La segretaria del Pd si dichiara pronta a guidare il governo, con o senza primarie. Una mossa che mette fine alle ipotesi di un suo passo indietro. Ma per contendere Palazzo Chigi a Giorgia Meloni dovrà costruire un’alternativa riconoscibile e convincere gli alleati a sostenerla. Senza cancellare le differenze su Ucraina, Europa e conti pubblici.
Elly Schlein ha fatto bene a candidarsi alla presidenza del Consiglio. Il principale partito di opposizione non poteva continuare a discutere della guida del centrosinistra come se la sua segretaria fosse una soluzione provvisoria, in attesa di qualcuno ritenuto più adatto. Dichiarare la propria disponibilità significa assumersi una responsabilità e rendere esplicita un’ambizione legittima.
Non significa, naturalmente, avere già ottenuto l’investitura della coalizione. E tantomeno avere risolto il problema di come vincere le elezioni.
La frase pronunciata all’assemblea nazionale del Pd — «con o senza primarie» — chiude però una fase. Schlein dice al suo partito che intende restare alla guida della sfida elettorale e agli alleati che non considera la propria rinuncia il punto di partenza della trattativa.
A Giorgia Meloni manda un messaggio altrettanto chiaro: la competizione per Palazzo Chigi può cominciare. La doppia sfida sarà sui risultati del governo e sulla credibilità dell’alternativa. La prima può essere condotta dall’opposizione ogni giorno. La seconda richiede scelte che il centrosinistra deve ancora compiere.
Contestare Meloni sui risultati
Schlein accusa il governo di non avere migliorato la vita degli italiani nonostante la forza parlamentare di cui disponeva. È un giudizio politico netto, che dovrà essere sostenuto con un confronto puntuale tra promesse, decisioni ed effetti.
È anche il terreno sul quale la sfida può diventare più difficile per Meloni.
La stabilità dell’esecutivo conta, ma non esaurisce il giudizio su una legislatura. Contano anche il potere d’acquisto degli stipendi, i tempi per una visita specialistica, il costo di una casa, le condizioni nelle scuole e la capacità delle imprese di sostenere le bollette. La durata di un governo diventa un argomento elettorale convincente se produce risultati riconoscibili.
Il centrosinistra ha quindi ragioni per incalzare la maggioranza. Deve però evitare di affidare tutta la propria proposta all’elenco delle insufficienze altrui. Chi fatica ad arrivare alla fine del mese può condividere una critica a Meloni e continuare a non fidarsi dell’opposizione.
La candidatura di Schlein acquisterà forza se saprà colmare questa distanza: spiegare quali interventi farebbe, con quali priorità e attraverso quali risorse.
La leadership del Pd non coincide con quella della coalizione
L’assemblea ha dato alla segretaria un sostegno molto ampio sulla proroga del mandato. La distinzione emersa tra quel voto e la posizione dei riformisti sulla candidatura unica del Pd alle eventuali primarie di coalizione merita però attenzione.
Riconoscere a Schlein il diritto di guidare il partito non equivale ad approvare preventivamente ogni scelta politica e ogni regola della competizione. Il pluralismo del Pd non scompare perché si avvicinano le elezioni.
Al tempo stesso, sarebbe poco comprensibile trasformare ogni passaggio in una verifica permanente della segretaria. Le correnti hanno il diritto di chiedere chiarezza sul programma e sul rapporto con gli alleati. Hanno anche il dovere di contribuire a costruire una proposta, senza limitarsi a conservare uno spazio di interdizione.
Fuori dal Pd la questione è ancora più evidente. Giuseppe Conte e gli altri leader del centrosinistra non sono vincolati dalle decisioni dell’assemblea democratica. La candidatura di Schlein apre una trattativa politica: non la conclude.
Le primarie possono essere uno strumento utile per risolverla, purché siano accompagnate da regole condivise e da un impegno effettivo a sostenere chi vince. Senza queste condizioni rischiano di produrre un’altra competizione tra partiti che, il giorno dopo, tornerebbero a discutere tutto.
Su Kiev il compromesso non può essere soltanto verbale
Schlein ha indicato una sequenza ragionevole: prima il programma comune, poi la scelta della guida. Il punto è capire quanto il centrosinistra sia disposto a prendere sul serio questa priorità.
Sull’Ucraina, per esempio, le differenze restano politiche e sostanziali. Non si risolvono accostando in una risoluzione parole abbastanza generiche da permettere a ciascuno di leggerle come preferisce.
Il sostegno alla resistenza ucraina, il rapporto con gli alleati e la sicurezza europea incidono sulla collocazione internazionale dell’Italia. Un’alleanza che aspira a governare deve spiegare come intende decidere su questi temi, anche quando le decisioni sono impopolari o costose.
Come abbiamo già osservato su queste pagine, Schlein non può seguire Conte su Kiev senza mettere a rischio una parte importante del Pd. E non è affatto scontato che intenda farlo. La presenza dei riformisti, le loro posizioni e gli equilibri del partito impediscono di descrivere l’esito come già scritto.
Una leadership autorevole si misura anche dalla capacità di negoziare senza rendere indistinguibile la propria posizione da quella del partner più esigente. Vale per Schlein nei confronti di Conte. Vale per ogni componente di una coalizione che voglia durare oltre la campagna elettorale.
Il programma deve scegliere, anche quando costa consenso
Lo stesso criterio riguarda la politica economica.
Salari, sanità pubblica, casa e istruzione possono dare al centrosinistra un profilo riconoscibile. Ma un programma di governo deve stabilire una gerarchia tra gli interventi, indicare le coperture e distinguere le misure immediate dagli obiettivi di legislatura.
La credibilità comincia quando si chiarisce che cosa viene prima. Dire che tutte le richieste sono giuste non basta a finanziarle. E promettere contemporaneamente più servizi, meno imposte e nessun sacrificio espone l’opposizione allo stesso semplicismo che contesta alla destra.
Qui Schlein può giocare una partita importante. Può tenere insieme una proposta di redistribuzione e la serietà dei conti, l’attenzione al lavoro dipendente e quella alle attività produttive, la transizione energetica e la protezione di chi ne sostiene i costi.
Non sono equilibri automatici. Richiedono un confronto aperto anche con elettori che oggi non si riconoscono nel Pd e che non verranno conquistati soltanto dalla prospettiva di mandare Meloni all’opposizione.
Una candidatura che ora va portata fuori dall’assemblea
Schlein rivendica la propria autonomia e denuncia le resistenze di una parte dell’establishment a una persona di sinistra a Palazzo Chigi. È un tema che può mobilitare il suo elettorato. Sarebbe però un errore usarlo per leggere ogni critica come un tentativo di impedirle di governare.
Ci sono pregiudizi da respingere. Ci sono anche domande legittime sulle alleanze, sulle competenze e sulle scelte future. Una candidata alla presidenza del Consiglio deve saper distinguere gli uni dalle altre.
Il passaggio dell’assemblea rende più chiara la competizione. Meloni ha di fronte una leader che dichiara di volerla sostituire; il Pd ha una segretaria che si assume apertamente questo obiettivo.
Adesso il consenso raccolto dentro il partito va trasformato in fiducia fuori dal partito. Servono elettori nuovi, persone che hanno smesso di votare, cittadini delusi dalla maggioranza ma ancora poco convinti dal centrosinistra.
Schlein ha annunciato che è pronta a guidare. La prova successiva sarà dimostrare che sa scegliere una direzione e portare gli alleati a sostenerla. È da questo passaggio che dipende la consistenza della sua sfida a Meloni.
Fonti
- Adnkronos — Le dichiarazioni di Schlein all’assemblea nazionale del Pd e la disponibilità alla candidatura a Palazzo Chigi.
- Repubblica — La diretta dell’assemblea del 18 ottobre: proroga del mandato, programma e confronto sulle primarie.
- Senatori Pd — L’intervista del 4 ottobre a Filippo Sensi sulle posizioni dei riformisti, il rapporto con Conte e il sostegno all’Ucraina.
