. È qui, nelle comunità arabe, che potrebbe giocarsi una parte decisiva della partita per il governo.
Le elezioni del 27 ottobre non hanno consegnato a Netanyahu una maggioranza parlamentare. Il blocco che sostiene il premier è avanti, ma non raggiunge i 61 seggi necessari per governare. L’opposizione guidata da Gadi Eisenkot, ferma a 49 seggi nelle prime proiezioni, potrebbe quindi avere bisogno dei partiti arabi. Proprio quelli con cui il leader centrista ha escluso di voler condividere un esecutivo.
I numeri spiegano la portata del risultato: con circa il 60% delle schede scrutinato, le forze arabe passano dai 10 seggi della precedente legislatura ad almeno 16, secondo alcune stime fino a 18. Un’avanzata accompagnata da una partecipazione senza precedenti recenti. Per la prima volta, secondo i dati riportati durante lo spoglio, l’affluenza nelle comunità arabe avrebbe superato quella registrata tra gli elettori ebrei. A Umm al-Fahm ha votato il 75,7% degli aventi diritto, contro il 38% di quattro anni fa. «Siamo andati a votare in massa per dire che esistiamo, per i nostri fratelli al di là del confine», racconta Ibrahim Hirallah, 24 anni, ingegnere e attivista impegnato nella campagna di Ra’am. Per lui, il voto è anche una rivendicazione di appartenenza: «Sono musulmano, palestinese, arabo, con la cittadinanza israeliana. Se non l’avessi, mi caccerebbero, e questa è la mia terra».
Gli arabi israeliani rappresentano circa il 20% della popolazione. Discendenti dei palestinesi rimasti dopo la nascita dello Stato di Israele nel 1948, partecipano alla vita politica e siedono alla Knesset, ma continuano a denunciare discriminazioni ed esclusione. La legge sullo Stato-nazione del 2018, che riconosce agli ebrei il diritto all’autodeterminazione nazionale, è per molti il simbolo di questa contraddizione.

Due strategie, un peso politico crescente
La crescita elettorale riunisce forze diverse. Ra’am, guidato da Mansour Abbas, è espressione del ramo meridionale del Movimento islamico: conservatore sul piano religioso, ma disposto a negoziare per ottenere risultati politici e sociali. Nel 2021 fu il primo partito arabo a entrare in un governo israeliano, sostenendo l’esecutivo di Naftali Bennett e Yair Lapid. La Lista unita riunisce invece formazioni con una storia e un orientamento differenti, tra cui Hadash, Ta’al di Ahmad Tibi e Balad, nazionalista palestinese. Tibi avrebbe preferito presentarsi con una lista comune, convinto che avrebbe potuto conquistare 17 o 18 seggi. La scelta di Abbas di correre separatamente, tuttavia, non ha impedito alle forze arabe di rafforzarsi.
Resta da capire se questo risultato si tradurrà in un ruolo nel prossimo governo. Abbas punta a partecipare direttamente alle trattative, mentre Tibi propone di sostenere dall’esterno un eventuale esecutivo alternativo a Netanyahu. Il leader della Lista unita chiede inoltre un cambio ai vertici della Knesset e una legge che impedisca a una persona imputata di diventare primo ministro.
La diffidenza dell’opposizione
L’apertura ai partiti arabi resta però controversa anche tra gli avversari di Netanyahu. Eisenkot ha ripetuto durante la campagna che non intende governare con Abbas o Tibi, sostenendo che le loro posizioni non coincidono con i suoi principi. Una chiusura che rischia di restringere le possibilità di costruire una maggioranza alternativa. Tibi, dal canto suo, attribuisce a Netanyahu la responsabilità politica del 7 ottobre e denuncia l’inasprimento del clima nei confronti dei cittadini arabi dopo l’attacco di Hamas e la guerra a Gaza. Secondo il deputato, centinaia di studenti e lavoratori arabi sarebbero stati arrestati per contenuti pubblicati sui social o per manifestazioni di solidarietà con i palestinesi.
La guerra e la questione palestinese, sostiene Tibi, sono rimaste ai margini del confronto elettorale, nonostante siano centrali per il futuro del Paese. Il deputato racconta di aver perso tredici familiari nei bombardamenti su Gaza, tra cui due bambini, Ahmed, di dieci anni, e Lama, di quattro. «Si parla sempre del figlio di Eisenkot, un dolore che capisco. Ma delle nostre famiglie, mai», afferma.
Il risultato delle urne consegna dunque ai partiti arabi un peso parlamentare maggiore, ma non garantisce loro un accesso al potere. La loro crescita potrebbe risultare decisiva per impedire a Netanyahu di restare al governo; perché ciò accada, tuttavia, l’opposizione dovrà superare le proprie divisioni e decidere se trasformare i voti arabi in un’alleanza politica concreta.
