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Stupro alla Cornell University, la chat con 57 studenti che riapre una domanda: chi sapeva?

Una studentessa sostiene di essere stata violentata da sette ragazzi nella sede della confraternita Chi Phi, dopo aver assunto alcol e droghe. La procura ha riaperto le indagini. Ma a sollevare le domande più inquietanti è quella chat: 57 studenti ne facevano parte

C’è una chat con 57 studenti. C’è una ragazza che sostiene di essere stata violentata per ore. E c’è un’indagine che, secondo la denuncia della giovane, sarebbe arrivata troppo tardi. È attorno a questi tre elementi che ruota il caso che sta scuotendo la Cornell University di Ithaca, nello Stato di New York, una delle più prestigiose università americane. Una vicenda che riporta al centro del dibattito la violenza sessuale nei campus, il ruolo delle confraternite e soprattutto una domanda difficile: che cosa fanno gli altri quando vedono, o vengono informati, di una possibile violenza?

La storia risale all’ottobre 2024. La protagonista, che all’epoca aveva 20 anni, ha denunciato di essere stata violentata da sette studenti all’interno della sede della confraternita Chi Phi. Secondo la sua versione, prima degli abusi avrebbe assunto ketamina, fumato marijuana e bevuto alcol. In quelle condizioni, sostiene, non sarebbe stata in grado di opporsi né di esprimere un consenso libero. Per quasi due anni il caso non ha avuto uno sviluppo giudiziario paragonabile alla gravità delle accuse. Ora, dopo una causa civile presentata dalla giovane, la procura della contea di Tompkins ha annunciato la riapertura degli accertamenti.

La notte alla confraternita

La studentessa racconta di essere arrivata alla casa di Chi Phi per incontrare un amico dopo aver già bevuto durante un evento organizzato da un’associazione studentesca. Secondo la ricostruzione contenuta nella causa, nella sede della confraternita avrebbe poi assunto altre sostanze e altro alcol. La ragazza sostiene che sette studenti abbiano abusato di lei nell’arco di diverse ore, quando non era più in condizioni di reagire.

Ma c’è un particolare che rende la vicenda ancora più complessa. Durante la notte, secondo gli atti citati dal New York Times, nella chat della confraternita sarebbe comparso un messaggio con cui altri studenti venivano informati della presenza della ragazza in una delle stanze. Il linguaggio utilizzato sarebbe stato esplicito e volgare. Quella chat aveva 57 membri. Ed è proprio questo il dettaglio che ha trasformato il caso Cornell in qualcosa di più di una controversia giudiziaria tra una studentessa e alcuni ragazzi.

Cosa sapevano gli altri studenti?

La domanda, naturalmente, non è se i 57 studenti siano tutti responsabili di qualcosa: sarebbe un’inferenza che gli elementi disponibili non consentono di fare. La questione è un’altra. Quanti di loro sapevano? Che cosa sapevano? E che cosa fecero, se fecero qualcosa, dopo aver ricevuto quel messaggio? Sono domande che riguardano anche la cosiddetta responsabilità degli spettatori: il comportamento di chi assiste, viene informato o percepisce una situazione potenzialmente pericolosa senza essere direttamente coinvolto. Nel caso della Cornell, la risposta a queste domande potrebbe diventare importante anche per comprendere il funzionamento della comunità studentesca attorno alla confraternita. Ma dovrà essere l’indagine a stabilire quali informazioni fossero effettivamente disponibili ai singoli studenti e se qualcuno abbia avuto un ruolo nella vicenda.

L’accusa: «L’università non ha fatto abbastanza»

La studentessa sostiene che la Cornell e le altre istituzioni coinvolte non abbiano fatto abbastanza per accertare quanto accaduto. Dopo la denuncia alla polizia del campus era stata avviata un’indagine interna. Secondo quanto emerso, alcuni degli studenti coinvolti furono sospesi, due vennero espulsi e ad altri cinque venne chiesto di scrivere un elaborato sull’accaduto come misura disciplinare. La sede della confraternita Chi Phi nel campus è stata chiusa nel 2024. L’università respinge però l’accusa di avere ignorato la vicenda. Una portavoce della Cornell ha definito falsa «qualsiasi insinuazione secondo cui l’università non avrebbe inflitto sanzioni adeguate ai responsabili».

Nel frattempo, la ragazza ha lasciato l’università e ha citato in giudizio i sette studenti, la confraternita, la Cornell, un bar di Ithaca e altre persone legate alle organizzazioni studentesche.

Perché la procura non intervenne nel 2024

È uno dei punti più controversi dell’intera storia. Il procuratore distrettuale della contea di Tompkins, Matthew Van Houten, ha spiegato che nel 2024 il suo ufficio non aveva avviato un procedimento perché la prima dichiarazione della ragazza non sarebbe stata sufficiente a giustificare un’indagine penale. Secondo il procuratore, nella testimonianza iniziale la studentessa avrebbe descritto il consumo di sostanze e i rapporti sessuali come volontari e consensuali.

L’avvocato della giovane, Thomas Giuffra, contesta questa ricostruzione. In dichiarazioni alla Cnn ha sostenuto che il rapporto della polizia non fosse sostanzialmente diverso dalla versione contenuta nella causa civile e ha accusato la procura di non aver approfondito adeguatamente il caso. La riapertura delle indagini dovrà ora chiarire anche questa discrepanza tra le diverse ricostruzioni.

Il nodo del consenso

Al centro della vicenda c’è naturalmente il tema del consenso. La ragazza sostiene di essere stata troppo alterata dall’alcol e dalle droghe per poter decidere liberamente. La circostanza dovrà essere verificata attraverso le indagini e gli elementi disponibili. Il punto generale, però, è chiaro: il fatto che una persona abbia inizialmente scelto di bere o assumere una sostanza non significa automaticamente che abbia acconsentito a un rapporto sessuale. E il consenso a un rapporto non può essere dato per scontato quando una persona non è nelle condizioni di esprimere liberamente la propria volontà. È una distinzione fondamentale quando si parla di violenza sessuale nei campus, dove feste, alcol, droghe e dinamiche di gruppo possono intrecciarsi.

La «cultura dello stupro» nei campus americani

La vicenda Cornell ha riacceso anche il dibattito sulla cosiddetta rape culture, espressione con cui negli Stati Uniti si indicano quei comportamenti e atteggiamenti sociali che possono contribuire a normalizzare, minimizzare o tollerare la violenza sessuale. A intervenire sul caso è stata anche la deputata democratica di New York Alexandria Ocasio-Cortez, che durante un incontro con giovani vicino al campus ha parlato proprio di una possibile «cultura dello stupro» nelle istituzioni d’élite.

Il riferimento era soprattutto alla chat e al fatto che, secondo la ricostruzione emersa, un messaggio avrebbe potuto raggiungere decine di studenti. Ma anche qui è necessario distinguere la riflessione culturale dalle responsabilità individuali: la presenza in una chat, da sola, non dimostra che una persona abbia partecipato a una violenza o ne fosse consapevole.

I numeri della Cornell

Il caso arriva mentre la stessa Cornell sta cercando di affrontare il problema delle aggressioni sessuali all’interno dell’università. Nel 2025 l’ateneo ha creato una task force dedicata alla questione. Un sondaggio condotto dalla task force ha rilevato che il 35% delle studentesse e l’8% degli studenti che hanno risposto ha dichiarato di aver subito un atto sessuale non consensuale durante il proprio percorso alla Cornell.

Sono dati che non possono essere automaticamente interpretati come una fotografia dell’intera popolazione universitaria, ma mostrano quanto il tema sia rilevante all’interno del campus.

La domanda che cambia prospettiva

Quando si parla di violenza sessuale, una parte del dibattito finisce spesso per concentrarsi sulla vittima. Perché era andata alla festa? Perché aveva bevuto? Perché aveva assunto droghe? Perché non si era allontanata? Perché non aveva chiesto aiuto? Sono domande che hanno accompagnato per decenni i casi di violenza sessuale, anche nei tribunali. La vicenda della Cornell porta però a formularne altre.

Perché, se una situazione appare pericolosa, chi la osserva non interviene?

E ancora: quanto vengono educati i ragazzi a riconoscere il mancato consenso? Sanno distinguere una persona che vuole avere un rapporto da una persona che non è nelle condizioni di decidere? Sanno quando una festa smette di essere una festa e diventa una situazione nella quale è necessario chiedere aiuto? Sono interrogativi che non stabiliscono la responsabilità penale delle persone coinvolte nel caso Cornell. Quella spetterà agli investigatori e, eventualmente, ai giudici. Ma spiegano perché una storia cominciata con una denuncia di violenza sessuale sia diventata anche una discussione sul comportamento di una comunità.

Perché la questione, alla fine, non è soltanto ciò che sarebbe accaduto dentro quella stanza.

È anche ciò che gli altri avrebbero potuto vedere, capire e fare prima che fosse troppo tardi.