L’8 luglio 1978 Sandro Pertini veniva eletto Presidente della Repubblica. Ottenne 832 voti: un consenso senza precedenti, destinato a consacrare quello che molti considerano ancora oggi il Capo dello Stato più amato dagli italiani. Subentrò al Quirinale a Giovanni Leone, dimissionario. Il Paese usciva dagli anni più difficili della sua storia repubblicana. Erano gli anni del terrorismo, della sfiducia nelle istituzioni, delle ferite ancora aperte del caso Moro. Si cercava una figura capace di parlare all’Italia con autorevolezza, ma anche con umanità.
La trovò in quell’uomo dai capelli bianchi, il volto segnato dal carcere fascista, dal confino, dalla Resistenza. Burbero, dall’aspetto severo, sempre con la pipa stretta tra i denti. Eppure dietro quell’immagine austera c’era un profilo capace di indignarsi, di abbracciare i familiari delle vittime del terrorismo e di gioire davanti a una vittoria della Nazionale con l’entusiasmo di un ragazzo. «Non ci prendono più…», disse l’11 luglio 1982 durante la finale dei Mondiali contro la Germania Ovest, alzandosi in piedi nella tribuna del Santiago Bernabéu, incapace di trattenere la gioia.
Arrivò al Colle consapevole del peso di quel ruolo. Al suo fianco, però, c’era una donna che aveva già deciso di restarne lontana. Parliamo di Carla Voltolina. «Non ho nessuna intenzione di seguirlo al Quirinale bardata come una Madonna», disse all’indomani dell’elezione. E non era una provocazione, né un gesto di ribellione, bensì il modo più naturale di essere fedele a sé stessa. Perché prima ancora di essere la moglie di Sandro Pertini era stata una partigiana, una giornalista, una psicologa, una donna che aveva costruito la propria identità senza chiedere scorciatoie e senza vivere all’ombra di nessuno. Ed è forse proprio guardando a lei che si comprende fino in fondo anche l’uomo che quel giorno entrava al Quirinale. La loro storia comincia lontano dai palazzi del potere.

Novembre 1944. L’Italia è ancora divisa dalla guerra. Carla ha poco più di vent’anni quando riceve l’incarico di accompagnare a Milano un dirigente socialista inviato dalla segreteria romana nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Quell’uomo viaggia sotto falso nome: Nicola Durano. In realtà è Sandro Pertini. Tra loro ci sono quasi venticinque anni di differenza. È proprio Pertini, almeno all’inizio, a considerarla un ostacolo. Molti anni dopo lo avrebbe confessato con la sincerità che gli era propria: «Carla è stata la mia unica fonte di serenità. Ma all’inizio pensavo che fosse troppo giovane. Temevo un fallimento matrimoniale».
Lei, con poche parole, avrebbe raccontato una vita intera: «Lui mi ha amato molto. Ma io di più». Il loro non è un amore nato nei salotti, ma nella clandestinità. Sorge sotto nomi falsi, tra documenti da nascondere, staffette partigiane e appuntamenti che potevano trasformarsi, da un momento all’altro, in una condanna a morte. Carla entra nella Resistenza per scelta. Viene catturata dalle SS, riesce a fuggire grazie alla complicità di un medico e continua la lotta clandestina, collaborando anche con Eugenio Colorni.
È una generazione che considera la libertà qualcosa per cui vale la pena rischiare tutto. Forse è proprio questa la radice del loro rapporto. Non soltanto l’amore, ma un’idea condivisa della vita e del coraggio. Quando Sandro Pertini le dice che la sua fede politica verrà sempre prima di tutto, Carla non si tira indietro. Accetta quella scelta, ma senza rinunciare alla propria indipendenza. Dopo la guerra diventa giornalista d’inchiesta. Scrive delle carceri, delle case chiuse, degli anziani, degli emarginati. Si laurea due volte, prima in Scienze politiche e poi in Psicologia. Lavora negli ospedali, si occupa di tossicodipendenti e di persone con disturbi psichiatrici. E continua a firmarsi Carla Voltolina, senza usare il cognome del marito come lasciapassare.

Per questo, quando Sandro Pertini viene eletto Presidente della Repubblica, Carla Voltolina non sente il bisogno di trasformarsi in una first lady. «Il mio Quirinale è una stanza di ospedale con persone che soffrono», dirà. Una frase che oggi suona quasi rivoluzionaria. Dietro quelle parole non c’era il rifiuto delle istituzioni, ma l’idea che il servizio allo Stato potesse assumere forme diverse, lontane dai riflettori. Agli amici mostrava il Quirinale dalla finestrella del bagno del suo appartamento romano e scherzava: «Il mio rapporto con il Quirinale sarà così, da lontano».
Anche la loro quotidianità raccontava questo stile di vita. Pertini non aveva la patente. Era Carla a guidare la loro inseparabile Cinquecento rossa, ribattezzata con affetto “la Peppa”, con cui attraversavano Roma. Lui, scherzando, si lamentava dei consumi dell’automobile; lei sorrideva e continuava a guidare. Era un’immagine quasi domestica, lontanissima dalla retorica del potere, e forse proprio per questo così autentica.

