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Rubio ha ragione su una cosa: l’Europa deve imparare a difendersi

Il discorso di Atene offre un’occasione per ripensare il rapporto con gli Stati Uniti. Agli europei servono capacità militari, industria e volontà politica. Ma una maggiore responsabilità deve accompagnarsi alla possibilità di decidere, anche quando gli interessi divergono da quelli di Washington.

Il discorso pronunciato da Marco Rubio ad Atene merita una risposta europea. Il segretario di Stato americano ha posto una questione che riguarda direttamente il nostro futuro: quanto siamo disposti a fare per difendere la libertà, la sicurezza e il benessere che consideriamo acquisiti?

È una domanda scomoda, soprattutto mentre la guerra russa contro l’Ucraina continua e gli Stati Uniti rendono meno prevedibili le proprie scelte. La risposta non può dipendere dalla simpatia per Rubio o dall’avversione per Donald Trump. L’Europa ha interesse a diventare più forte anche se la richiesta arriva da un’amministrazione con cui mantiene divergenze profonde. Anzi, proprio quelle divergenze rendono più urgente il compito.

Il punto da cui partire è questo: la dipendenza strategica limita la libertà politica. Se per sostenere una decisione abbiamo bisogno di mezzi, informazioni e autorizzazioni che controllano altri, la nostra autonomia resta esposta alle loro priorità. Vale nei confronti di Washington come di qualsiasi altro partner. Rubio offre agli europei un terreno di discussione. Spetta a noi stabilire che cosa costruirci sopra.

Il cambio di tono conta, ma va misurato sui fatti

Il 7 ottobre, dalla collina della Pnice, con l’Acropoli sullo sfondo, Rubio ha richiamato l’eredità greca come origine di qualità che, nella sua lettura, hanno alimentato la forza occidentale: curiosità, ambizione, coraggio, ricerca dell’eccellenza. Ha legato la perdita di fiducia in questa eredità all’indebolimento industriale e militare e ha invitato l’Europa a recuperare capacità d’azione. La trascrizione del discorso permette di cogliere insieme il richiamo alla cooperazione atlantica e la rivendicazione americana della propria potenza nazionale.

Rispetto all’intervento di JD Vance a Monaco del febbraio 2025, il registro è diverso. Vance aveva messo sotto accusa i governi europei, trasformando una conferenza sulla sicurezza in un duro processo alle loro scelte politiche. Rubio cerca un linguaggio di appartenenza: Stati Uniti ed Europa come eredi di una storia comune, chiamati a impedire il proprio declino.

Tsiporah Fried coglie un elemento utile nell’analisi da cui prende spunto questa riflessione: un invito è più facile da accogliere di un rimprovero. Nella sua lettura, però, il cambiamento di tono lascia intatta la richiesta di fondo. Washington vuole partner capaci di contribuire alla sicurezza comune con forze disponibili, produzione industriale e decisioni credibili. È una tesi sviluppata anche nel confronto pubblicato dall’Hudson Institute.

Questa apertura va utilizzata. Sarebbe però prematuro leggerla come la garanzia di un rapporto transatlantico tornato stabile. La qualità di un’alleanza si misura nella continuità degli impegni e nella capacità di affrontare i disaccordi. Un discorso può facilitare il confronto; le decisioni successive stabiliscono quanto sia affidabile.

La debolezza europea si vede nella distanza tra allarme e risposta

Da anni i leader europei descrivono la Russia come una minaccia per la sicurezza del continente. È una valutazione che comporta conseguenze: scorte da ricostituire, difese aeree da rafforzare, infrastrutture da proteggere, produzione da aumentare. Quanto più grave è l’allarme, tanto più difficile diventa giustificare i ritardi nell’attuazione.

Non sarebbe corretto sostenere che l’Europa sia rimasta ferma. Le stime Nato per il 2025 indicavano una spesa per la difesa degli alleati europei e del Canada pari al 2,27 per cento del Pil complessivo, contro l’1,40 per cento del 2014. È un aggregato che comprende Paesi esterni all’Unione europea e va letto come tale, ma documenta un cambiamento significativo. I dati dell’Alleanza mostrano che l’aumento delle risorse è reale.

Resta il passaggio decisivo: trasformare gli stanziamenti in capacità utilizzabili. Spendere di più serve poco se ogni governo compra separatamente, difende il proprio programma nazionale e rinvia la soluzione delle carenze comuni. Un sistema d’arma consegnato fra molti anni non risolve un’esigenza immediata. Un reparto privo di manutenzione, munizioni o addestramento adeguati non diventa pronto perché cresce la voce di bilancio.

L’Europa dovrebbe discutere molto di più di questi risultati. Quante infrastrutture sappiamo proteggere? Per quanto tempo possiamo sostenere uno sforzo militare? Quali informazioni e collegamenti servono a far operare insieme le nostre forze? Quali decisioni possiamo eseguire senza dipendere interamente da un contributo americano?

Sono domande più impegnative dello scontro quotidiano sulle percentuali. E consentono di chiedere conto ai governi di ciò che stanno facendo con le risorse pubbliche.

Difendersi richiede anche una politica industriale comune

La sicurezza passa dalle fabbriche, dai laboratori e dalle catene di fornitura. Un Paese può avere personale preparato e mezzi avanzati, ma incontrare difficoltà a sostituire rapidamente ciò che viene consumato o distrutto. La capacità di produrre, riparare e innovare è parte della deterrenza.

Qui esiste un interesse europeo concreto. Se ciascuno difende esclusivamente il proprio mercato nazionale, le dimensioni degli ordini restano limitate e le duplicazioni assorbono risorse. La cooperazione può aumentare la produzione e rendere più sostenibili gli investimenti. Richiede però scelte difficili: accordi sulle priorità, divisione del lavoro, contratti affidabili e disponibilità ad accettare che ogni progetto non debba riprodurre tutte le filiere in ogni Paese.

Uno strumento già esiste. SAFE mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro in prestiti per sostenere investimenti nella difesa, attraverso acquisti comuni. Si tratta di finanziamenti che gli Stati beneficiari devono rimborsare: il valore del programma va quindi giudicato anche sulla qualità della spesa e sulla cooperazione che riuscirà a produrre. Il Consiglio dell’Unione europea ne illustra finalità e funzionamento.

Le priorità individuate a livello europeo comprendono difesa aerea e missilistica, droni e sistemi per contrastarli, munizioni, mobilità e capacità nello spazio. Sono esigenze riconosciute nelle conclusioni del Consiglio europeo del giugno 2026. La verifica riguarda ora i tempi di realizzazione.

Per l’Italia, che dispone di un’industria della difesa importante, partecipare a questa costruzione significa contribuire a definirne requisiti e priorità. Limitarsi a rivendicare commesse sarebbe una visione troppo corta. Il ritorno politico consiste anche nella capacità di incidere sulle decisioni comuni.

L’eredità occidentale comprende il limite al potere

C’è però un passaggio del ragionamento di Rubio che gli europei dovrebbero discutere con maggiore fermezza: l’associazione tra recupero della forza e rivendicazione dell’orgoglio nazionale.

Una comunità deve sapere perché vale la pena difenderla. Ma il patrimonio europeo comprende anche le istituzioni che limitano il potere, il pluralismo, la libertà di critica, la tutela delle minoranze. Questi principi danno un contenuto alla difesa. Consentono ai cittadini di giudicare le decisioni dei governi e, quando necessario, di cambiarli.

La capacità di interrogare il proprio passato appartiene a questa forza. Riconoscere errori e responsabilità può rendere una democrazia più consapevole. L’esaltazione indiscriminata della propria storia, invece, rischia di ridurre il confronto pubblico a una prova di fedeltà.

L’Europa deve recuperare fiducia nella possibilità di agire. Non ha bisogno di considerarsi infallibile per farlo.

Anche la disponibilità ad affrontare un rischio richiede una finalità politica precisa. La deterrenza funziona quando l’avversario vede capacità sufficienti, obiettivi comprensibili e volontà di difenderli. L’imprudenza può ottenere l’effetto opposto. Prepararsi significa anche conoscere i propri limiti, mantenere canali diplomatici e rendere credibili le garanzie offerte agli alleati.

Per questo la moderazione europea conserva un valore. Diventa un problema quando serve a rinviare decisioni necessarie o viene scambiata per l’assenza di interessi da difendere.

Il diesel russo mette alla prova il richiamo all’unità

La credibilità riguarda anche Washington. Due giorni dopo il discorso di Rubio, Trump ha annunciato l’intesa sul gasolio russo e il Tesoro americano ha emanato una deroga alle restrizioni sulle relative operazioni commerciali.

La licenza generale OFAC numero 135, datata 9 ottobre, autorizza determinate transazioni fino al 7 aprile 2027. Questo atto pone una questione politica agli europei: come si concilia la richiesta di sostenere un maggiore sforzo per la sicurezza con l’apertura di nuove opportunità economiche alla Russia mentre la guerra continua?

La domanda resta anche ammettendo l’esigenza americana di ridurre i prezzi dei carburanti. Ogni governo deve occuparsi delle condizioni dei propri cittadini. In un’alleanza, però, le scelte nazionali producono effetti sulla sicurezza altrui e richiedono un confronto.

È lo stesso criterio che Giorgia Meloni ha richiamato criticando l’intesa: indebolire la pressione economica su Mosca può renderne più difficile il ritorno a un negoziato credibile. Reuters ha riportato la posizione della premier.

Prendere sul serio Rubio significa dunque chiedere coerenza anche agli Stati Uniti. La solidarietà atlantica deve permettere di discutere le decisioni americane, oltre a quelle europee. Se la richiesta è diventare partner più responsabili, deve esserci spazio per partner capaci di esprimere un dissenso.

Una maggiore responsabilità richiede il consenso dei cittadini

Infine, la difesa europea avrà bisogno di una legittimazione politica più solida. I governi non possono chiedere sacrifici limitandosi a evocare scenari sempre più allarmanti. Devono spiegare quali investimenti servono, come verranno finanziati, quali risultati sono attesi e chi ne controllerà l’attuazione.

Le risorse pubbliche sono limitate. La sicurezza ha un costo e il modo di sostenerlo deve essere discusso apertamente. Presentare ogni obiezione come un cedimento a Putin impoverisce il confronto quanto descrivere ogni investimento militare come una rinuncia automatica alla pace.

Il consenso cresce quando le scelte sono comprensibili e verificabili. Difendere una democrazia richiede anche di rispettarne i cittadini abbastanza da dire loro dove esistono difficoltà, quali alternative sono disponibili e quali conseguenze comportano.

Lo stesso vale nel rapporto con gli Stati Uniti. Ridurre alcune dipendenze richiede tempo. Un riequilibrio concordato può rafforzare la Nato; una riduzione improvvisa del contributo americano, prima che le capacità europee siano disponibili, può aumentare la vulnerabilità. È un rischio che Fried sottolinea e che merita attenzione almeno quanto il richiamo alla volontà.

L’occasione aperta dal discorso di Atene consiste nel discutere un rapporto più maturo. L’Europa può assumersi maggiori responsabilità nella propria difesa e conservare il legame transatlantico. Per riuscirci deve dotarsi dei mezzi necessari a sostenere le sue decisioni, compresa quella di dissentire da Washington.

Diventare più forti serve anche a questo: poter scegliere e rispondere delle proprie scelte.

Fonti