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Trump riapre al diesel di Putin: sei mesi di deroga alle sanzioni, la dura reazione di Zelensky

Washington autorizza l’importazione di gasolio russo fino ad aprile 2027. Trump promette milioni di tonnellate e prezzi in calo, ma le consegne non sono ancora documentate. E in Russia resta in vigore un divieto all’esportazione che rende necessario chiarire come partiranno le prime forniture.

Donald Trump ha scelto Vladimir Putin per tentare di abbassare il prezzo del diesel. Dopo una telefonata che ha definito «di grande successo», il presidente degli Stati Uniti ha annunciato che la Russia fornirà gasolio al mercato americano e a quello mondiale. Nello stesso giorno il Tesoro statunitense ha compiuto il passo concreto: ha emesso una licenza che consente temporaneamente operazioni commerciali sul diesel di origine russa, comprese le importazioni negli Stati Uniti.

La decisione arriva mentre Washington cerca di contenere il costo dei carburanti e continua a sostenere l’Ucraina contro l’invasione russa. Per Kiev è una contraddizione difficile da accettare: allentare la pressione sulle esportazioni energetiche di Mosca significa offrire una possibile nuova fonte di entrate al Paese che conduce la guerra.

È però necessario distinguere ciò che è già accaduto da ciò che è stato soltanto annunciato. La deroga americana è in vigore; le forniture promesse da Trump, i loro tempi e l’effetto sui prezzi devono ancora essere verificati.

Che cosa ha autorizzato Washington

La licenza generale 135 pubblicata dall’Office of Foreign Assets Control, l’ufficio del Tesoro che amministra le sanzioni, autorizza le transazioni relative alla vendita, alla consegna, allo scarico e all’importazione di diesel prodotto in Russia. La misura vale fino al 7 aprile 2027: una finestra di quasi sei mesi.

Non si tratta della cancellazione delle sanzioni contro la Russia. L’autorizzazione riguarda uno specifico prodotto petrolifero e conserva alcune esclusioni, tra cui il divieto di addebitare conti detenuti presso istituti finanziari statunitensi dalla Banca centrale russa, dal Fondo nazionale per il benessere e dal ministero delle Finanze di Mosca. Resta comunque un cambiamento politico notevole: il gasolio russo torna a poter essere commercializzato e importato negli Stati Uniti attraverso operazioni che le restrizioni avrebbero altrimenti impedito.

Trump ha indicato una sequenza di forniture: oltre 300 mila tonnellate subito, altre 500 mila a novembre e un milione immediatamente dopo. Ha aggiunto che, «in base alla capacità delle raffinerie» russe, potrebbero arrivare in breve tempo ulteriori tre milioni di tonnellate. Sommando tutte le cifre si arriva a oltre 4,8 milioni di tonnellate, ma la quota più consistente è espressamente condizionata alla capacità produttiva russa e non ha una scadenza definita. Associated Press ha ricostruito gli annunci; al momento non equivalgono a una conferma dell’avvenuta consegna dei carichi.

Putin, secondo quanto comunicato dal Cremlino, ha confermato la disponibilità a fornire petrolio e prodotti petroliferi ai mercati americano e mondiale. Nella dichiarazione riportata non compaiono però gli stessi dettagli su quantità e calendario indicati dal presidente statunitense. È una differenza che conta: tra un’intesa politica, i contratti di vendita e l’arrivo delle navi nei porti c’è ancora un percorso da compiere.

Il primo ostacolo è in Russia

C’è un punto che rende particolarmente delicata la promessa delle 300 mila tonnellate «immediate». Mosca ha ancora restrizioni sulle esportazioni di diesel introdotte per proteggere il proprio mercato interno.

Il governo russo aveva disposto un divieto temporaneo di esportazione di alcuni carburanti fino al 31 gennaio 2027, con eccezioni previste dalla normativa. Un successivo decreto del 29 settembre ha rinviato al 1° novembre la possibilità per i produttori diretti di beneficiare di una delle deroghe, prolungando per loro la restrizione fino al 31 ottobre.

Questo non dimostra che l’accordo annunciato da Trump sia impossibile: potrebbero essere utilizzate eccezioni già previste oppure approvati nuovi provvedimenti. Significa però che, per capire come possano partire le forniture annunciate per ottobre, occorre conoscere quale autorizzazione russa verrà applicata. La licenza concessa da Washington rimuove un ostacolo sul lato americano; da sola non modifica le regole di esportazione di Mosca.

C’è poi il problema materiale della produzione. In un’analisi pubblicata a settembre, l’Agenzia internazionale dell’energia stimava che la produzione russa di diesel fosse diminuita di quasi il 30 per cento rispetto all’anno precedente. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno danneggiato gli impianti e contribuito alle restrizioni sulle esportazioni. Secondo l’agenzia, prima del divieto la Russia vendeva all’estero circa metà della propria produzione di diesel e gasolio.

Putin dispone quindi di un prodotto molto richiesto, ma non necessariamente di tutto il volume aggiuntivo che Trump vorrebbe immettere rapidamente sul mercato. La stessa condizione posta dal presidente americano ai tre milioni di tonnellate ulteriori — la capacità delle raffinerie russe — riconosce il problema.

Il prezzo alla pompa scenderà davvero?

Trump sostiene che l’intesa farà calare rapidamente il prezzo del diesel «per gli americani e per il mondo intero». La promessa risponde a un problema reale. Nell’ultima rilevazione disponibile prima dell’annuncio, quella del 5 ottobre, l’Energy Information Administration indicava un prezzo medio statunitense di 6,199 dollari al gallone per il diesel stradale.

Il mercato può reagire a un annuncio prima ancora che arrivi il primo carico. Ma una diminuzione duratura alla pompa dipenderà dai volumi effettivamente esportati, dai prezzi di vendita, dai tempi di trasporto e dalle scorte. Le prime 300 mila tonnellate promesse sono destinate, nelle parole di Trump, al mercato «americano e globale»: non è noto quanta parte sarebbe importata direttamente negli Stati Uniti.

Prima della telefonata con Putin, l’EIA prevedeva prezzi al dettaglio del diesel superiori a sei dollari al gallone in ottobre, anche a causa di scorte basse. Quella previsione non incorpora gli effetti dell’intesa annunciata il 9 ottobre, ma aiuta a capire perché la Casa Bianca abbia cercato una risposta urgente.

Un aumento dell’offerta russa potrebbe ridurre la tensione sul mercato internazionale, anche se non tutte le navi faranno rotta verso gli Stati Uniti: se altri Paesi comprassero più diesel da Mosca, potrebbero contendersi meno carburante proveniente da altri fornitori. È una possibilità economica, non ancora un risultato misurabile. Presentarla già come un taglio acquisito dei prezzi sarebbe prematuro.

Per Zelensky la deroga finanzia la guerra

La reazione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky è stata durissima. A suo giudizio, alleggerire le sanzioni senza un accordo chiaro e duraturo di de-escalation mostra debolezza e permette alla Russia di prolungare la guerra. Mosca, ha avvertito, «ripagherà» il diesel con altro terrore.

Il punto sollevato da Kiev è il rapporto tra la vendita di carburante e le entrate russe. Il diesel è un prodotto raffinato che, se esportato, genera ricavi per le aziende e potenzialmente per lo Stato russo. Non è possibile stabilire oggi quanto denaro produrranno le forniture annunciate, perché mancano contratti pubblici, prezzi e quantità consegnate. Ma la direzione della scelta americana è chiara: Washington concede spazio commerciale a un settore energetico che gli alleati hanno cercato di limitare per ridurre le risorse disponibili a Mosca.

L’accordo arriva inoltre senza che sia stata annunciata una corrispondente concessione russa sulla guerra. Trump lo presenta come un intervento per abbassare il costo della vita; Zelensky lo giudica una concessione a Putin mentre l’Ucraina continua a subire gli attacchi. Sono due priorità che oggi entrano apertamente in conflitto.

E l’Europa? Il diesel russo non può semplicemente tornare in Italia

La deroga degli Stati Uniti non cambia le sanzioni dell’Unione europea. Bruxelles mantiene il divieto di importare prodotti petroliferi raffinati di origine russa, tra cui il diesel. La Commissione europea distingue questa proibizione dal tetto di prezzo applicato ai servizi europei di trasporto e assicurazione per le vendite verso Paesi terzi. La licenza americana non autorizza quindi, di per sé, il ritorno del gasolio russo nei porti italiani.

L’Europa potrebbe comunque risentire indirettamente di un aumento delle forniture mondiali. Il mercato del diesel è interconnesso e i prezzi europei dipendono anche dalla concorrenza per i carichi disponibili. La stessa Commissione, dopo una riunione della sua task force sull’energia il 2 ottobre, aveva descritto le forniture nell’Unione come per il momento stabili, ma i prezzi ancora elevati per la scarsità sul mercato globale.

Si apre così anche una questione politica per gli alleati. L’Unione europea continua a vietare l’acquisto diretto di diesel russo, mentre gli Stati Uniti autorizzano per quasi sei mesi operazioni che includono la sua importazione. Non è ancora una rottura del coordinamento occidentale sulle sanzioni, ma è una divergenza concreta su uno dei prodotti energetici più sensibili.

Nelle prossime settimane saranno tre i fatti decisivi: l’eventuale deroga russa alle proprie restrizioni all’export, le prime consegne documentate e l’andamento dei prezzi dopo l’arrivo dei carichi. Fino ad allora, l’unico effetto certo dell’annuncio è politico e giuridico: Trump ha aperto una corsia al diesel di Putin mentre la guerra in Ucraina continua.

Fonti