Non sarà soltanto l’ultimo saluto ad Ali Khamenei. Per la Repubblica islamica i funerali della storica Guida Suprema rappresentano soprattutto una dimostrazione di forza politica, religiosa e militare in un momento estremamente delicato per il Paese.
La cerimonia, che prenderà il via sabato e durerà sei giorni, è destinata a trasformarsi in uno dei più grandi eventi pubblici della storia recente dell’Iran. Le autorità prevedono l’arrivo di milioni di persone, anche se i numeri diffusi da Teheran vengono accolti con cautela dagli osservatori internazionali. Al di là delle cifre, il messaggio che il regime vuole trasmettere appare chiaro: mostrare unità interna mentre il Paese affronta una complessa fase di transizione dopo la morte di Khamenei e continua a confrontarsi con le conseguenze della guerra con Israele e degli attacchi statunitensi.
Khamenei, guida politica e massima autorità religiosa della Repubblica islamica per quasi quattro decenni, era stato ucciso il 28 febbraio durante un bombardamento israeliano. Dopo la sua morte la successione è passata al figlio Mojtaba Khamenei, una scelta che ha alimentato interrogativi sia all’interno del Paese sia nella comunità internazionale.
I funerali assumono così un valore che va ben oltre quello simbolico. Da un lato servono a rafforzare l’immagine del nuovo vertice dello Stato; dall’altro offrono al regime l’occasione di presentare Khamenei come un martire della Repubblica islamica e della resistenza contro Israele e gli Stati Uniti. Il percorso della salma riflette questa strategia. Dopo Teheran, il corteo attraverserà le città sante di Qom, in Iran, e Najaf e Karbala, in Iraq, due dei principali centri dello sciismo mondiale, per concludersi a Mashhad, città natale di Khamenei. Una scelta che punta anche a ribadire il ruolo dell’Iran come riferimento politico e religioso per il mondo sciita.

L’organizzazione dell’evento è imponente. Migliaia di uomini delle forze di sicurezza saranno impegnati lungo il percorso, mentre ospedali, scuole, moschee e strutture pubbliche sono stati predisposti per accogliere i pellegrini. La metropolitana di Teheran resterà aperta gratuitamente e saranno distribuiti acqua e viveri ai partecipanti. Accanto alla dimensione celebrativa, resta però un clima di forte tensione. Le autorità iraniane hanno avvertito che qualsiasi eventuale attacco durante le cerimonie provocherebbe una dura risposta nei confronti di Israele e degli Stati Uniti. Anche per questo il dispositivo di sicurezza è stato rafforzato in maniera eccezionale.
La partecipazione dei vertici dello Stato sarà osservata con particolare attenzione. Sono attesi il presidente Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf. Più incerta, invece, la presenza pubblica di Mojtaba Khamenei, che dalla sua nomina non è praticamente mai apparso davanti all’opinione pubblica, alimentando dubbi sul suo reale ruolo e sulle sue condizioni.
Tra gli ospiti stranieri dovrebbero partecipare anche rappresentanti di alcuni Paesi alleati di Teheran, a conferma della volontà iraniana di trasformare i funerali in un messaggio rivolto non solo alla popolazione, ma anche alla comunità internazionale. Dietro le immagini delle grandi folle e delle celebrazioni ufficiali resta tuttavia un Paese profondamente diviso. Se una parte della popolazione continua a identificarsi con la Repubblica islamica e con la figura di Khamenei, negli ultimi anni proteste, crisi economica e repressione hanno allargato la distanza tra il regime e una parte significativa della società, soprattutto tra le nuove generazioni.
Per questo la cerimonia dei prossimi giorni non rappresenterà soltanto un momento di lutto nazionale. Sarà anche il primo grande banco di prova per la nuova leadership iraniana e un test sulla capacità del regime di mostrare stabilità mentre affronta una delle fasi più complesse della propria storia recente.

