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25 anni senza Indro Montanelli, il giornalista che fece del mestiere una ragione di vita

Indro Montanelli

Il 22 luglio 2001, alle 17.30, si spegneva a Milano, nella clinica Madonnina, Indro Montanelli. Aveva 92 anni e con lui si chiudeva una delle stagioni più straordinarie del giornalismo italiano. A distanza di venticinque anni, il suo nome continua a essere sinonimo di cronaca, indipendenza e passione civile, ben oltre le inevitabili controversie che ancora oggi accompagnano la sua figura.

Montanelli amava ripetere: «La mia vita professionale è la mia vita, tout court». Non era una frase a effetto. Per lui il giornalismo non rappresentava soltanto una professione, ma un modo di osservare il mondo, raccontarlo e, quando necessario, sfidarlo.

Nato a Fucecchio nel 1909, laureato in Giurisprudenza e in Scienze politiche, iniziò la carriera giovanissimo. Negli anni Trenta lavorò in Francia, collaborò conParis Soire seguì da vicino alcuni dei grandi eventi che avrebbero cambiato il volto dell’Europa. Fu inviato in Africa durante la guerra d’Etiopia e successivamente in Spagna, dove i suoi articoli gli procurarono l’ostilità del regime fascista.

Entrato alCorriere della Seranel 1938, vi sarebbe rimasto per quarant’anni, diventandone una delle firme più prestigiose. Da inviato raccontò l’ascesa del nazismo, seguì i grandi conflitti del Novecento e intervistò alcuni dei protagonisti della storia contemporanea. Durante la Seconda guerra mondiale fu arrestato per la sua attività antifascista e condannato a morte. Riuscì a salvarsi e, dopo la Liberazione, tornò alCorriere, riprendendo il lavoro di cronista con la stessa determinazione.

Il momento di svolta arrivò nel 1974, quando lasciò il quotidiano di via Solferino per fondareIl Giornale Nuovo, poi diventato semplicementeIl Giornale. Fu una scelta coraggiosa, maturata nel nome dell’autonomia editoriale e del pluralismo dell’informazione. Il nuovo quotidiano si impose rapidamente nel panorama nazionale, diventando una delle principali voci del giornalismo italiano.

Tre anni dopo Montanelli pagò personalmente quella libertà. Il 2 giugno 1977 venne gambizzato dalle Brigate Rosse davanti alla sede del giornale. Sopravvisse all’attentato e tornò presto al lavoro, trasformando anche quell’episodio in una testimonianza del valore della libertà di stampa negli anni più drammatici del terrorismo.

Negli anni Novanta il rapporto con Silvio Berlusconi, nel frattempo divenuto azionista di riferimento del quotidiano, si incrinò fino alla rottura. Quando il Cavaliere decise di entrare in politica, Montanelli lasciò il giornale che aveva fondato, convinto che un direttore dovesse poter esercitare il proprio mestiere senza condizionamenti. Tentò una nuova avventura editoriale conLa Voce, esperienza breve ma significativa, prima di tornare alCorriere della Sera, dove inaugurò la celebre rubrica “La Stanza”, trasformata in uno spazio quotidiano di dialogo con i lettori.

Accanto all’attività giornalistica, Montanelli fu anche uno straordinario divulgatore storico. Le sue opere dedicate alla storia d’Italia e alla storia di Roma, molte delle quali scritte insieme a Roberto Gervaso e Mario Cervi, hanno contribuito ad avvicinare generazioni di lettori alla storia nazionale con uno stile chiaro, diretto e accessibile.

A venticinque anni dalla sua scomparsa resta soprattutto un’eredità professionale. Montanelli apparteneva a una generazione di cronisti che considerava il giornalismo anzitutto presenza sul campo: vedere, ascoltare, verificare e poi raccontare. Con il suo stile asciutto, la curiosità intellettuale e una feroce difesa dell’indipendenza del giornalista, Indro Montanelli continua a occupare un posto centrale nella storia del giornalismo italiano. Per molti non fu soltanto un grande direttore, ma il simbolo di un’idea del mestiere fondata sulla libertà, sul rigore e sul coraggio di non rinunciare mai alla propria autonomia.