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LA FOTOGRAFIA

Draghi rilancia la sfida della competitività: Italia quarta in Europa, ma ricerca e burocrazia frenano la crescita

Il rapporto sulla competitività europea ha riportato al centro dell’agenda il futuro industriale del continente. Ma la partita non si gioca soltanto a Bruxelles: il primo confronto nazionale sulla competitività colloca l’Italia al quarto posto, a pari merito con la Germania, evidenziando però ritardi importanti nella ricerca e nella semplificazione.

La competitività è tornata prepotentemente al centro del dibattito economico e politico europeo. E non potrebbe essere altrimenti. La distanza tecnologica dagli Stati Uniti e dalla Cina, la difficoltà di far crescere grandi imprese innovative e la debolezza degli investimenti in alcuni comparti strategici stanno mettendo in discussione il ruolo dell’Europa nell’economia globale.

Una recente riflessione pubblicata su MF sul rapporto tra competitività europea e responsabilità dei singoli Stati offre l’occasione per approfondire una questione che riguarda da vicino anche l’Italia. Si tende spesso a guardare a Bruxelles come al luogo nel quale si decide il futuro industriale dell’Europa, dimenticando che una parte importante della partita si gioca nelle capitali nazionali.

Il dibattito, del resto, non è nuovo. Nel 1994 Paul Krugman, futuro Premio Nobel per l’Economia, aveva messo in guardia dall’eccessiva enfasi sulla competitività, definendola una «pericolosa ossessione» in un celebre articolo pubblicato su Foreign Affairs. Secondo l’economista americano, il confronto tra Paesi non può essere assimilato alla competizione tra imprese: le economie nazionali sono sistemi complessi e il loro benessere non si misura semplicemente nella capacità di conquistare mercati a scapito dei concorrenti.

Trent’anni dopo, però, il quadro è profondamente cambiato. La competizione tecnologica, la trasformazione delle catene produttive internazionali e le nuove tensioni geopolitiche hanno reso la capacità industriale e innovativa una questione anche di autonomia strategica. Non basta più disporre di un mercato ampio e di una buona base manifatturiera: occorre essere in grado di sviluppare tecnologie, attrarre investimenti e trattenere competenze. È questa la preoccupazione che attraversa il rapporto sulla competitività europea presentato da Mario Draghi nel settembre 2024. Il documento mette in evidenza i ritardi accumulati dall’Unione rispetto alle principali economie mondiali e indica nella produttività, nell’innovazione e nella mobilitazione degli investimenti le condizioni indispensabili per rilanciare la crescita europea. Il problema non riguarda soltanto la dimensione delle imprese o la disponibilità di capitali. Riguarda anche la capacità di trasformare la ricerca in prodotti, tecnologie e attività economiche, evitando che le innovazioni sviluppate in Europa finiscano per essere valorizzate altrove.

Il nodo degli investimenti e dell’innovazione

Uno degli aspetti più rilevanti del rapporto Draghi riguarda proprio la difficoltà europea di trasformare la propria tradizione industriale e scientifica in nuovi campioni tecnologici. L’Europa dispone di università, centri di ricerca e competenze di alto livello, ma fatica a trasformare questi asset in imprese capaci di raggiungere dimensioni globali. La frammentazione del mercato, le difficoltà di accesso ai capitali, la complessità regolatoria e la minore propensione agli investimenti in tecnologie avanzate costituiscono altrettanti ostacoli.

Il problema non si risolve semplicemente aumentando le risorse pubbliche. Occorre creare un ambiente nel quale gli investimenti privati possano svilupparsi, le imprese innovative possano crescere e la ricerca trovi più facilmente applicazione industriale. È una sfida che riguarda l’intera Unione europea, ma che assume caratteristiche differenti da Paese a Paese. Le condizioni nelle quali operano le imprese, infatti, non sono determinate soltanto dalle regole comunitarie. Contano anche l’efficienza delle amministrazioni, la qualità delle infrastrutture, il sistema formativo, la certezza normativa e la capacità dei governi di programmare gli interventi nel medio-lungo periodo.

L’Italia non parte da zero, ma deve accelerare

Per l’Italia il quadro presenta elementi contraddittori. Da una parte c’è un sistema manifatturiero che continua a esprimere competenze e capacità competitive riconosciute a livello internazionale. Dall’altra permangono debolezze strutturali che limitano la possibilità di trasformare queste risorse in maggiore produttività e crescita. La dimensione degli investimenti in ricerca e sviluppo, il rapporto tra università e imprese, la disponibilità di capitale per sostenere le aziende innovative e la complessità burocratica sono alcuni dei principali problemi da affrontare.

Non è sufficiente avere imprese capaci di competere sui mercati internazionali se il contesto nazionale non consente loro di crescere, investire e innovare con la stessa rapidità dei concorrenti. La questione riguarda in particolare comparti destinati a diventare sempre più importanti: intelligenza artificiale, telecomunicazioni, energia, spazio, difesa, tecnologie pulite, automotive e scienze della vita. Sono settori nei quali si concentreranno investimenti rilevanti e nei quali si definiranno nuovi equilibri industriali e tecnologici. Per il nostro Paese sarà fondamentale non limitarsi a sostenere la domanda attraverso incentivi e agevolazioni, ma rafforzare le condizioni strutturali che permettono alle imprese di investire. Stabilità delle politiche industriali, tempi amministrativi più rapidi, maggiore collaborazione tra ricerca e industria e disponibilità di competenze specialistiche dovrebbero diventare priorità concrete.

La fotografia dell’I-Com: Italia quarta in Europa

Un contributo interessante alla discussione arriva dal primo rapporto nazionale sulla competitività realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com), presentato il 4 novembre 2026. Lo studio mette a confronto le dodici maggiori economie dell’Unione europea per popolazione, analizzando otto comparti strategici attraverso indicatori relativi a competenze, investimenti, ricerca e sviluppo, semplificazione amministrativa, attrattività, dipendenze internazionali e produttività.

Il risultato colloca l’Italia al quarto posto, a pari merito con la Germania, dietro Svezia, Spagna e Francia. È un dato che merita attenzione perché restituisce un’immagine del sistema italiano meno negativa di quella che spesso emerge dal dibattito pubblico. Il nostro Paese conserva posizioni di forza in diversi comparti strategici, ma la fotografia evidenzia anche differenze significative tra i settori e, soprattutto, alcune criticità che non possono essere ignorate. Tra queste figurano la debolezza degli investimenti in ricerca e sviluppo e le difficoltà legate alla semplificazione amministrativa.

Il valore di queste analisi sta soprattutto nella possibilità di superare le valutazioni generiche. Sapere dove si colloca l’Italia è importante, ma ancora più importante è individuare le ragioni dei ritardi e capire quali interventi possano produrre risultati concreti. La competitività non si costruisce con gli annunci. Richiede investimenti, capacità amministrativa, stabilità delle regole e politiche coerenti nel tempo.

Dalle analisi alle decisioni

Il rapporto Draghi ha avuto il merito di riportare la competitività al centro dell’agenda europea. Ma il passaggio dalle analisi alle decisioni resta il nodo più difficile. L’Unione deve superare le frammentazioni del mercato unico, rafforzare gli investimenti comuni e recuperare il divario tecnologico con Stati Uniti e Cina. Allo stesso tempo, i governi nazionali devono assumersi la responsabilità di rendere più efficienti i rispettivi sistemi economici. Per l’Italia questo significa non limitarsi a chiedere nuove risorse europee, ma dimostrare di saperle utilizzare, accompagnandole con riforme e scelte industriali capaci di produrre effetti duraturi.

La competitività, in definitiva, non è una responsabilità che si possa delegare a Bruxelles. L’Europa può indicare la direzione e costruire gli strumenti comuni, ma la capacità di trasformare quelle opportunità in crescita, occupazione qualificata e innovazione dipende anche dalle decisioni prese a Roma. L’Italia dispone di un patrimonio industriale e di competenze che rappresentano un vantaggio importante.

La vera sfida è valorizzarlo, intervenendo proprio su quei fattori che oggi ne limitano il potenziale. Perché nella nuova economia globale non basta avere imprese competitive: occorre anche un Paese capace di metterle nelle condizioni di crescere.