A venticinque anni dall’11 settembre, una lettera inedita restituisce la voce di Oriana Fallaci nelle ore immediatamente successive agli attentati che cambiarono la storia. È una voce diversa da quella, più conosciuta e polemica, che sarebbe emersa poche settimane dopo con “La rabbia e l’orgoglio”. Qui non c’è ancora l’analisi politica. C’è la testimone, davanti a una New York paralizzata, ancora incapace di comprendere fino in fondo la dimensione della tragedia.
La lettera è stata scritta il 12 settembre 2001, il giorno dopo l’attacco alle Torri Gemelle, e indirizzata al suo avvocato Francesco Brizzi. Fallaci si trova nella sua casa di New York. Le comunicazioni con l’Europa sono difficili, gli aeroporti sono chiusi, i trasporti bloccati e la città appare irriconoscibile. Il documento è stato mostrato per la prima volta in tv a “Quarta Repubblica” e pubblicato dal Corriere della Sera. La sua diffusione arriva alla vigilia del ventesimo anniversario della morte della giornalista, scomparsa il 15 settembre 2006. Fallaci comincia raccontando proprio l’isolamento. Cerca di comunicare con l’Italia per ventiquattro ore, senza riuscirci. Anche la televisione italiana non arriva e i giornali non circolano. New York è sospesa.

“New York, the day after”, scrive. Poi racconta di una città che sembra uscita da un film apocalittico. Le strade sono vuote, i ponti e i tunnel chiusi, i treni e gli autobus fermi. La metropolitana è sorvegliata dai militari. Gli ospedali sono pieni. Nel silenzio di Manhattan si sentono soltanto gli aerei militari. Ma è nel racconto del trauma che emerge la Fallaci più autentica: “Io credevo d’aver visto tutto, nella mia vita. E invece no”. La frase acquista un peso particolare se si considera chi la pronuncia. Fallaci aveva trascorso gran parte della propria carriera sui fronti di guerra, raccontando conflitti e rivoluzioni da una posizione ravvicinata.
Era una giornalista abituata alla violenza della storia. Eppure ciò che vede a New York riesce a superare persino quella esperienza. Racconta le prime stime delle vittime, ancora necessariamente confuse. Parla dei pompieri rimasti sotto le macerie, delle migliaia di persone che lavoravano nelle Torri Gemelle e delle immagini che non riesce a cancellare dalla mente: il secondo aereo che entra nella torre e le persone che si lanciano dalle finestre per cercare di sfuggire alle fiamme.
Non c’è ancora la distanza necessaria per interpretare ciò che è accaduto. Non c’è ancora la riflessione sul terrorismo islamista, sulla guerra che seguirà, sulla politica americana o sullo scontro di civiltà che avrebbe occupato per anni il dibattito pubblico. C’è una donna che sta cercando di raccontare ciò che vede. Ed è proprio questa immediatezza a rendere il documento prezioso. Fallaci non scrive con il senno di poi. Scrive mentre New York è ancora immersa nel silenzio, mentre i numeri delle vittime sono soltanto ipotesi e mentre il mondo non sa ancora quali conseguenze produrrà quella giornata. La lettera si chiude con poche parole, quasi un improvviso ritorno alla dimensione privata: “Quanto a me, sono isolata. Ammalata nella misura che sa, e furibonda. Molto furibonda”. È una chiusa breve, secca, perfettamente riconoscibile.
Poche settimane più tardi, Fallaci avrebbe scritto “La rabbia e l’orgoglio”, trasformando lo shock dell’11 settembre in una durissima riflessione politica destinata a suscitare un enorme dibattito. Ma questa lettera viene prima. Prima della polemica, prima del libro, prima delle interpretazioni. È la voce di Oriana Fallaci nel momento esatto in cui la storia le passa davanti agli occhi. Di seguito, il testo integrale della lettera.

New York, the day after.
Caro Francesco,
come ho cercato di farle sapere attraverso il mio ufficio che fino a stamani era isolato ed ora è in grado di ricevere e trasmettere fax, da qui cioè da casa mia non posso chiamare oltreoceano. Ieri ci ho provato invano per ventiquattr’ore. Ho tentato anche con la Spagna e con Parigi. In certe zone, infatti, i sistemi di comunicazione oltreoceanica dipendevano da una delle due torri crollate.
Non so che vi hanno fatto sapere i corrispondenti locali. La televisione italiana da ieri non ci arriva (suppongo per gli stessi motivi del telefono) e i giornali ancor meno. Tutti gli aeroporti di tutti gli stati sono chiusi. Comunque, ecco un sintetico rapportino.
La città è paralizzata. Le strade sono completamente vuote come nel film «L’ultima spiaggia». Tutto è immobile. Ai soliti assordanti rumori, si è sostituito un silenzio da cimitero. Un silenzio interrotto soltanto dagli aerei militari che sorvegliano l’isola di Manhattan. I ponti e i tunnel, che da Manhattan portano a Brooklyn, e altrove, sono chiusi. Si possono attraversare soltanto a piedi ma dopo l’esodo di ieri sera nessuno li attraversa più. Sono fermi anche i treni e gli autobus e la subway, naturalmente ben sorvegliata dai militari. Non funzionano che gli ospedali stracolmi. Con gli ospedali, la televisione: straordinariamente indenne ma scarsamente informata.
Io credevo d’aver visto tutto, nella mia vita. E invece no. Questo scenario supera le peggiori previsioni: naturalmente nei prossimi due, tre giorni le cose si assesteranno. Questa è gente dura. Ma il trauma è profondo. Anche per un tipo vaccinato come me. La peggiore strage che ho visto in guerra si basava su cinquecento morti. Al Messico, poco più. Qui i morti son davvero migliaia. C’è chi dice diecimila e mi stupirei se fossero meno di cinquemila. Almeno quattrocento pompieri son sepolti, schiacciati, sotto la seconda torre. E nelle due torri lavoravano decine e decine di migliaia di persone. Senza contare i visitatori, centomila al giorno. E quelli che si sono buttati dalle finestre? Insieme all’immagine del secondo aereo che si infila nella seconda torre come in un pezzo di burro, non mi va via dalla testa lo spettacolo della gente che per non bruciar viva si buttava giù dalle finestre del novantesimo piano.
Quanto a me, sono isolata. Ammalata nella misura che sa, e furibonda. Molto furibonda.
Buone cose a Lei, e grazie.
