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Il disagio sociale e la povertà non si combattono a colpi di decreto e repressione

disagio sociale e povertà

Dopo le devastazioni, il governo risponde con fermi e pene più severe. Ma la distanza fra periferie impoverite e centri trasformati in vetrine del benessere richiede scelte sulla casa, sulla scuola e sui servizi. Anche Milano deve interrogarsi sul modello di città che sta costruendo.

Un decreto può introdurre un reato, aumentare una pena, prolungare un fermo. Non può offrire a un adolescente una prospettiva che prima non aveva. La stretta approvata dal governo dopo le devastazioni di Milano affronta il problema attraverso gli strumenti della prevenzione di polizia e della sanzione. Il disagio che precede l’ingresso di un ragazzo in questura rimane, però, largamente fuori da questa risposta.

Le aggressioni e i saccheggi richiedono responsabilità individuali e tutela delle persone danneggiate. Detto questo, una politica che si esaurisce nella repressione rinuncia a una parte essenziale del proprio compito: intervenire sulle condizioni nelle quali quelle violenze possono trovare terreno.

Il problema riguarda anche la città che abbiamo scelto di costruire.

Milano concentra ricchezza, opportunità, cultura e lavoro. Ma il suo successo va misurato anche sulla possibilità di abitarla, studiarci e costruirvi una vita con uno stipendio normale. Se questa possibilità si restringe, la crescita dei valori immobiliari e dei consumi di lusso racconta soltanto una parte della storia.

Il centro ricco e patinato, organizzato attorno a shopping, ristorazione e accoglienza turistica, espone continuamente un modello di benessere. Per chi può permetterselo è una città piena di possibilità. Per chi resta escluso può diventare la rappresentazione quotidiana della propria distanza da quelle possibilità.

Una città non può essere pensata soprattutto per chi compra immobili, spende e soggiorna. Deve restare accessibile anche a chi la tiene in funzione: insegnanti, commessi, operai, infermieri, lavoratori dei servizi. E ai loro figli.

Nelle periferie dove si sommano precarietà abitativa, difficoltà economiche e poche opportunità educative, la vita può diventare molto più difficile. Per un adolescente contano la scuola che frequenta davvero, un luogo accessibile dove incontrare gli altri, un’attività sportiva che la famiglia possa pagare, un adulto presente quando comincia a perdere l’orientamento.

Don Claudio Burgio, cappellano del Beccaria, parla proprio di questo: ragazzi che faticano a riconoscere riferimenti adulti, che non frequentano o non vivono la scuola, che cercano nel gruppo un’appartenenza. La sua testimonianza indica un lavoro da fare prima dell’intervento penale. L’intervista al Giorno.

Le periferie hanno anche associazioni, scuole, oratori e famiglie che svolgono ogni giorno quel lavoro. Non possono essere lasciati a compensare, con il volontariato e la disponibilità personale, tutte le insufficienze delle politiche pubbliche. Servono risorse continuative, personale e servizi sui quali poter contare.

La povertà non produce automaticamente violenza. Milioni di persone affrontano privazioni senza aggredire nessuno. Proprio per questo bisogna evitare di trasformare interi quartieri in categorie sospette e, nello stesso tempo, riconoscere che l’esclusione rende più difficile costruire autonomia, fiducia e appartenenza.

Riqualificare significa allora rendere migliori le condizioni di vita degli abitanti. Se un intervento rende un quartiere più desiderabile ma meno accessibile a chi ci vive, il disagio viene spostato più lontano.

Questa responsabilità riguarda il governo, la Regione e il Comune. Riguarda le politiche abitative, la manutenzione delle case popolari, il sostegno alla scuola, i trasporti e le opportunità di formazione e lavoro. Nessun livello istituzionale può limitarsi ad attribuire agli altri ciò che manca.

Il decreto offre al governo una risposta immediatamente visibile. Ricostruire una relazione educativa o garantire una casa accessibile richiede più tempo, ma è su questi risultati che andrebbe giudicata anche la capacità di garantire sicurezza.

Vogliamo davvero una Milano, e grandi città italiane, nelle quali il centro è sempre più riservato a chi può spendere e ai quartieri esterni si chiede soprattutto di non creare problemi?

Se la risposta è no, occorre cambiare le priorità. La qualità di una città si misura anche dalla vita possibile per chi dispone di meno. È lì che una politica contro il disagio deve cominciare.