Roma ha dato oggi l’ultimo saluto a Emma Bonino. I funerali di Stato in forma laica, celebrati nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, hanno riunito intorno al feretro una parte significativa della classe politica italiana. Dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, da Elly Schlein a Giuseppe Conte e Carlo Calenda, fino agli ex presidenti del Consiglio Massimo D’Alema, Paolo Gentiloni, Matteo Renzi e Mario Monti. Un’immagine, però, più di altre ha raccontato Emma Bonino: il suo feretro avvolto dalla bandiera dell’Unione europea.
Non è un dettaglio. È quasi una dichiarazione politica postuma. Bonino è stata radicale nel senso più pieno del termine: una donna capace di portare dentro le istituzioni battaglie che, quando le aveva cominciate, sembravano destinate a rimanere ai margini. I diritti civili, l’aborto, la libertà individuale, la lotta contro la pena di morte e le mine antiuomo, l’europeismo, la difesa dello Stato di diritto. Temi sui quali non ha mai cercato la posizione più comoda, né quella più popolare.
È anche per questo che il suo ultimo saluto ha avuto qualcosa di paradossale. Bonino, che per una vita ha contestato il potere, è stata accompagnata nell’ultimo viaggio dalle massime cariche dello Stato. E una politica abituata a dividere, a provocare e persino a irritare, nel giorno dei funerali ha finito per riunire attorno a sé avversari politici che difficilmente avrebbero potuto condividere lo stesso palco per altre ragioni.

A ricordarla sono state le persone che hanno condiviso con lei anni di battaglie. Carla Taibi, sua assistente, ha parlato di una donna capace di essere d’esempio per molte ragazze e di una personalità tenace, severa prima di tutto con se stessa. Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni, ha ricordato le battaglie comuni e quel rapporto con il corpo dal quale era iniziata, nel 1975, una delle vicende destinate a segnare la storia civile italiana: la denuncia dell’aborto clandestino e la successiva battaglia per la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza. Riccardo Magi ha ricordato la Bonino capace di disobbedire alle leggi che riteneva ingiuste, accettandone le conseguenze pur di cambiarle. Benedetto Della Vedova ne ha sottolineato il coraggio politico e l’assenza di timore davanti allo scontro e all’impopolarità.
Poi le parole di Romano Prodi ed Enrico Letta. Il primo ha ricordato una donna «straordinaria, intelligente e determinata». Il secondo, che la volle ministra degli Esteri, ha insistito sulla sua volontà di non essere una semplice «anima bella», ma di provocare il cambiamento. Il riferimento alla sua posizione sulla guerra in Ucraina e alla scelta di stare dalla parte dell’aggredito ha provocato un lungo applauso. Alla fine è rimasta una frase di Carla Taibi: «Se cambiare si può, tentare si deve».

Forse è questa la sintesi migliore di Emma Bonino. Non tanto una donna che abbia avuto sempre ragione, né una politica sulla quale sia stato necessariamente possibile concordare. Piuttosto, una donna che ha fatto della coerenza con le proprie convinzioni una forma di politica. E che oggi, nel momento dell’addio, ha lasciato sulla propria bara proprio quella bandiera europea per la quale aveva combattuto tanto a lungo.
Una scelta simbolica, certo. Ma anche l’immagine di un’idea di Europa che Bonino ha difeso quando era molto meno scontato farlo: un’Europa dei diritti, delle libertà e delle istituzioni, non soltanto dei mercati e degli equilibri di potere. Roma l’ha salutata così. Una radicale dentro le istituzioni, una europeista senza compromessi, una politica spesso scomoda. E, soprattutto, una donna che ha passato la vita a tentare di cambiare ciò che riteneva sbagliato.
