Le concessioni americane a Putin meritano critiche. Ma l’Europa deve indicare anche una via d’uscita dalla guerra: sostenere Kiev, negoziare con Mosca e costruire garanzie capaci di durare. Un accordo imperfetto può essere accettabile se lascia agli ucraini un Paese indipendente e un futuro europeo.
Criticare Donald Trump per le aperture a Vladimir Putin è giusto. Pensare che quella critica costituisca una politica per l’Ucraina è un errore. L’Europa ha ragioni solide per contestare una trattativa nella quale Washington sembra disposta ad anticipare concessioni a Mosca mentre pretende nuove rinunce da Kiev. Deve però spiegare quale risultato vuole ottenere, quali strumenti intende mettere a disposizione e quale compromesso considera sostenibile. Perché anche una posizione moralmente fondata può diventare politicamente sterile, se non indica come uscire dalla guerra.
Il problema è davanti a noi. L’apertura americana al diesel russo offre a Mosca nuove opportunità commerciali mentre l’Ucraina continua a subire gli attacchi. Il possibile sollievo sui carburanti viene usato dalla Casa Bianca per giustificare una scelta che incide sulla pressione economica contro il Cremlino. È legittimo chiedere che cosa ottenga in cambio Washington e quali benefici concreti ne ricavi la sicurezza ucraina. Il prezzo del gasolio americano non può diventare il criterio con cui si decide il futuro di un altro Paese.
Da questa contestazione, però, bisogna passare alla proposta. È il punto sollevato da Thomas Graham in un’analisi per il Council on Foreign Relations, di cui condivido l’impostazione: l’indignazione per le scelte di Trump può essere fondata, ma lascia irrisolto il problema della conclusione del conflitto. La diplomazia serve proprio quando bisogna trattare con chi ha responsabilità gravissime e continua a perseguire interessi incompatibili con i nostri.
Con Putin bisognerà negoziare, finché sarà lui a decidere per la Russia. Questo non cancella l’aggressione, le responsabilità per i crimini commessi o il diritto degli ucraini a difendersi. Impone di misurare ogni interlocuzione sui suoi risultati. Un incontro può servire a ottenere una tregua verificabile, uno scambio di prigionieri, una riduzione degli attacchi. Può anche essere utilizzato dal Cremlino per guadagnare tempo e legittimazione. La differenza la fanno le condizioni e le contropartite.
Per questo gli annunci arrivati dopo i colloqui fra Putin e l’inviato americano Steve Witkoff vanno presi sul serio, senza trasformarli in una pace già raggiunta. La disponibilità russa a riprendere il confronto e l’ipotesi di un vertice con Trump e Xi aprono possibilità diplomatiche. Resta da capire su quali condizioni. Soprattutto, l’Ucraina deve partecipare alle decisioni che riguardano il proprio territorio e la propria sicurezza. Nessuna intesa fra grandi potenze può sostituirne il consenso.
Dobbiamo anche chiarire che cosa intendiamo quando invochiamo una pace giusta. Se la formula significa che ogni torto dovrà essere riparato prima di interrompere i combattimenti, rischiamo di fissare una condizione impossibile da soddisfare nel breve periodo. Una conclusione negoziata potrebbe lasciare territori sotto occupazione russa e questioni aperte per molti anni. È una prospettiva dolorosa, soprattutto per chi in quei territori viveva e vorrebbe tornare. Va affrontata senza presentarla come un destino inevitabile e senza nasconderla dietro gli slogan.
Accettare una cessazione delle ostilità lungo una determinata linea non obbliga a riconoscere quella linea come confine legittimo. Si può fermare una guerra mantenendo aperta la contestazione delle annessioni. Si può rinviare una controversia territoriale senza rinunciare ai propri diritti. Saranno gli ucraini a dover valutare quali condizioni possano accettare. Agli alleati spetta metterli nella condizione di scegliere, evitando che l’esaurimento delle risorse trasformi il negoziato in un’imposizione.
L’obiettivo dovrebbe essere concreto: un’Ucraina capace di governarsi, difendersi, ricostruire e proseguire il proprio percorso europeo. Un Paese al quale Mosca non possa imporre governi, alleanze e scelte economiche. Questo risultato avrebbe un valore enorme anche qualora l’accordo lasciasse irrisolte ingiustizie profonde.
Per raggiungerlo serve ancora sostegno militare, economico e informativo a Kiev. La difesa delle città e della rete energetica, la disponibilità di munizioni, la capacità di contenere l’avanzata russa incidono direttamente sul negoziato. Chi considera la prosecuzione della guerra conveniente ha pochi motivi per fare concessioni. Ridurre unilateralmente la capacità ucraina di resistere potrebbe rafforzare proprio quella convinzione.
Anche le sanzioni devono entrare in una strategia leggibile. Non possiamo attribuire loro il potere di risolvere da sole il conflitto, né liquidarle come inutili perché non lo hanno fermato. Occorre valutarne gli effetti, contrastarne l’elusione e stabilire quali modifiche possano accompagnare passi verificabili verso un accordo. Un alleggerimento graduale e condizionato può essere uno strumento negoziale. Concederlo in anticipo riduce ciò che resta da negoziare.
Qui emerge la responsabilità europea. Abbiamo già scritto, ragionando sulle parole di Rubio, che l’Europa deve imparare a difendersi. Oggi quel principio richiede decisioni su produzione industriale, difesa aerea, risorse comuni e impegni duraturi per l’Ucraina. Richiede anche una rappresentanza politica capace di portare al tavolo una proposta sostenuta da mezzi adeguati. Dipendere dalle decisioni americane e limitarsi a contestarle quando cambiano ci lascia in una posizione debole.
La questione continuerà anche dopo un eventuale cessate il fuoco. Bisognerà stabilire chi controllerà il rispetto degli impegni, quali conseguenze seguiranno alle violazioni e come impedire che una pausa venga utilizzata per preparare un’altra offensiva. Le garanzie dovranno avere risorse, responsabilità definite e tempi di intervento credibili. È su questo terreno che si misurerà la tenuta della pace.
Poi occorrerà affrontare il rapporto futuro con la Russia. Una convivenza regolata con Mosca sarà necessaria anche mantenendo una profonda rivalità politica. Canali diplomatici affidabili, comunicazioni militari per evitare incidenti, accordi sul controllo degli armamenti e forme limitate di cooperazione possono ridurre i rischi. La Guerra fredda dimostra che si può parlare e stipulare accordi anche senza fidarsi.
In prospettiva potranno rientrare in questo quadro rapporti economici ed energetici. Escluderli per sempre sarebbe poco realistico; ripristinare le dipendenze precedenti sarebbe imprudente. L’Europa dovrebbe poter commerciare senza consegnare a un fornitore la possibilità di condizionarne le scelte. Diversificare significa conservare alternative, anche quando un’offerta appare conveniente.
La politica deve tenere insieme tutto questo: il sostegno alla vittima dell’aggressione, la pressione sull’aggressore e la ricerca di un accordo possibile. Nessuno può promettere una conclusione capace di risarcire tutte le sofferenze. Possiamo però pretendere che ogni proposta venga giudicata dalla libertà e dalla sicurezza che lascerà agli ucraini.
Una pace imperfetta può aprire un futuro. Una tregua che lascia Kiev indifesa prepara la guerra successiva. L’Europa ha il dovere di lavorare alla prima, assumendosene costi e responsabilità. È la risposta più seria che può dare alle aperture di Trump e alle pretese di Putin.
