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La rincorsa di Salvini a Vannacci passa da Mosca

Matteo Salvini torna a parlare di Russia e lo fa scegliendo un terreno particolarmente significativo: quello delle imprese italiane che continuano a operare nel Paese nonostante le sanzioni occidentali. Lunedì il ministro dei Trasporti e segretario della Lega ha incontrato a Milano una rappresentanza di imprenditori riuniti in GIM Unimpresa, l’associazione che raccoglie le aziende italiane presenti sul mercato russo.

Secondo quanto riferito dalla Lega, in Russia opererebbero circa 300 imprese italiane. Al centro dell’incontro ci sono state le difficoltà provocate dalle sanzioni e le conseguenze sui rapporti commerciali. Ma le dichiarazioni successive di Salvini hanno allargato il discorso, arrivando direttamente alla politica estera.

Intervistato dall’agenzia russa TASS e dalla testata Vesti, il leader leghista ha ribadito che la guerra in Ucraina dovrebbe essere risolta attraverso la diplomazia e non attraverso l’invio di nuove armi. Ha inoltre auspicato la conclusione del conflitto e la ripresa di un dialogo diretto tra Mosca e Kiev.

Non è una posizione nuova per Salvini. La Lega ha mantenuto negli anni un atteggiamento particolarmente critico nei confronti delle sanzioni contro la Russia e più volte il suo segretario ha sostenuto la necessità di riaprire, dopo la fine della guerra, i rapporti economici con Mosca. Questa volta, però, le sue parole assumono un significato politico ulteriore. Perché nel centrodestra italiano esiste oggi un concorrente che, sul terreno russo, occupa una posizione ancora più radicale: Roberto Vannacci.

L’ex vicesegretario della Lega, oggi alla guida di Futuro Nazionale, ha costruito una parte importante della propria identità politica proprio sulla contrarietà al sostegno militare all’Ucraina e sulla richiesta di un radicale cambio di impostazione nei rapporti con Mosca. Il suo partito sta cercando consenso a destra della coalizione di governo e rappresenta una concorrenza particolarmente delicata per la Lega.

Salvini, dunque, non parla soltanto alla Russia o agli imprenditori italiani che vi lavorano. Parla anche a un elettorato sul quale Vannacci sta cercando di mettere radici. Il tema energetico è un altro tassello della strategia. Salvini ha lasciato nuovamente aperta la porta a un eventuale ritorno del gas russo in Europa una volta conclusa la guerra. Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha risposto che le esportazioni verso l’Europa potranno riprendere qualora le condizioni risultassero vantaggiose per la Russia.

Anche Antonio Tajani, pur mantenendo una posizione diversa da quella di Salvini sul conflitto, ha parlato della possibilità di ristabilire normali relazioni con la Federazione russa una volta terminata la guerra. Il ministro degli Esteri ha però aggiunto una condizione essenziale: Mosca dovrà rispettare il diritto internazionale e rinunciare all’invasione dell’Ucraina. È un passaggio che evidenzia la differenza tra il desiderio di tornare alla normalità e l’idea che quella normalità possa essere ricostruita senza che la Russia modifichi la propria posizione.

Salvini, intanto, insiste anche sulla necessità di recuperare i rapporti commerciali, culturali, accademici e sportivi con Mosca. Un’impostazione che trova alcune consonanze con le posizioni del Movimento 5 Stelle e di Giuseppe Conte, contrario a un ulteriore coinvolgimento militare dell’Italia nel conflitto. Il problema è che invocare la diplomazia non significa automaticamente avere a disposizione un negoziato praticabile.

La questione centrale resta infatti quella delle condizioni alle quali Vladimir Putin sarebbe disposto a trattare. Pensare a un confronto semplicemente paritario tra Russia e Ucraina rischia di ignorare il punto più difficile: Mosca e Kiev non partono dalla stessa posizione e le richieste russe potrebbero risultare incompatibili con ciò che Volodymyr Zelensky è disposto ad accettare.

È qui che la politica italiana si trova davanti alla contraddizione più delicata. Da una parte c’è la comprensibile aspirazione a chiudere una guerra che dura da anni e a ricostruire i rapporti economici con la Russia. Dall’altra c’è il rischio che la parola “diplomazia” venga utilizzata come scorciatoia per evitare la domanda decisiva: quale pace e a quali condizioni? Salvini sembra aver scelto di spostare il baricentro della Lega sempre più verso quella destra che chiede di rompere con la linea del sostegno militare a Kiev.

E, in questa partita, Vannacci è il termine di paragone inevitabile. La domanda non è più soltanto quanto la Lega sia vicina a Mosca. È quanto Salvini sia disposto ad avvicinarsi a Vannacci per non lasciare a destra della destra una parte del proprio elettorato.