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Campo largo, tutti temono le primarie. Ma qualcuno dovrà pur sfidare Meloni

Campo Largo Schlein E Conte

C’è un problema che il centrosinistra italiano ha rinviato abbastanza a lungo da trasformarlo in un problema ancora più grande: chi sarà il candidato a Palazzo Chigi? Finché il campo largo era soprattutto una formula politica, si poteva discutere di alleanze, programmi comuni, veti reciproci e convergenze. Avvicinandosi alle elezioni, però, arriva il momento in cui qualcuno deve metterci nome e faccia.

Ed è qui che cominciano i guai. Roberto Speranza, intervistato dalCorriere della Sera, ha messo in discussione lo strumento che sembrerebbe più naturale per risolvere la contesa: le primarie. Non è il solo. Nel centrosinistra cresce il timore che una sfida diretta tra Elly Schlein e Giuseppe Conte possa trasformarsi in una guerra interna capace di lasciare sul terreno più divisioni che entusiasmo. Il problema è che eliminare le primarie non significa eliminare la domanda. Significa soltanto dover trovare un’altra risposta.

Il duello che nessuno sembra volere

La preoccupazione di chi vorrebbe evitare i gazebo è comprensibile. Schlein e Conte non rappresentano due sfumature dello stesso partito. Guidano forze diverse, hanno interessi politici diversi e competono almeno in parte per lo stesso elettorato. Una campagna per le primarie difficilmente sarebbe una cortese discussione sulle aliquote fiscali. Ognuno dovrebbe spiegare perché sarebbe più adatto dell’altro a guidare la coalizione e il Paese. E per farlo, inevitabilmente, dovrebbe sottolineare limiti, errori e contraddizioni dell’avversario. Il giorno dopo, però, vincitore e sconfitto dovrebbero presentarsi insieme agli elettori chiedendo loro di dimenticare ciò che si sono appena detti.

È questo lo scenario che preoccupa una parte consistente della vecchia guardia del centrosinistra. Come osserva Mario Lavia suLinkiesta, dietro la contrarietà alle primarie c’è anche il timore che uno scontro Schlein-Conte possa produrre macerie difficili da ricomporre. C’è poi un’altra questione, particolarmente delicata per il Pd: una vittoria di Conte sulle primarie rappresenterebbe una sconfitta politica pesantissima per la segretaria democratica. Ma anche il contrario avrebbe conseguenze sul Movimento 5 Stelle e sul peso negoziale del suo leader.

Giuseppe Conte E Schlein

Il candidato terzo che non c’è

La soluzione apparentemente più semplice sarebbe trovare un terzo nome, capace di mettere d’accordo tutti senza costringere Schlein e Conte a misurarsi direttamente. Se ne parla da tempo. Dario Franceschini aveva ragionato proprio sulla possibilità di una candidatura diversa dai due leader. Sono circolati diversi nomi, senza che nessuno riuscisse realmente a imporsi. Anche l’ipotesi di una figura con funzione di garante della coalizione non sembra aver fatto molta strada. Ed è proprio qui che il campo largo incontra la propria contraddizione. Un candidato scelto soltanto perché non è né Schlein né Conte rischierebbe di apparire come il risultato di un compromesso tra gruppi dirigenti, anziché come il leader di un’alternativa politica. E contro Giorgia Meloni, che ha costruito buona parte della propria forza sulla leadership personale, presentarsi con un candidato individuato principalmente per non disturbare gli equilibri interni potrebbe non essere esattamente un vantaggio.

L’unità non basta se manca la leadership

Per anni il centrosinistra ha discusso soprattutto di perimetro: chi deve stare dentro il campo largo, chi può entrarci, quali alleanze sono indispensabili e quali invece impossibili. La formula della coalizione “testardamente unitaria” ha consentito di rinviare il punto più scomodo. Essere uniti, però, non significa automaticamente essere pronti a governare insieme.

Una coalizione nazionale ha bisogno di un programma riconoscibile, certo. Ma ha bisogno anche di una leadership. E prima o poi quella leadership deve essere scelta. È difficile immaginare che possa bastare una decisione presa in una stanza dai vertici dei partiti. Se Schlein e Conte rivendicano entrambi la possibilità di guidare l’alternativa a Meloni, occorre stabilire attraverso quale criterio uno dei due debba fare un passo indietro. Le primarie hanno molti difetti. Possono esasperare le differenze, trasformarsi in una conta tra apparati e lasciare ferite. Ma possiedono almeno una qualità che le alternative finora immaginate non hanno: attribuiscono la scelta agli elettori.

Prima o poi bisognerà scegliere

Il paradosso del campo largo è dunque piuttosto semplice. Le primarie fanno paura perché potrebbero dividere la coalizione. Ma una coalizione che rischia di rompersi nel momento in cui deve scegliere il proprio leader probabilmente ha un problema precedente alle primarie. E rinviare ancora potrebbe peggiorarlo.

Schlein e Conte possono continuare a mostrarsi uniti nelle battaglie comuni e a costruire un programma condiviso. Prima delle elezioni, tuttavia, arriverà una domanda alla quale nessun vertice, nessuna formula diplomatica e nessun “campo” potrà sottrarsi: chi sfida Giorgia Meloni per Palazzo Chigi?

Se nessuno riuscirà a inventare un metodo migliore, alla fine resteranno proprio quei gazebo che oggi quasi tutti vorrebbero evitare. E forse il problema non sarà montarli. Sarà scoprire che il centrosinistra ha impiegato anni a costruire una coalizione senza decidere chi dovesse guidarla.