Scuola abbandonata, fragilità familiari, ricerca di riconoscimento e rabbia che trova nei social un luogo di aggregazione. Dopo le devastazioni, le testimonianze degli educatori e i primi dati giudiziari aiutano a leggere il disagio dei giovanissimi coinvolti. Gli interrogatori dei maggiorenni raccontano storie diverse: difficoltà economiche, emulazione e curiosità per gli scontri.
Dietro i minorenni definiti «sfasciatutto» di Milano cominciano a emergere età, percorsi e condizioni che le immagini delle devastazioni non raccontano. La maggioranza degli adolescenti arrestati nel fine settimana ha quindici o sedici anni. Trentuno non hanno precedenti penali. Sono informazioni diffuse dagli stessi vertici della giustizia minorile, che invitano a una lettura del fenomeno più precisa delle etichette circolate dopo gli assalti ai negozi.
Le responsabilità per le violenze dovranno essere accertate individualmente. Intanto, accanto al lavoro degli investigatori, si apre una questione che riguarda la città, la scuola e le famiglie: quali fragilità rendono alcuni adolescenti disponibili a entrare in un gruppo che distrugge, saccheggia o aggredisce?
Non c’è una risposta unica. Le testimonianze raccolte in queste ore descrivono emarginazione, difficoltà a riconoscere l’autorità degli adulti, desiderio di possedere i simboli del successo e attrazione per la visibilità. Negli interrogatori compaiono anche il timore di perdere il reddito familiare e la curiosità per una piazza conosciuta attraverso i video. Ma occorre distinguere: i cinque giovani di cui Repubblica ricostruisce le difese davanti al giudice hanno fra diciotto e ventiquattro anni. Le loro vicende affiancano quelle dei minorenni, senza sostituirle.
I primi provvedimenti e il profilo dei minorenni
Per gli undici minorenni arrestati sabato 17 ottobre sono arrivate le convalide: otto collocamenti in comunità e tre provvedimenti di permanenza in casa. Per altri ventiquattro adolescenti arrestati domenica 18 sono in preparazione le udienze.
Nella nota congiunta della presidente del Tribunale per i minorenni, Paola Ortolan, e del procuratore minorile, Luca Villa, si segnala anche che venticinque dei ragazzi sono nati in Italia e che la maggior parte vive a Milano o nell’hinterland. Il resoconto di Adnkronos.
Sono dati ancora insufficienti a tracciare un profilo sociale completo, ma importanti per evitare spiegazioni sommarie. L’assenza di precedenti non cancella la gravità delle contestazioni; indica però che, per molti, questo è il primo ingresso nel circuito penale.
Comunità e permanenza in casa sono misure che intervengono mentre si accertano i fatti. Non sono sentenze di condanna, né consentono di attribuire indistintamente a tutti gli arrestati le stesse condotte.
Don Burgio: ragazzi che la scuola non riesce più a raggiungere
Una testimonianza diretta arriva da don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria e fondatore della comunità Kayròs. Intervistato da Repubblica, racconta di aver incontrato dopo i fermi ragazzini di tredici e quattordici anni, italiani e figli di stranieri, segnati da povertà economica e culturale.
Il passaggio più rilevante riguarda la scuola: «Molti non vanno nemmeno a scuola», osserva. La difficoltà, spiega, è raggiungerli prima che la rabbia produca conseguenze penali. Nella sua esperienza, alcuni di questi giovanissimi vivono lontani da relazioni educative capaci di porre limiti e offrire alternative. L’intervista di Zita Dazzi a Repubblica.
È il racconto dei ragazzi che Burgio ha incontrato, non una diagnosi estendibile automaticamente a ogni partecipante agli scontri. Aiuta però a individuare un problema concreto: quando un adolescente smette di frequentare la scuola, perde anche uno dei luoghi in cui il suo disagio potrebbe essere riconosciuto.
L’intervento arriva così dopo il fermo, quando la relazione con un educatore deve già confrontarsi con un reato contestato, con la paura e con il rischio di ripetere le stesse azioni.
«Vogliono licenziare mio padre»: il carovita entra negli interrogatori
Fra i maggiorenni, la vicenda che collega più esplicitamente la partecipazione alla protesta alle condizioni familiari è quella di un ventunenne.
Secondo la ricostruzione di Repubblica, il giovane ha raccontato di aver scoperto su TikTok, circa una settimana prima, la convocazione della manifestazione contro il carovita. Avrebbe deciso di aderire perché la famiglia attraversava difficoltà economiche: a suo dire, l’azienda del padre starebbe cercando di licenziarlo.
È una dichiarazione resa dall’indagato a propria difesa, non un accertamento indipendente sulla situazione lavorativa del genitore. Il ragazzo ha però ammesso di aver lanciato pietre e di aver respinto con dei calci i fumogeni, sostenendo di essersi lasciato trascinare dalle azioni degli altri.
Il suo racconto mette insieme elementi diversi: una preoccupazione economica, l’adesione a una protesta conosciuta online e la partecipazione a condotte violente. La rabbia familiare, nella versione offerta al giudice, diventa il motivo con cui tenta di spiegare il passaggio dall’una alle altre.
È proprio quel passaggio che merita attenzione. Una difficoltà reale non conduce necessariamente alla violenza. Per capire perché, in una determinata situazione, qualcuno scelga di lanciare una pietra servono anche la ricostruzione delle decisioni individuali, delle relazioni nel gruppo e delle occasioni offerte dalla piazza.
Curiosità, travestimenti e ricerca di riconoscimento
Gli altri interrogatori restituiscono motivazioni meno legate a una rivendicazione sociale.
Un ventiduenne che lavora come magazziniere ha spiegato di essere andato in centro domenica per curiosità, dopo aver visto gli scontri del giorno precedente. Un diciannovenne ha raccontato di aver raggiunto il Duomo su invito di amici incontrati mentre aspettava un autobus. Il ventunenne ha descritto il passamontagna con il teschio come un accessorio scenico.
Sono versioni che gli inquirenti devono confrontare con immagini, testimonianze e verbali. Nel loro insieme mostrano quanto sia difficile ricondurre tutti a un’identica categoria. Ci sono giovani che lavorano, persone attirate dallo spettacolo degli scontri, altre che richiamano problemi familiari e altre ancora che minimizzano ciò che avrebbero fatto.
La convocazione sui social può mettere nello stesso luogo queste disponibilità diverse. Chi arriva per osservare incontra chi vuole protestare e chi è già intenzionato a commettere violenze. L’esito dipende anche dalle scelte compiute una volta sul posto.
Negli episodi esaminati dal giudice Fabrizio Filice, il turbamento mostrato da alcuni indagati durante l’udienza non ha attenuato la valutazione delle condotte: il magistrato ha sottolineato la partecipazione consapevole ad azioni collettive distruttive. La vulnerabilità di una persona e la sua responsabilità possono coesistere.
Le scarpe di marca e la distanza dal successo esibito
Nell’intervista al Giorno, Burgio propone un’altra chiave di lettura. Ai bisogni materiali si accompagna il desiderio dei beni che rappresentano prestigio e appartenenza: abbigliamento costoso, scarpe, oggetti attraverso cui ottenere riconoscimento.
L’educatore, che ha già accolto in comunità due quattordicenni coinvolti, lega questa spinta alla distanza fra il successo esibito e le possibilità percepite da alcuni adolescenti. Richiama inoltre l’assenza di riferimenti adulti e il modo in cui il gruppo può mettere in secondo piano la responsabilità personale. L’intervista di Simona Ballatore al Giorno.
È un’interpretazione educativa che consente di andare oltre la contrapposizione fra chi attribuisce tutto alla miseria e chi considera irrilevante qualsiasi condizione sociale.
Un paio di scarpe sottratto a un negozio può avere un valore economico e, per chi lo desidera, anche simbolico. Questo significato non rende il saccheggio una rivendicazione legittima, ma aiuta a interrogarsi sui modelli di riconoscimento proposti ai ragazzi: che cosa permette di sentirsi parte di un gruppo, quali risultati vengono considerati desiderabili, attraverso quali percorsi si pensa di poterli raggiungere.
La povertà dei minori è un problema documentato
Il quadro nazionale offre una misura delle fragilità economiche, pur senza descrivere le condizioni dei singoli arrestati.
Secondo l’Istat, nel 2025 vivevano in povertà assoluta oltre un milione e 136mila minorenni, il 12,5% dei residenti sotto i diciotto anni. L’incidenza complessiva risultava sostanzialmente stabile rispetto al 2024, con segnali di miglioramento per la fascia fra sette e tredici anni. Il rapporto Istat sulla povertà nel 2025.
Questi numeri non dimostrano un nesso causale fra povertà e devastazioni. La grande maggioranza dei ragazzi che vive difficoltà economiche non partecipa a saccheggi. Documentano però la dimensione di un problema di cui le politiche per l’adolescenza devono tenere conto.
Anche la povertà educativa, nel quadro elaborato dall’Istat, riguarda più del reddito: comprende le opportunità formative, culturali, sportive e relazionali disponibili in famiglia, a scuola e nel territorio. È su questa pluralità di condizioni che va costruita la prevenzione. Il quadro Istat sulla povertà educativa.
Il lavoro che deve continuare dopo gli arresti
Proteggere commercianti, lavoratori, residenti e agenti dalle aggressioni è un’esigenza immediata. Il disagio sociale diventa però una questione di sicurezza anche quando obbliga a chiedersi che cosa succederà ai ragazzi dopo il provvedimento giudiziario.
Le risposte richiedono continuità: verificare la frequenza scolastica, sostenere le famiglie in difficoltà, rendere accessibili attività formative e sportive, costruire percorsi individuali per chi entra nelle comunità. Sono interventi che devono avere personale, risorse e obiettivi verificabili.
Ridurre tutti a «sfasciatutto» rende meno visibili le differenze su cui un intervento efficace dovrebbe lavorare. Trasformarli indistintamente in vittime toglierebbe invece peso alle loro scelte e ai danni provocati.
La prevenzione comincia dalla conoscenza delle singole storie. Per i giovanissimi già coinvolti significa affiancare all’accertamento delle responsabilità un percorso capace di ridurre il rischio di nuove violenze. Per quelli che non sono ancora arrivati davanti a un giudice significa riuscire a incontrarli prima.
Fonti
- Repubblica, Ilaria Carra e Carmine R. Guarino, Duomo, gli arrestati: “Ero curioso di vedere gli scontri”, “lì perché vogliono licenziare mio padre”, 20 ottobre 2026.
- Adnkronos — Le convalide degli arresti e i dati diffusi dalla giustizia minorile.
- Repubblica — Don Burgio sui giovanissimi incontrati dopo i fermi.
- Il Giorno — Don Burgio: disuguaglianze, riferimenti adulti e scuola.
- Istat — La povertà in Italia, anno 2025.
- Istat — Rapporto sulla povertà educativa 2025, quadro di sintesi.
