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Von der Leyen disegna la nuova Europa: più autonoma, più armata e con il Canada dentro l’orbita Ue

“Era il tempo migliore, era il tempo peggiore”. Ursula von der Leyen ha scelto Charles Dickens per aprire il discorso sullo stato dell’Unione del 2026, ma dietro la citazione letteraria c’è un messaggio politico molto concreto: secondo la presidente della Commissione, l’Europa non può più limitarsi a essere un grande mercato regolato da Bruxelles. Deve diventare un soggetto capace di difendersi, proteggere le proprie frontiere, ridurre le dipendenze strategiche e scegliere autonomamente con chi costruire le proprie alleanze.

Il discorso pronunciato il 16 settembre davanti al Parlamento europeo a Strasburgo è stato uno dei più ambiziosi dei suoi mandati. Dentro ci sono Ucraina e Russia, difesa comune, guerra ibrida, Canada, intelligenza artificiale, social network, clima, Gaza, Ceuta e autonomia strategica. Temi apparentemente molto diversi che von der Leyen ha cercato di collegare attraverso un’unica idea: in un mondo nel quale le vecchie certezze occidentali stanno venendo meno, l’Unione deve acquisire la capacità di agire senza dipendere continuamente dalle decisioni degli altri.

È probabilmente questo il vero significato politico del discorso. Non un elenco di iniziative per il prossimo anno, ma il tentativo di delineare un’Europa diversa da quella costruita negli ultimi decenni.

“Solo l’Europa può dare agli europei vera sovranità”

La parola che attraversa tutto il discorso è sovranità. Un termine tradizionalmente utilizzato proprio dai movimenti che contestano Bruxelles e che von der Leyen prova invece a rovesciare: nel mondo di oggi, sostiene, nessuno Stato europeo dispone da solo della forza economica, militare e tecnologica necessaria per essere realmente sovrano.

“Solo l’Europa può fornire agli europei la vera sovranità di cui hanno bisogno nella fredda fragilità del mondo di oggi”, ha affermato la presidente della Commissione. L’obiettivo dichiarato è costruire “un’Europa indipendente che abbia il potere di agire”, capace di garantire che il destino del continente rimanga nelle mani degli europei.

È una concezione quasi opposta a quella dei movimenti sovranisti. Per questi ultimi, restituire sovranità significa riportare competenze da Bruxelles agli Stati nazionali. Per von der Leyen significa invece trasferire all’Europa abbastanza forza da impedire che le decisioni fondamentali vengano prese a Washington, Mosca o Pechino.

È uno dei grandi conflitti politici che attraverseranno l’Unione nei prossimi anni.

L’affondo contro ultranazionalisti, antieuropeisti e Russia

Il passaggio politicamente più duro è arrivato quando von der Leyen ha parlato delle divisioni interne all’Europa. Le preoccupazioni reali dei cittadini, ha sostenuto, vengono utilizzate per creare fratture, talvolta dall’esterno e troppo spesso anche dall’interno.

Poi l’affondo: ultranazionalisti, antieuropeisti, interferenze russe e disinformazione, pur essendo fenomeni differenti, avrebbero secondo la presidente della Commissione un risultato comune: indebolire i valori europei e “spezzare la nostra unità”.

È una formulazione destinata inevitabilmente a provocare una dura risposta da parte delle destre sovraniste, perché colloca nello stesso passaggio politico movimenti che partecipano democraticamente alle elezioni europee e operazioni di interferenza attribuite a una potenza straniera.

Von der Leyen non ha sostenuto che siano la stessa cosa. Ha però affermato che possono produrre lo stesso effetto politico: un’Europa più frammentata e quindi meno capace di agire.

Il confronto sulla sovranità europea diventa così anche un confronto sull’idea stessa di democrazia continentale.

La Russia e la guerra che ormai arriva dentro l’Europa

La sicurezza occupa una parte centrale del discorso. Von der Leyen ha ricordato che negli ultimi cinque anni la spesa europea per la difesa è aumentata di quasi l’80%, ma ha soprattutto collegato la guerra in Ucraina agli episodi che stanno avvenendo sempre più frequentemente sul territorio dell’Unione e della NATO.

Ha citato Lituania, Danimarca, Polonia e il tentato attacco con drone a Lipsia, definendo quest’ultimo un’azione realizzata con materiale di livello militare da operatori russi sul territorio europeo.

È un passaggio particolarmente significativo alla luce degli episodi che La Voce Nuova ha seguito negli ultimi giorni. Sabotaggi, droni, cyberattacchi, interferenze elettroniche e campagne di disinformazione stanno progressivamente rendendo più difficile distinguere la guerra combattuta in Ucraina dalla pressione esercitata direttamente contro i Paesi europei.

Il problema non è soltanto militare. È stabilire quando un’azione ibrida diventi sufficientemente grave da richiedere una risposta collettiva.

Verso una risposta comune agli attacchi ibridi

Von der Leyen ha indicato la necessità di rafforzare la capacità europea di reagire alle operazioni ibride. È una questione che si intreccia direttamente con il dibattito in corso nella NATO sulla soglia dell’articolo 5.

L’Europa si trova davanti a un dilemma: se ogni sabotaggio, cyberattacco o incursione viene considerato un episodio isolato, un avversario può continuare a esercitare pressione rimanendo costantemente sotto la soglia della guerra convenzionale. Se invece si stabilisce una risposta automatica, aumenta il rischio di escalation.

La soluzione alla quale Bruxelles sembra guardare è una maggiore capacità di attribuzione, coordinamento e risposta comune, evitando che ogni Stato debba affrontare singolarmente episodi che possono far parte di una strategia più ampia.

È un cambiamento importante perché significa considerare la sicurezza delle infrastrutture civili, delle reti energetiche e dei sistemi informatici parte integrante della difesa europea.

L’Ucraina resta al centro

Sul conflitto ucraino von der Leyen non ha mostrato alcun arretramento. Gli ucraini, ha detto, combattono per la sopravvivenza del proprio Stato, della propria identità e della propria libertà, ma anche per la libertà e l’autodeterminazione dell’Europa.

Da qui la conferma che il sostegno europeo a Kiev deve continuare. La presidente della Commissione ha inoltre indicato la volontà di sviluppare con l’Ucraina un sistema missilistico modulare ed economicamente sostenibile, denominato Freyja, combinando l’esperienza maturata dagli ucraini sul campo di battaglia con le capacità tecnologiche e industriali europee.

Dietro questa collaborazione c’è un cambiamento più profondo. L’Ucraina non viene più considerata soltanto un Paese al quale fornire armi, ma anche un laboratorio militare dal quale l’Europa può acquisire tecnologie, esperienza e capacità operative sviluppate durante anni di guerra ad alta intensità.

La futura architettura della difesa europea potrebbe quindi essere costruita anche attraverso l’integrazione progressiva dell’industria militare ucraina.

La sorpresa più grande: il Canada nell’orbita dell’Unione

L’annuncio più inatteso del discorso riguarda però un Paese che si trova dall’altra parte dell’Atlantico. Rivolgendosi direttamente al primo ministro canadese Mark Carney, presente nell’aula di Strasburgo, von der Leyen ha proposto di lavorare affinché il Canada diventi il primo “membro associato” dell’Unione europea.

Una categoria che oggi non esiste.

Non si tratterebbe di una normale adesione all’UE: il Canada non è uno Stato europeo e l’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea riserva la possibilità di diventare membro agli Stati europei. L’idea è quindi costruire una nuova forma di associazione politica, economica e strategica.

Von der Leyen ha parlato di un’“Alleanza per il futuro” che dovrebbe comprendere industria, tecnologia, difesa, energia, materie prime critiche, batterie, intelligenza artificiale, quantistica, cybersicurezza e Artico.

È molto più di un accordo commerciale.

Perché proprio il Canada

Il momento politico nel quale arriva la proposta è fondamentale. I rapporti tra Ottawa e Washington sono diventati molto più difficili con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e con le tensioni commerciali provocate dai nuovi dazi statunitensi.

Il Canada sta quindi cercando di diversificare i propri rapporti economici e strategici. L’Europa, contemporaneamente, cerca partner affidabili in un momento nel quale non considera più automatico l’allineamento con gli Stati Uniti su ogni dossier.

Le due esigenze si incontrano.

UE e Canada dispongono già del CETA, l’accordo commerciale entrato provvisoriamente in vigore nel 2017. Von der Leyen ha ricordato che da allora gli scambi di beni sono aumentati del 75%. Ma la nuova proposta punta molto più in alto: costruire una sorta di spazio comune di sicurezza economica e strategica.

Se prendesse realmente forma, sarebbe una novità storica nell’architettura europea.

Un “membro associato” che ancora non esiste

Proprio per questo occorre evitare di presentare l’annuncio come una decisione già presa. Il Canada non sta entrando nell’Unione europea e non esiste oggi una procedura attraverso la quale possa semplicemente diventare membro associato.

Lo status dovrà essere definito politicamente e giuridicamente, e gli Stati membri avranno un ruolo decisivo. Non è ancora chiaro quali diritti comporterebbe, quali obblighi imporrebbe e quanto accesso Ottawa potrebbe ottenere al mercato, ai programmi europei e alle strutture decisionali.

È possibile immaginare un’integrazione molto profonda senza diritto di voto nelle istituzioni dell’Unione, ma al momento siamo ancora nel terreno delle ipotesi.

La proposta ha soprattutto un enorme valore geopolitico: l’UE comincia a immaginarsi come il centro di una rete di democrazie alleate che può estendersi oltre i confini geografici dell’Europa.

La stretta sui social per i minori

Un’altra delle proposte destinate a incidere direttamente sulla vita quotidiana riguarda i social network. Von der Leyen ha annunciato l’EU Kids Act, che la Commissione presenterà con un principio molto semplice: nessun utilizzo dei social sotto i 13 anni e nessun account personale sotto i 15.

Tra 13 e 15 anni sarebbero consentiti soltanto account creati e supervisionati dai genitori, con funzionalità ridotte e limiti di tempo. Per gli utenti tra 15 e 18 anni le piattaforme dovrebbero invece garantire un design specificamente sicuro.

La filosofia della proposta è ancora più significativa delle soglie anagrafiche. Bruxelles vuole invertire l’onere della prova: non dovrebbero essere le famiglie a dimostrare che una piattaforma è pericolosa, ma le piattaforme a dimostrare che i propri prodotti sono sicuri per i minori.

Von der Leyen ha citato funzioni che creano dipendenza, contenuti estremi e immagini sessualizzate generate con l’intelligenza artificiale come esempi di rischi che l’Europa non dovrebbe più considerare inevitabili.

“Decidiamo noi le regole, non Big Tech”

Il messaggio alle grandi piattaforme statunitensi è stato particolarmente netto. Secondo von der Leyen, il potere delle Big Tech può apparire enorme, ma non è intoccabile: “Siamo noi a decidere le nostre regole, non Big Tech”.

È un’altra manifestazione della stessa idea di sovranità che attraversa l’intero discorso. Non soltanto autonomia militare dalla Russia o maggiore indipendenza strategica dagli Stati Uniti e dalla Cina, ma anche capacità europea di imporre regole alle multinazionali tecnologiche.

La Commissione intende inoltre intervenire attraverso il Digital Fairness Act contro meccanismi di progettazione digitale considerati manipolativi o capaci di creare dipendenza anche tra gli adulti.

Lo scontro con le grandi aziende tecnologiche americane potrebbe quindi intensificarsi ulteriormente.

L’intelligenza artificiale tra regole e industria

Von der Leyen ha difeso anche l’AI Act, presentandolo come uno strumento attraverso il quale l’Europa può influenzare le regole globali sull’intelligenza artificiale. Ma il passaggio più interessante riguarda forse ciò che viene dopo la regolamentazione.

L’Europa, ha riconosciuto sostanzialmente la presidente della Commissione, potrebbe non essere il continente nel quale vengono sviluppati tutti i modelli di frontiera. Questo non significa che debba rinunciare alla competizione.

La vera partita può essere quella dell’applicazione dell’intelligenza artificiale nelle fabbriche, negli ospedali, nell’agricoltura, nelle reti energetiche, nella guida autonoma e nella difesa.

È una strategia differente rispetto a quella americana: non necessariamente costruire il modello più potente del mondo, ma utilizzare meglio l’AI dentro un sistema industriale che conserva ancora competenze e dati di enorme valore.

Per riuscirci, però, l’Europa dovrà risolvere problemi che da anni ne rallentano la competitività: costo dell’energia, frammentazione dei mercati dei capitali, investimenti insufficienti e lentezza burocratica.

Clima: dall’emergenza alla necessità di adattarsi

Anche sul clima il discorso segna uno spostamento significativo. Von der Leyen ha definito quella appena trascorsa “l’estate della verità”, ricordando gli incendi che hanno colpito numerose regioni europee e il ritiro dei ghiacciai alpini.

La Commissione proporrà un piano europeo contro le ondate di calore, con sistemi di allerta precoce, preparazione sanitaria, adattamento urbano e strumenti di raffrescamento.

È un passaggio importante perché accanto alla tradizionale politica europea di riduzione delle emissioni entra sempre più esplicitamente il tema dell’adattamento a un clima che è già cambiato.

Non basta più cercare di evitare il riscaldamento futuro. Bisogna preparare città, ospedali e infrastrutture alle conseguenze che stanno già arrivando.

Gaza e l’impotenza delle divisioni europee

Sul Medio Oriente von der Leyen ha usato parole dure nei confronti del governo israeliano. Ha parlato delle sofferenze nella Striscia di Gaza, della violenza dei coloni in Cisgiordania e ha definito “inaccettabile” il progetto di insediamento E1.

Ma ha anche riconosciuto uno dei limiti strutturali dell’Unione: su Israele gli Stati membri non sono riusciti a raggiungere le maggioranze necessarie per una risposta comune.

È forse l’esempio più evidente della distanza che ancora separa l’Europa descritta nel discorso dall’Europa realmente esistente.

Von der Leyen chiede un’Unione capace di agire come potenza geopolitica. Ma su una delle principali crisi internazionali ventisette governi continuano ad avere posizioni profondamente differenti.

L’autonomia strategica non dipende quindi soltanto da armi, industrie e denaro. Dipende dalla capacità politica di decidere.

“Ceuta è Europa”

Un messaggio particolarmente netto è stato rivolto alla Spagna dopo la crisi migratoria dell’estate. “Ceuta è Spagna. Ceuta è Europa”, ha dichiarato von der Leyen, sostenendo che tutte le frontiere esterne degli Stati membri devono essere considerate frontiere europee.

La Commissione intende proporre un nuovo strumento di risposta alle emergenze, pensato soprattutto per situazioni nelle quali movimenti migratori di massa possano essere orchestrati o strumentalizzati politicamente da Paesi terzi.

Anche questo dossier viene quindi progressivamente spostato dal terreno dell’immigrazione a quello della sicurezza.

La logica è la stessa utilizzata negli ultimi anni per descrivere le pressioni migratorie organizzate lungo i confini orientali dell’Unione: un flusso di persone può diventare anche uno strumento geop