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Giovani in piazza, le radici della rabbia: povertà, scuola e futuro incerto

giovani in piazza

Le devastazioni di Milano hanno occupato il dibattito pubblico, ma non esauriscono ciò che sta accadendo tra gli adolescenti italiani. Protesta studentesca, disagio sociale e violenza di gruppo sono fenomeni diversi, che possono incontrarsi senza avere le stesse motivazioni. I dati sulla povertà e le ricerche sulla criminalità minorile aiutano a capire dove intervenire.

Le vetrine distrutte raccontano la violenza di quei giorni. Non raccontano, da sole, una generazione. Dopo i saccheggi e gli scontri di Milano, il dibattito sui giovani sembra essersi ristretto alla scelta delle sanzioni, alla presenza dei militari e al controllo delle convocazioni sui social. Sono questioni concrete, che riguardano la protezione delle persone e l’accertamento delle responsabilità. Ma lasciano fuori una parte essenziale del problema: le condizioni nelle quali gli adolescenti crescono e il rapporto che stanno costruendo con la società adulta.

L’analisi di Maria Novella De Luca, pubblicata il 22 ottobre, invita ad allargare lo sguardo. Nelle piazze italiane convivono studenti con rivendicazioni definite, giovani che cercano occasioni di partecipazione, gruppi attratti dallo scontro e persone che approfittano della confusione per commettere reati. Ridurre tutto a un unico movimento impedisce di comprendere le differenze. Considerare le devastazioni una spiegazione sufficiente del malessere giovanile produce lo stesso risultato.

Per leggere questo autunno occorre partire da qui: la protesta sociale e la violenza possono occupare gli stessi luoghi, ma non diventano per questo la stessa cosa.

La povertà resta alta, soprattutto tra i più giovani

Il primo elemento è materiale. Secondo l’Istat, nel 2025 vivevano in povertà assoluta oltre 5,4 milioni di persone, il 9,3% dei residenti, appartenenti a circa 2,1 milioni di famiglie. Tra i minorenni l’incidenza raggiungeva il 12,5%, per un totale di oltre un milione e 136mila bambini e ragazzi.

È una condizione che riguarda, dunque, circa un minore su otto. La povertà assoluta viene misurata attraverso la spesa necessaria ad acquistare un insieme di beni e servizi essenziali, con soglie differenziate secondo le caratteristiche della famiglia e del territorio.

Va però letto anche l’andamento: l’Istat descrive il fenomeno come sostanzialmente stabile rispetto al 2024, con segnali di miglioramento per alcune fasce di minori. Questi dati non autorizzano a parlare di un peggioramento continuo e indistinto. Documentano la persistenza di una vulnerabilità molto estesa, che colpisce i giovani più degli anziani: tra i 18-34enni l’incidenza è del 12,1%, contro il 6,1% degli ultrasessantacinquenni. Il rapporto Istat sulla povertà nel 2025.

Per un adolescente, le ristrettezze familiari possono tradursi nella rinuncia a un’attività sportiva, a un’uscita, a un computer adeguato per studiare. Spese apparentemente secondarie diventano ostacoli alla partecipazione alla vita dei coetanei.

Da questi numeri non discende una spiegazione automatica dei saccheggi. La povertà non determina un comportamento criminale e la grande maggioranza dei ragazzi in difficoltà non commette violenze. Descrive però una parte del contesto nel quale si formano aspettative, frustrazioni e opportunità.

Le richieste degli studenti hanno contenuti riconoscibili

Accanto alle immagini dei negozi assaltati esiste una mobilitazione che parla di diritto allo studio, edifici scolastici, trasporti, sostegno psicologico e costo della vita.

La campagna Generazione Fuoriclasse, promossa dalla Rete degli Studenti Medi, nasce con l’obiettivo dichiarato di dare continuità alle proteste, oltre la singola giornata di sciopero. Nel percorso annunciato dall’organizzazione, la mobilitazione dovrebbe proseguire nelle scuole e nelle piazze fino al 20 novembre.

La coordinatrice nazionale Angela Verdecchia presenta il caro studio, la mancanza di tutele e le condizioni degli istituti come problemi collettivi che richiedono risposte strutturali. Il percorso ha previsto anche la partecipazione alla manifestazione romana della Via Maestra del 17 ottobre. La ricostruzione della campagna e delle sue richieste.

Sono rivendicazioni sulle quali si può discutere, concordare o dissentire. Hanno interlocutori e obiettivi identificabili. Assimilarle al saccheggio di un supermercato significa cancellarne il contenuto politico.

Allo stesso modo, attribuire a chiunque distrugga una vetrina una consapevole protesta contro le disuguaglianze rischia di assegnargli motivazioni che non ha espresso. Le responsabilità e le ragioni vanno ricostruite caso per caso.

Milano, il centro come luogo di consumo e riconoscimento

Le devastazioni del 17 e 18 ottobre hanno riportato l’attenzione sul rapporto tra centro e periferie. È un tema che abbiamo affrontato raccontando il disagio sociale dietro alcuni dei minorenni coinvolti negli scontri.

Per comprendere quel rapporto non basta dividere la città tra quartieri poveri e quartieri ricchi. Bisogna chiedersi quali possibilità offra ciascun territorio a chi lo abita: collegamenti, luoghi di incontro, attività accessibili, servizi educativi, occasioni per stare insieme senza dover necessariamente consumare.

Il centro delle grandi città concentra commercio, intrattenimento e simboli di successo. Un adolescente può frequentarlo ogni giorno e sentirsi comunque estraneo alle possibilità che mette in mostra. È una chiave di lettura utile per interrogare le politiche urbane, non una diagnosi da applicare indistintamente agli arrestati.

Il furto di un capo firmato, per esempio, non dimostra da solo né una condizione di povertà né una rivolta contro il sistema economico. Possono intervenire desiderio di possesso, emulazione, pressione del gruppo, ricerca di eccitazione. Spiegare significa ricostruire queste differenze, senza trasformare una categoria sociale in un insieme di colpevoli o di vittime predeterminate.

La violenza giovanile è un problema reale, ma i numeri vanno letti correttamente

Il rapporto “(Dis)armati” di Save the Children, pubblicato a marzo, segnala l’aumento dei minorenni denunciati o arrestati per alcuni reati violenti. Mantiene però un quadro comparativo: l’Italia resta tra i Paesi europei con livelli contenuti di coinvolgimento di minori e giovani adulti nel sistema di giustizia.

Un dato particolarmente rilevante riguarda le armi: a livello nazionale i minori segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere sono passati da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024.

Occorre invece correggere la diffusione di un’altra percentuale: il +455% in dieci anni riguarda Milano, dove il dato passa da 27 nel 2014 a 150 nel 2024. Non è un aumento nazionale e non riguarda soltanto arresti.

Sono indicatori seri, da tenere distinti dalle condanne definitive e dalla diffusione effettiva dei comportamenti nell’intera popolazione adolescente. I dati e le distinzioni del rapporto Save the Children.

I social accelerano le aggregazioni e rendono visibile lo scontro

La ricerca descrive anche gruppi temporanei e mutevoli, che possono aggregarsi attraverso le piattaforme, e una violenza filmata e condivisa per ottenere riconoscimento. Il fenomeno coinvolge anche ragazzi provenienti da ambienti socialmente integrati: la marginalità economica non è una spiegazione sufficiente. L’analisi di Save the Children sulle dinamiche dei gruppi.

Questo aiuta a comprendere perché la gestione delle piazze sia diventata più complessa. Una convocazione può raggiungere persone che non si conoscono, con intenzioni diverse e senza una struttura riconoscibile capace di assumersi responsabilità organizzative.

La possibilità di essere ripresi aggiunge un incentivo: il gesto non si conclude nel luogo in cui avviene, ma continua a circolare davanti a un pubblico. È una dinamica da studiare anche nelle sue conseguenze preventive e investigative.

Definire tutto questo “generazione TikTok”, però, lascia inevase molte domande. Il mezzo di comunicazione spiega come una convocazione si diffonda; non chiarisce da solo perché qualcuno scelga di rispondervi o perché altri decidano di compiere un reato.

La protesta ha bisogno di rappresentanza e responsabilità

Le reti informali possono consentire a persone lontane dai partiti e dai sindacati di partecipare. La stessa apertura rende più difficile definire chi rappresenti una mobilitazione, chi ne condivida davvero gli obiettivi e chi utilizzi un appuntamento per finalità proprie.

Per chi organizza una protesta pacifica questo è un problema concreto. Proteggere il diritto di manifestare richiede anche una capacità organizzativa, interlocutori riconoscibili e una presa di distanza chiara dalle violenze. Per le istituzioni richiede di distinguere le condotte, evitando che la responsabilità di alcuni venga estesa a tutti i partecipanti.

Le eventuali infiltrazioni e le attività coordinate devono essere accertate attraverso le indagini. La presenza di soggetti interessati a sfruttare una protesta non dimostra, da sola, che tutte le piazze rispondano a una regia comune.

Il precedente della Pantera, senza confondere le epoche

I richiami al Sessantotto, al 1977 e alla Pantera possono aiutare a porre domande, purché non diventino sovrapposizioni.

La Pantera fu un movimento universitario nato a Palermo nel dicembre 1989 e diffusosi nel 1990, contro il progetto di autonomia universitaria legato al ministro Antonio Ruberti. Appartiene a una fase diversa da quella dei movimenti precedenti e non va confusa con le Pantere Nere statunitensi. La ricostruzione storica dell’IHMC.

Il confronto utile riguarda la capacità di trasformare un malessere diffuso in richieste condivise e forme durature di partecipazione. Non basta una somiglianza tra immagini di piazza per stabilire che stia nascendo un movimento analogo.

La risposta si misura anche fuori dall’emergenza

La repressione dei reati riguarda fatti e responsabilità individuali. Le politiche giovanili devono raggiungere una popolazione molto più ampia, compresi i ragazzi che non partecipano a una manifestazione e non provocano disordini.

Come abbiamo sostenuto nel commento sul rapporto tra disagio sociale, povertà e repressione, il problema richiede continuità. Scuole utilizzabili anche oltre le lezioni, trasporti accessibili, spazi pubblici, sostegni allo studio e servizi capaci di intercettare precocemente le difficoltà sono scelte sulle quali valutare l’azione delle istituzioni.

Servono obiettivi verificabili: quante persone vengono raggiunte, quanto durano gli interventi, quali territori restano scoperti. Un progetto annunciato dopo gli scontri e abbandonato quando l’attenzione si sposta non costruisce una relazione con gli adolescenti.

Le violenze devono essere fermate e le responsabilità accertate. Le domande poste dai giovani restano, anche quando le piazze si svuotano. La capacità di rispondere a quelle domande dirà molto più del numero di giorni trascorsi in emergenza.

Fonti