C’è un gatto che fa le fusa sulle ginocchia di un boss siciliano. Una canottiera bianca che diventa il simbolo della ribellione. Un colonnello che emerge dall’oscurità, il volto appena sfiorato dalla luce, mentre pronuncia parole destinate a entrare nella storia del cinema. Marlon Brando è stato tutto questo. E forse nessun altro attore è riuscito, nel corso di una sola carriera, a lasciare impronte così potenti nell’immaginario collettivo.
Da Un tram che si chiama Desiderio a Fronte del porto, da Desirée a I giovani leoni, fino a Il Padrino, Ultimo tango a Parigi e Apocalypse Now, Marlon Brando non ha semplicemente interpretato personaggi memorabili: ha ridefinito il modo stesso di recitare.

Eppure, prima del mito, c’era un bambino cresciuto in una famiglia difficile. Nella sua autobiografia The Songs My Mother Taught Me (Le canzoni che mi insegnava mia madre), pubblicata nel 1994 e arrivata in Italia con La Nave di Teseo nel 2024, racconta un’infanzia segnata dall’alcolismo della mamma e da un padre incapace di manifestargli affetto. «Vederla bere procurava un’angoscia profonda. Il pensiero che preferisse ubriacarsi piuttosto che prendersi cura di noi», scrive ricordando la madre Dodie. Per attirarne l’attenzione e distrarla dalla bottiglia, il piccolo Marlon passava ore a imitare gli animali della fattoria. Un gioco che, forse inconsapevolmente, rappresentò il suo primo laboratorio di recitazione.
Il rapporto con il padre fu ancora più duro:«Nessuna delle cose che facevo gli piaceva o l’interessava. Provava gusto a dirmi che ero un buono a nulla e che non sarei mai riuscito a fare qualcosa nella vita». Parole che contribuirono a forgiare quel carattere ribelle e insofferente verso ogni forma di autorità che lo avrebbe accompagnato per tutta l’esistenza.
Quando arrivò a New York, dopo essere stato espulso prima dal liceo e poi da un’accademia militare, nessuno immaginava che quel ragazzo del Nebraska avrebbe rivoluzionato il cinema. Si iscrisse ai corsi di Stella Adler, una delle grandi maestredell’Actors Studio, facendo proprio il Metodo ispirato a Konstantin Stanislavskij. Ma Brando non si limitò a impararlo: lo trasformò.
A raccontarlo è la stessa Adler attraverso un episodio diventato celebre.Durante una lezione chiese agli allievi di interpretare un gruppo di galline mentre incombeva la minaccia di una bomba atomica. Tutti iniziarono a correre e a starnazzare. Brando, invece, rimase immobile facendo finta di deporre un uovo. Quando l’insegnante gli domandò il perché di quella scelta, rispose con disarmante naturalezza: «Sono una gallina, che diavolo ne so della bomba atomica?». In quella risposta c’era già tutta la sua idea di recitazione: non imitare un personaggio, ma pensare come lui. Fu questa autenticità a conquistare Hollywood.
Dopo il debutto cinematografico con Uomini, arrivarono Un tram che si chiama Desiderio, diretto da Elia Kazan, e Fronte del porto, che nel 1955 gli regalò il primo Oscar grazie all’indimenticabile interpretazione di Terry Malloy. Negli anni successivi attraversò con naturalezza il cinema storico, il kolossal, il dramma psicologico e il film d’autore. Tra le interpretazioni più ricordate di quel periodo c’è anche Desirée, accanto a Jean Simmons, prima di arrivare alla definitiva consacrazione con Il Padrino.

Per costruire Don Vito Corleone, Brando ebbe un’intuizione destinata a entrare nella leggenda. Durante il provino si riempì la bocca di batuffoli di cotone per dare al volto l’aspetto pesante di un bulldog. Sul set quei batuffoli furono sostituiti da una speciale protesi dentaria, ma quella voce roca e quel volto scavato sarebbero diventati uno dei simboli assoluti della storia del cinema.
Il secondo Oscar arrivò proprio grazie a quel ruolo. Ma Brando non si presentò alla cerimonia del 1973. Al suo posto salì sul palco l’attivista nativa americana Sacheen Littlefeather, incaricata di rifiutare la statuetta per denunciare il trattamento riservato ai popoli indigeni da Hollywood e dalla società americana. Un gesto clamoroso che divise l’opinione pubblica e che ancora oggi viene ricordato come uno dei momenti più politici nella storia degli Academy Awards.
Nemmeno sul set Brando seguiva le regole. Preferiva non imparare le battute a memoria, convinto che l’improvvisazionerendesse più autentica la recitazione.Durante le riprese de Il Padrinofaceva attaccare i dialoghi dietro la macchina da presa o perfino sugli abiti degli altri attori, leggendo le battute senza che lo spettatore se ne accorgesse.

Nel 1972 sconvolse pubblico e critica con Ultimo tango a Parigi, il controverso capolavoro di Bernardo Bertolucci che ancora oggi continua a interrogare il rapporto tra cinema, rappresentazione e consenso. Pochi anni dopo Francis Ford Coppola lo volle in Apocalypse Now, dove il colonnello Kurtz, costruito anche attraverso lunghe improvvisazioni, divenne una delle figure più enigmatiche della settima arte. Negli anni Ottanta arrivò anche una delle pagine più sorprendenti della sua carriera. Per interpretare Jor-El in Superman rimase sullo schermo solo pochi minuti, ma ottenne un compenso destinato a fare storia: circa 19 milioni di dollari, tra cachet e percentuale sugli incassi. Per oltre un decennio nessun attore riuscì a superare quella cifra.
La sua vita privata fu complessa quanto la sua carriera. Si sposò tre volte (con Anna Kashfi, Movita Castaneda e Tarita Teriipaia), ebbe numerosi figli e fu segnato da drammi familiari che contribuirono ad alimentare l’immagine di un uomo profondamente tormentato. Intorno alla sua persona, nel frattempo, cresceva il mito. Si racconta che molti assegni da lui firmati non venissero mai incassati: il valore del suo autografo superava quello della cifra scritta. Un aneddoto che restituisce meglio di tanti numeri la dimensione quasi leggendaria raggiunta da Brando.
Non sorprende, allora, che la rivista Time lo abbia inserito, insieme a Charlie Chaplin e Marilyn Monroe, tra i cento personaggi più influenti del XX secolo. Un riconoscimento che va oltre il cinema. Forse aveva ragione Ligabue quando scriveva che “Marlon Brando è sempre lui”. Perché cambiano le mode, gli attori, il cinema. Ma quando si cerca il volto di un’icona, il nome che riaffiora, puntualmente, è ancora il suo.

