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Il Pd non è morto. Ma su Kiev Schlein non può seguire Conte

Il caso di un ex consulente del M5S sondato ad Alcamo ha riacceso il dibattito sull’identità del centrosinistra. La questione decisiva, però, è la politica estera: Bettini cerca una mediazione sull’Ucraina, mentre i riformisti dem chiedono di mantenere il sostegno militare. Schlein può costruire un’alleanza con Conte senza cancellare questa differenza?

Una possibile candidatura a sindaco di Alcamo è diventata il punto di partenza di una diagnosi sul Partito democratico. Christian Rocca, su Linkiesta, ha raccontato l’interesse del centrodestra locale per Giuseppe Dia, imprenditore della comunicazione che in passato ha lavorato con Giuseppe Conte. Ne ha ricavato una conclusione: se una figura vicina al M5S può essere presa in considerazione dalla destra, il Pd starebbe rinunciando alla propria identità per allearsi con un partito politicamente estraneo alla sinistra.

Il caso merita attenzione, ma va aggiornato. Dia ha declinato la proposta. Non c’è una candidatura con il centrodestra, né un passaggio politico da registrare. L’episodio dice qualcosa sulla facilità con cui, soprattutto nella politica locale, vengono sondate persone provenienti da esperienze diverse. Da solo, dice poco sul futuro del Pd.

Sarebbe però un errore liquidare la domanda che Rocca pone. Il Movimento 5 Stelle ha governato prima con la Lega e poi con il Pd. Ha cambiato alleanze e linguaggio, conservando una notevole capacità di adattare la propria posizione politica. Chi vuole costruire una coalizione con Conte deve tenerne conto. La collaborazione su salari, sanità o welfare non risolve automaticamente le divergenze sulla sicurezza europea e sulla guerra in Ucraina.

La proposta di Bettini e la domanda che lascia aperta

È su Kiev che la distanza diventa difficile da gestire. Nel programma sottoposto ai suoi iscritti, il M5S propone di interrompere l’invio di armi. Il Pd ha finora sostenuto anche militarmente la difesa ucraina. Non è una divergenza che si possa rinviare al giorno dopo le elezioni: un eventuale governo dovrebbe decidere se approvare nuovi aiuti e quale posizione tenere nei confronti degli alleati europei.

Goffredo Bettini prova a trovare un punto d’incontro. La sua proposta prevede una tregua sulla linea del fronte, una fascia smilitarizzata garantita sotto la bandiera dell’Onu, l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea ma non nella Nato. Durante un percorso negoziale effettivo, Bettini considera legittimo fornire armi difensive alla parte di Ucraina rimasta libera.

È un tentativo di dare contenuto alla parola “negoziato”, troppo spesso usata come se bastasse pronunciarla per fermare la guerra. Ma lascia aperta la domanda che un governo dovrebbe affrontare oggi: che cosa fare finché quella tregua non esiste? Se il sostegno militare viene subordinato all’avvio di una trattativa, chi e con quali mezzi aiuta l’Ucraina nel frattempo? La distinzione tra armi difensive e offensive, da sola, non colma la distanza tra la posizione del Pd e quella del M5S.

Conte ha accolto l’iniziativa di Bettini come un contributo al dibattito, ma ha ribadito di volere una svolta che superi l’attuale invio di armi. Non c’è dunque un accordo già pronto. C’è il tentativo di costruirlo attorno a parole sulle quali gli alleati, per ora, continuano ad avere idee diverse.

I riformisti non sono un dettaglio interno

All’assemblea dei riformisti dem di Prato, Giorgio Gori ha definito non trattabile il sostegno militare all’Ucraina. Si può discutere il tono dello scontro con Conte, ma non ridurre quella posizione a una resistenza di corrente. Rappresenta una parte della storia e dell’elettorato del Pd: persone che chiedono un’Europa più autonoma e una diplomazia attiva, senza lasciare un Paese invaso privo dei mezzi per difendersi.

Schlein deve tenere insieme queste sensibilità se vuole presentare un partito credibile alle elezioni. Una sua adesione alla linea del M5S sugli aiuti militari avrebbe un costo politico dentro il Pd. Non sappiamo quanti elettori perderebbe; sappiamo che il dissenso sarebbe pubblico e riguarderebbe una scelta di governo, non una formula di campagna elettorale. È anche per questo che considero prematura la tesi di una capitolazione inevitabile.

Nella direzione del 2 ottobre, la segretaria ha ricordato agli alleati che il Pd è la prima forza dell’opposizione e che il suo peso dovrà contare nella scrittura del programma. Ha inoltre confermato il sostegno al popolo ucraino aggredito dalla Russia, chiedendo un’iniziativa diplomatica europea. È una presa di posizione significativa. Non chiarisce ancora, però, quale accordo sugli aiuti militari sarebbe disposta a sottoscrivere con Conte.

Qui Schlein dovrà essere più precisa. La diplomazia europea è necessaria e il sostegno alla difesa ucraina non esclude la ricerca di una pace negoziata. Il confronto tra alleati diventa serio quando stabilisce che cosa fare se la guerra prosegue e una tregua non arriva. Il Pd deve dire se, in quella situazione, continuerebbe a sostenere militarmente Kiev. Conte deve dire se accetterebbe di governare con un partito che lo fa.

Il Pd non è morto e l’alleanza con il M5S non ne comporta automaticamente la fine. Può persino essere indispensabile per costruire un’alternativa alla destra. Ma una coalizione capace di vincere deve anche poter decidere. Su Kiev, la sua credibilità dipenderà da una scelta esplicita prima del voto. Schlein ha la forza politica per difendere la linea del suo partito; ora deve dimostrare di volerla portare al tavolo con Conte.

Fonti consultate