Il cineasta palestinese, intervistato da La Stampa, non vede prospettive di cambiamento nella politica israeliana: «Il problema è una mentalità che ha ucciso poco a poco l’umanità». Difende la soluzione dei due Stati, denuncia l’inerzia internazionale e racconta la frustrazione di chi, attraverso il cinema, ha cercato di cambiare la narrazione sulla guerra senza riuscire a modificare la realtà sul terreno.
Il cinema può portare le immagini di Gaza davanti al mondo, rompere il silenzio e dare voce a chi vive la guerra. Ma può anche scontrarsi con una realtà che continua a non cambiare. È questa la contraddizione con cui fa i conti Rashid Masharawi, tra i più conosciuti registi palestinesi, appena rientrato a Ramallah dopo il red carpet dell’El Gouna Film Festival, in Egitto, dove è stato accolto dagli applausi per Citizen Osama, la sua ultima produzione. A raccontare la sua visione è l’intervista realizzata da Francesca Paci per La Stampa, pubblicata il 27 ottobre 2026. Sessantacinque anni, nato nel campo profughi di Al Shati, sulla costa di Gaza, Masharawi vive da un decennio tra Parigi e Ramallah. Nella Striscia, però, è rimasta gran parte della sua famiglia, che durante l’ultima guerra ha perso 76 persone. A Gaza ci sono anche i suoi allievi: undici giovani ai quali insegna a raccontare la realtà attraverso le immagini, utilizzando una piattaforma digitale.
Il suo sguardo sul futuro è segnato da una profonda disillusione. Le elezioni israeliane, comunque vadano, difficilmente cambieranno la condizione dei palestinesi. Non perché le differenze politiche siano irrilevanti in assoluto, ma perché, secondo il regista, il problema affonda le radici in qualcosa di più profondo della composizione di un governo: il modo in cui la società israeliana guarda ai palestinesi e la sua incapacità di riconoscerne l’umanità.
«Qualunque governo vinca, per noi non farà differenza»
Alla domanda se una nuova vittoria di Benjamin Netanyahu o un cambiamento politico in Israele possano modificare concretamente la situazione, Masharawi risponde senza esitazioni: «Lo credo. I nostri problemi non sono cominciati con il 7 ottobre e in ottant’anni di difficoltà senza fine abbiamo visto governi di destra, di sinistra, di centro. Chiunque vinca per noi non fa differenza, perché c’è un problema di mentalità a monte».
È qui, nella sua analisi, che si trova il nodo principale del conflitto: «Gli israeliani hanno ucciso poco a poco l’umanità nella loro società e sebbene io continui a volerli come vicini, non è facile costruire un rapporto con loro. Non sono capaci di immedesimarsi in noi, in nessuno di noi». Il regista insiste su una distinzione che considera fondamentale: la popolazione palestinese non può essere identificata con Hamas. «Sanno bene che non siamo tutti Hamas, che i bambini non sono Hamas, eppure non riescono a vederci diversamente», ha chiarito il cineasta. Parole che restituiscono la distanza tra la speranza di una convivenza e la percezione di un’umanità negata. Masharawi non rinuncia all’idea di vivere accanto agli israeliani, ma non nasconde quanto sia difficile immaginare una relazione diversa senza un cambiamento profondo della mentalità.
Due popoli e due Stati: una soluzione sempre più lontana
Nonostante il pessimismo, il regista continua a sostenere la soluzione dei due popoli per due Stati. La considera l’unica prospettiva possibile, anche se la sua realizzazione appare sempre più complicata. «Sostengo la soluzione due popoli per due Stati, come l’ho sempre sostenuta. So bene che bisogna fare compromessi e li ho già assimilati: mio padre era originario di Jaffa e accettando il paradigma di Oslo ho già rinunciato alla mia terra», spiega a La Stampa. La disponibilità al compromesso, dunque, non è per Masharawi una questione teorica. È una rinuncia che riguarda la sua stessa storia familiare e il rapporto con una terra d’origine che non coincide più con la possibilità di un ritorno alle condizioni precedenti.
Eppure, proprio la prospettiva in cui ha continuato a credere sembra oggi allontanarsi. «Credo che non ci sia alternativa. Tuttavia non so se la vedrò questa partizione perché è sempre più difficile da realizzare. L’ottimismo ha pochi margini, gli israeliani uccidono ogni giorno un pezzo di quanto resta di quel progetto». La soluzione politica rimane, nella sua visione, necessaria, ma non può sopravvivere soltanto nelle dichiarazioni diplomatiche. Se le condizioni sul terreno continuano a peggiorare, anche l’orizzonte dei due Stati rischia di diventare progressivamente irraggiungibile.

Il 7 ottobre e l’occupazione: la lettura del regista
Nel corso dell’intervista, Masharawi viene interrogato anche sul 7 ottobre e sulle vittime degli attacchi di Hamas, comprese le persone che credevano nella coesistenza tra israeliani e palestinesi. La sua risposta collega l’attacco alla lunga storia dell’occupazione e dell’assedio della Striscia. «Il 7 ottobre è il risultato dell’occupazione e del comportamento israeliano in tutti questi anni. Se Gaza non fosse stata sotto assedio per vent’anni non ci sarebbe stato il 7 ottobre». Il regista afferma di considerare la resistenza all’occupazione un diritto, ma introduce anche una responsabilità che ritiene imprescindibile: «Io comunque credo che resistere alle forze di occupazione sia un diritto ma anche che proteggere il proprio popolo sia un dovere».
Il suo ragionamento si concentra poi sull’asimmetria del conflitto: «Il problema è che noi non siamo uno Stato, non abbiamo un esercito ma solo milizie, fronteggiamo una guerra asimmetrica e non abbiamo l’America con noi, non abbiamo neppure l’Europa perché a parte il riconoscimento teorico della Palestina non ha cambiato nulla sul terreno». Una critica che investe direttamente la comunità internazionale e la distanza tra le posizioni ufficiali e i risultati concreti. Per Masharawi, il riconoscimento della Palestina e le iniziative diplomatiche non bastano se non si traducono in un miglioramento effettivo delle condizioni di vita.
Racconta di avere incontrato il presidente francese Emmanuel Macron un anno prima, nel pieno della carestia, per descrivergli la situazione a Gaza. «Gli ho spiegato anche che non ci serve uno spot ma un cambio reale perché se ieri i palestinesi chiedevano una vita normale oggi a Gaza chiedono semplicemente una vita. L’ambizione non è neppure più la fine dell’occupazione ma cibo e medicine».
«Prima ci vuole la libertà»: il voto palestinese rinviato
Anche i palestinesi avrebbero dovuto votare alla fine di novembre, ma l’appuntamento è stato rinviato all’anno successivo. Per Masharawi, la questione non può essere separata dalle condizioni imposte dall’occupazione. «Ma come fai a votare sotto l’occupazione? Non possiamo avere una vita normale figuriamoci un voto, prima ci vuole la libertà e poi si stabiliscono le istituzioni», afferma.
Il regista non considera sufficienti gli accordi formali se non sono accompagnati da trasformazioni concrete. «Oslo è ok ma se sul terreno non cambia nulla è inefficiente. Come si fa? Se c’è la volontà politica della comunità internazionale tutto si aggiusta, il punto è che non si cambia la mentalità prima della realtà sul terreno: si procede all’inverso affinché duri». La sua critica riguarda, quindi, anche l’ordine delle priorità. Non si può costruire un sistema politico stabile senza affrontare prima le condizioni che impediscono alla popolazione di esercitare i propri diritti. Le istituzioni, in questa prospettiva, non possono sostituire la libertà né compensare l’assenza di una vita quotidiana sicura.
Il cinema racconta Gaza, ma non riesce a cambiare la realtà
Per Masharawi il cinema è da anni uno strumento per contrastare il silenzio e restituire una prospettiva palestinese a una storia spesso raccontata attraverso altri sguardi. Il regista ha prodotto 32 film su Gaza, a partire da Ground Zero, e considera il lavoro degli autori palestinesi parte di una battaglia per modificare la narrazione del conflitto. Nell’intervista parla anche del documentario israeliano Naza, che giudica importante proprio perché racconta la vicenda dal punto di vista israeliano. «È un documentario importante, è bene che sia uscito. L’ho visto. Bisogna che il mondo conosca questa storia raccontata dal lato israeliano, noi come filmmaker palestinesi lo raccontiamo da tre anni, personalmente ho prodotto 32 film su Gaza, a partire da Ground Zero».
Per il regista, le diverse prospettive non si escludono necessariamente. «La storia di Naza è l’altro lato di quella che raccontiamo noi dal terreno, ma se raccontata dagli israeliani serve a farla capire meglio al mondo allora è un bene». La sua fiducia, però, non è riposta principalmente nella capacità del cinema di convincere la società israeliana. Alla domanda se il documentario dovrebbe essere visto dagli israeliani, risponde: «Non credo, è più importante che arrivi al mondo, sono convinto che se ci sarà una soluzione al conflitto verrà da fuori e non dalla società israeliana: da tre anni gli israeliani possono vedere quel che succede a Gaza ma hanno scelto di chiudere gli occhi». È una valutazione che rivela la frustrazione di chi ha lavorato per anni affinché le immagini potessero aprire una breccia nell’opinione pubblica. Il problema, secondo Masharawi, non è più soltanto mostrare ciò che accade, ma capire perché la conoscenza dei fatti non si traduca in una pressione capace di modificare le politiche.
«La battaglia è tra l’opinione pubblica e Israele, dove oggi non c’è nessuna sinistra ma solo destra», sostiene. E ricorda gli sforzi compiuti dai registi palestinesi per portare le proprie opere fuori da Gaza e presentarle nei grandi festival internazionali, da Cannes a Toronto fino a Berlino. L’obiettivo era cambiare la narrazione, fare in modo che le storie raccontate dal terreno raggiungessero un pubblico più ampio. Ma il bilancio è amaro: «Noi registi palestinesi abbiamo faticato a portare i film fuori da Gaza e presentarli a Cannes, a Toronto, a Berlino, volevamo cambiare la narrativa. Ma oggi siamo un po’ frustrati perché speravamo di poter provocare un cambiamento sul terreno e invece niente, tutti denunciano la situazione ma non si muove una foglia».

«Un altro Israele non aiuterà. Magari un’altra America…»
La conclusione di Masharawi torna al punto da cui era partito: le elezioni israeliane, da sole, non sembrano offrire una via d’uscita. La speranza di un cambiamento interno alla società israeliana è debole, mentre il regista attribuisce un ruolo decisivo alla pressione internazionale e all’opinione pubblica mondiale. Dopo anni di lavoro per raccontare Gaza, la sua amarezza nasce proprio dalla distanza tra la visibilità conquistata dalle immagini e l’assenza di risultati tangibili. Il cinema può documentare, testimoniare, contestare la narrazione dominante. Non può, da solo, fermare una guerra né obbligare i governi a cambiare rotta. Per questo Masharawi guarda oltre Israele, senza nascondere il proprio scetticismo: «Un altro Israele non aiuterà in alcun modo, magari un’altra America…».
