La notte tra il 1° e il 2 novembre muore a cinquantatré anni, in circostanze mai del tutto chiarite, all’idroscalo di Ostia, Pier Paolo Pasolini. Poeta, scrittore, giornalista, regista e pittore, ha lasciato un segno indelebile nella cultura italiana, mostrandosi assai critico nei confronti delle abitudini borghesi e della società dei consumi. Figura poliedrica, intellettuale raffinato, è autore di libri come Ragazzi di vita (1955), Una vita violenta (1959) e Petrolio, uscito postumo nel 1992. La sua prima raccolta di liriche, Poesie a Casarsa, venne data alle stampe nel 1942, quando era appena ventenne. Poeta e lettore precoce Pasolini ha raccolto negli anni centinaia di testi italiani e stranieri. Ed è proprio attraverso la sua biblioteca che voglio ricordarlo oggi.
La (s)fortuna di Pier Paolo Pasolini fu quella di essere stato un “lettore pendolare” sin da piccolo: dalle elementari al Ginnasio, da Sacile a Conegliano, si alzava alle cinque del mattino per prendere un «vecchio accelerato, che andava piano piano verso Venezia». A seguire, nel 1935-1936, viaggiava sul trenino che andava da Scandiano a Reggio Emilia. Durante il tragitto leggeva classici che andavano da Omero a Carducci, passando per Salgari. In una lettera confiderà: «Facevo la quarta ginnasio. Scrivevo ancora poesie, ma al tavolino, ormai: con una piccola biblioteca appesa al muro. Benché non avessi ancora compiuto 14 anni, stavo leggendo, con una passione infinita, l’intero Carducci, in quell’edizione dalla copertina rossa e dalle pagine leggerissime e nel tempo stesso robuste, in cui una solida tipografia del principio del secolo aveva impresso i versi in caratteri che erano, per definizione, quelli delle poesie, della Poesia».
Ma è a Bologna, l’amata «città dei portici», dov’era nato il 5 marzo del 1922, che quella passione trova maggior vigore. Sotto «Il Portico della Morte», tra le bancarelle dei libri usati, acquista autori che si porterà con sé per tutta la vita: da Shakespeare a Coleridge, da Tolstoj a Dostoevskij. E ancora poeti come Rimbaud, Ungaretti, Montale. In quegli stessi anni, segnati anche dalle prime amicizie con intellettuali e dalle collaborazioni con interviste letterarie, Pasolini compera Sigmund Freud, decisivo per la sua scrittura.
Nel ’43 lascia Bologna e si trasferisce con la famiglia a Casarsa, sperando di trovare un luogo più tranquillo dove attendere la fine della Seconda Guerra Mondiale. Quel periodo prende l’abitudine a dipingere e si lascia travolgere dai grandi della tradizione italiana: Petrarca, Michelangelo, Foscolo e Manzoni.

Con i suoi libri Pasolini ha sempre avuto un rapporto molto “fisico”: non temeva di sciuparli. Le sue annotazioni, i commenti ai margini, le orecchie alle pagine testimoniano il suo modo “sanguigno” di abitare la letteratura. Volumi che oggi sono custoditi presso il Gabinetto di Viesseux di Firenze. Nella sua biblioteca trovano spazio libri di autori che lui stesso aiutò a pubblicare o che magari si ritrovò a recensire. Una virtuosa consuetudine che trova traccia nel suo ricco epistolario. Ad esempio, a Carlo Roversi, nel 1952, scrisse: «Non ti so dire quanto piacere mi abbia fatto ricevere il tuo bel volumetto». Negli ultimi anni di vita (tra il 1972 e il 1975), Pasolini tenne una rubrica settimanale di recensioni letterarie sul Tempo, poi raccolta nel volume Descrizioni di descrizioni. Ci sono poi libri d’arte, classici latini e greci, e intere collezioni letterarie.
Nella libreria di Pasolini campeggiano Dante, Boccaccio, Ariosto, Machiavelli, Tasso, Campanella, Galilei, Leopardi e Gramsci. Molti libri di questi autori testimoniano una lettura ripresa in diversi momenti della vita di Pasolini: vi si trovano, infatti, sottolineature e commenti che rimandano ad altre letture. Non solo classici, ma anche autori a lui contemporanei: da Arbasino a Calvino, da Moravia a Gadda, da Caproni a Penna, da Zanzotto a Pavese. Le dediche ai volumi rivelano profondi legami di amicizia e rispettosi rapporti professionali. Ci sono ovviamente anche libri su cui Pasolini ha lavorato per le trasposizioni cinematografiche che lo hanno reso famoso, come Le mille e una notte e I racconti di Canterbury.

Lettore vorace, coltissimo, i circa tremila testi ospitati al Gabinetto di Viesseux testimoniano un percorso intellettuale che spaziava dalla letteratura classica alla psicoanalisi, fino alla sociologia e all’antropologia. Pasolini concepiva la lettura non come un passatempo passivo, ma come un atto di desiderio: spesso si lasciava guidare dal caso per poi approfondire con ossessione gli autori che erano stati capaci di scuotere la sua sensibilità. Un legame viscerale, quello di Pasolini con i libri: una storia d’amore durata tutta una vita. «Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura», scrisse nella sua rubrica settimanale Dialoghi con i lettori, ospitata su Vie Nuove.
Nel 1960, rispondendo alla lettera di un giovane degente in una casa di cura, che gli chiedeva quali poeti approfondire, Pasolini rivolse queste toccanti parole: «Se il tuo desiderio di imparare è autentico e duraturo, tu ti trovi forse nel momento più bello della tua vita. Ricordo quando è toccato a me. Che giornate!».
