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Chi è Gadi Eisenkot, l’ex generale che sfida Netanyahu alle elezioni in Israele

Ex capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, già membro del gabinetto di guerra e oggi leader del partito Yashar, Eisenkot punta a diventare l’alternativa a Benjamin Netanyahu. Dalla strategia militare alla guerra a Gaza, fino alla leva obbligatoria per gli ultraortodossi: ecco le sue posizioni e gli ostacoli che potrebbe incontrare per formare un governo.

Gadi Eisenkot è uno dei protagonisti della sfida politica che si apre oggi, 27 ottobre 2026, in Israele. Generale in pensione ed ex capo di Stato Maggiore delle Forze di difesa israeliane (IDF), si presenta come un’alternativa a Benjamin Netanyahu, contestandone soprattutto la gestione della guerra e le scelte che hanno segnato la politica interna e internazionale del Paese dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023.

Alla guida di Yashar, partito fondato nel settembre 2025, Eisenkot propone una linea che combina fermezza sul piano della sicurezza, maggiore coinvolgimento degli alleati occidentali e riforme istituzionali. Tra i suoi obiettivi figurano anche l’estensione della leva militare agli ebrei ultraortodossi e l’apertura di un’inchiesta indipendente sulle responsabilità relative al 7 ottobre. Il suo profilo, tuttavia, è più complesso di quello di un semplice oppositore del premier. La lunga carriera nell’esercito, le scelte compiute durante il servizio e le sue posizioni sul conflitto israelo-palestinese mostrano una figura che si distanzia da Netanyahu su alcuni temi, ma resta intransigente su diversi aspetti della sicurezza nazionale.

Chi è Gadi Eisenkot: dalle origini al vertice dell’esercito israeliano

Nato il 19 maggio 1960 a Tiberiade, in Galilea, in una famiglia di origine marocchina, Eisenkot è cresciuto a Eilat. Dopo il diploma, conseguito nel 1978, è entrato nell’esercito israeliano, dando inizio a una carriera durata circa quarant’anni. Dai primi incarichi nella fanteria è passato progressivamente a ruoli di comando sempre più importanti. Ha partecipato alla prima guerra del Libano nel 1982 e, negli anni successivi, ha ricoperto diverse funzioni operative, fino a diventare uno dei principali responsabili della pianificazione militare. Durante la seconda guerra del Libano, nell’estate del 2006, guidava la direzione delle operazioni dell’IDF. Al termine del conflitto, segnato da critiche alla conduzione delle operazioni terrestri e alla risposta agli attacchi di Hezbollah, ha assunto il comando del fronte settentrionale.

Nel 2008 il suo nome è stato associato alla cosiddetta Dottrina Dahiya, una strategia di deterrenza basata sull’impiego di una forza militare schiacciante contro gli avversari e sulla distruzione di infrastrutture nei territori da cui provengono le minacce. La dottrina ha suscitato forti contestazioni per le conseguenze sui civili e per le implicazioni rispetto al diritto internazionale umanitario. Il dibattito è proseguito negli anni successivi, anche in relazione alle operazioni israeliane nella Striscia di Gaza. Il momento più alto della sua carriera militare è arrivato nel 2015, quando è stato nominato capo di Stato Maggiore, incarico mantenuto fino al 2019 durante il governo Netanyahu.

Il caso Azaria e la difesa della disciplina militare

Il suo mandato è stato segnato anche dal caso del soldato Elor Azaria. Nel marzo 2016, il sergente uccise con un colpo alla testa il palestinese Abdel Fatah al-Sharif, che era già ferito e immobilizzato dopo aver aggredito un militare israeliano. La vicenda provocò un acceso confronto nella società israeliana. Alcuni esponenti della destra radicale chiesero di evitare un procedimento contro il soldato, mentre Eisenkot sostenne la necessità di procedere per tutelare la disciplina dell’esercito. Azaria venne processato da un tribunale militare, riconosciuto colpevole di omicidio colposo e condannato a 18 mesi di reclusione, parte dei quali effettivamente scontati. L’episodio contribuì a definire l’immagine di Eisenkot come un comandante attento alla catena di comando e alle regole interne dell’IDF, anche quando le sue scelte entravano in contrasto con le richieste della destra più radicale.

Dall’esercito alla politica: la rottura con Netanyahu dopo il 7 ottobre

Eisenkot è entrato in politica nel 2022, quando è stato eletto alla Knesset, il Parlamento israeliano, nelle file di National Unity, la formazione guidata da Benny Gantz. Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e l’avvio della guerra a Gaza, è entrato nel gabinetto di guerra d’emergenza come osservatore, contribuendo alle valutazioni strategiche insieme a Gantz.

La collaborazione con il governo si è però progressivamente deteriorata. Eisenkot ha contestato l’approccio di Netanyahu, in particolare l’obiettivo della «vittoria totale» su Hamas, ritenuto insufficiente se non accompagnato da una strategia politica e militare concreta. Ha inoltre sostenuto che la liberazione degli ostaggi dovesse diventare una priorità assoluta, anche attraverso tregue prolungate. Nel giugno 2024 ha lasciato il gabinetto di guerra insieme a Gantz, denunciando l’assenza di una direzione strategica convincente. Da quel momento ha rafforzato la propria opposizione al premier, criticandone la gestione del conflitto e le conseguenze diplomatiche per Israele.

Nel settembre 2025 ha fondato Yashar, nome che in ebraico richiama i concetti di rettitudine e onestà. Il nuovo partito nasce con l’ambizione di costruire un’alternativa politica al governo e di riunire gli elettori che chiedono un cambio di leadership senza rinunciare a una linea rigorosa sulla sicurezza.

Le posizioni di Eisenkot: Gaza, palestinesi e sicurezza di Israele

La distanza da Netanyahu non significa che Eisenkot sostenga una svolta pacifista. Sul piano militare, mantiene una posizione dura nei confronti di Hamas, Hezbollah e Iran. La differenza riguarda soprattutto la strategia complessiva, la gestione del dopoguerra e i rapporti con gli alleati internazionali.

Per Gaza, Eisenkot esclude la creazione di uno Stato palestinese sovrano e considera la sicurezza del territorio una responsabilità israeliana. Si oppone però alla ricostituzione di insediamenti ebraici nella Striscia e propone, una volta neutralizzato Hamas, un’amministrazione civile palestinese moderata sostenuta da Paesi arabi, a partire dall’Egitto. La proposta si distingue dalla linea dei settori più radicali della coalizione di Netanyahu, favorevoli a una presenza israeliana permanente e alla ricostruzione degli insediamenti.

Resta comunque una visione nella quale l’autonomia palestinese sarebbe limitata dal controllo israeliano sulla sicurezza. Anche sulla Cisgiordania la sua posizione presenta elementi di continuità e di differenza rispetto al governo. Eisenkot ha espresso contrarietà al progetto di espansione degli insediamenti nell’area E1, ma non ha respinto in linea generale gli insediamenti ebraici. Ha contestato soprattutto il ruolo affidato al ministro di estrema destra Bezalel Smotrich nella gestione del territorio e ha proposto di riportare il controllo della Cisgiordania sotto una catena di comando militare.

Questa impostazione non elimina le controversie sul comportamento delle forze israeliane nei territori palestinesi, né risolve le questioni relative alla tutela della popolazione civile. La sua proposta si presenta dunque come una revisione della gestione politica e militare, più che come un cambiamento radicale dell’approccio israeliano al conflitto.

Il rapporto con gli Stati Uniti e la sfida diplomatica

Un altro punto della piattaforma di Eisenkot riguarda la posizione internazionale di Israele. L’ex generale considera problematico l’isolamento diplomatico che si è accentuato durante la guerra e punta a ricostruire il coordinamento con gli Stati Uniti e gli altri partner occidentali. La sua linea prevede una collaborazione più stretta con gli alleati e un maggiore impegno diplomatico, senza rinunciare alla libertà d’azione militare che Israele considera essenziale per la propria sicurezza.

In questo senso, il contrasto con Netanyahu riguarda anche il prezzo politico e internazionale che il governo è disposto a pagare per proseguire le proprie operazioni. La credibilità di questa proposta dipenderà, tra le altre cose, dalla capacità di affrontare le violenze dei coloni in Cisgiordania e di definire una strategia per Gaza che non si limiti alla dimensione militare.

La leva obbligatoria per gli ultraortodossi: uno dei nodi più delicati

Tra le proposte più controverse di Yashar c’è l’estensione del servizio militare obbligatorio agli ebrei ultraortodossi, gli Haredim, una parte della popolazione che beneficia di esenzioni legate al proprio percorso religioso. Per Eisenkot, il sistema attuale grava in modo sproporzionato sui riservisti, molti dei quali sono stati richiamati ripetutamente dopo il 7 ottobre. Una distribuzione più ampia degli obblighi militari consentirebbe, secondo la sua impostazione, di ridurre questa pressione e di rendere più equo il contributo alla difesa nazionale. La proposta, tuttavia, tocca uno dei principali equilibri della politica israeliana. I partiti ultraortodossi hanno storicamente esercitato un ruolo determinante nella formazione delle coalizioni e si oppongono all’abolizione delle esenzioni. Una riforma in questo senso potrebbe quindi diventare un ostacolo significativo nella costruzione di una maggioranza parlamentare.

Eisenkot ha inoltre promesso, in caso di vittoria, l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale indipendente sugli attacchi del 7 ottobre. La proposta si inserisce nel confronto sulle responsabilità politiche e istituzionali per il fallimento della sicurezza israeliana quel giorno. Il leader di Yashar sostiene anche la necessità di tutelare l’autonomia della magistratura e l’integrità delle istituzioni, in opposizione alle riforme giudiziarie promosse negli ultimi anni dalla maggioranza di Netanyahu.

Elezioni in Israele: quali alleanze può costruire Eisenkot?

La sfida elettorale non si esaurisce nel confronto diretto tra Eisenkot e Netanyahu. Il sistema proporzionale israeliano rende infatti indispensabile la costruzione di una coalizione: per ottenere la fiducia della Knesset occorre una maggioranza di almeno 61 seggi su 120.