Gli obiettivi erano stati individuati, la lista dei target approvata e le forze americane stavano preparando le bombe. Poi Donald Trump ha fermato l’attacco contro gli Houthi dello Yemen. Non giorni prima dell’operazione, ma quando l’intervento militare degli Stati Uniti a fianco dell’Arabia Saudita era ormai vicino a cominciare.
È la ricostruzione pubblicata dal New York Times e ripresa nelle ultime ore da diverse fonti internazionali. Secondo il quotidiano americano, il presidente avrebbe cambiato orientamento dopo un colloquio con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che chiedeva a Washington un intervento diretto contro il movimento yemenita sostenuto dall’Iran. Trump avrebbe inizialmente accettato, per poi ordinare all’ultimo momento di sospendere l’operazione.
Il dietrofront non significa che Washington abbia abbandonato Riad. Gli Stati Uniti continuano a fornire intelligence e assistenza nell’individuazione degli obiettivi, mentre il comandante del Centcom, l’ammiraglio Brad Cooper, ha avuto colloqui diretti con la leadership saudita. Ma Trump, almeno per ora, ha scelto di non trasformare nuovamente gli Stati Uniti in parte diretta della guerra contro gli Houthi.
La decisione arriva nel momento peggiore per l’Arabia Saudita. Il movimento yemenita ha intensificato gli attacchi con missili e droni contro il Regno, è avanzato lungo la costa occidentale dello Yemen e controlla ormai posizioni che gli consentono di esercitare una pressione molto maggiore sullo stretto di Bab el-Mandeb, una delle arterie più importanti del commercio mondiale. Nelle ultime 24 ore gli Houthi denunciano, dall’altra parte, 28 attacchi aerei sauditi contro le province di Taiz, Marib e Al-Jawf.
Dietro la decisione americana si intravede così un problema molto più grande: Trump deve aiutare l’Arabia Saudita senza trasformare la guerra con l’Iran in un conflitto ancora più vasto e incontrollabile.
L’attacco americano era ormai vicino
La ricostruzione del New York Times aggiunge un elemento importante rispetto alle informazioni circolate nei giorni precedenti. Già l’11 settembre Reuters aveva riferito che Mohammed bin Salman aveva chiesto direttamente a Trump assistenza militare contro gli Houthi e che il presidente americano non aveva autorizzato attacchi statunitensi, limitando il sostegno alla condivisione di intelligence e all’assistenza per individuare gli obiettivi.
La situazione sarebbe però cambiata successivamente. Secondo il New York Times, dopo un nuovo colloquio con il principe ereditario saudita Trump avrebbe deciso di intervenire. I militari americani avrebbero quindi predisposto una lista di obiettivi e avviato i preparativi operativi. Poi, quando l’attacco era ormai vicino, è arrivato un nuovo ordine dalla Casa Bianca: fermarsi.
Non sono state rese pubbliche tutte le ragioni che hanno determinato il ripensamento e sarebbe quindi azzardato attribuire al presidente una singola motivazione. Ma il contesto nel quale la decisione è maturata permette di comprendere il dilemma strategico di Washington.
Gli Houthi stanno combattendo contro l’Arabia Saudita. Non stanno invece combattendo, almeno per ora, contro gli Stati Uniti.
Ed è una differenza che per Trump conta molto.
L’accordo silenzioso tra Washington e gli Houthi
Negli ultimi giorni sono infatti emersi contatti tra rappresentanti americani e Houthi attraverso la mediazione dell’Oman. Il movimento yemenita ha assicurato a Washington di non avere intenzione di attaccare le navi statunitensi nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb, purché gli Stati Uniti rimangano fuori dalla nuova fase del conflitto.
Si tratta sostanzialmente della prosecuzione dell’intesa raggiunta nel 2025, quando una campagna di bombardamenti americani contro gli Houthi venne interrotta in cambio dell’impegno del gruppo a cessare gli attacchi contro le navi degli Stati Uniti.
Mohamed al-Bukhaiti, membro dell’ufficio politico Houthi, ha ribadito nelle ultime ore che il movimento non considera gli Stati Uniti un proprio bersaglio e che le restrizioni imposte alla navigazione riguarderebbero le navi collegate all’Arabia Saudita. Washington non riconosce naturalmente agli Houthi alcun diritto di decidere quali imbarcazioni possano transitare attraverso una rotta internazionale, ma il messaggio politico è molto chiaro: se gli americani non entrano nella guerra, gli Houthi non intendono aprire un fronte contro di loro.
Per Trump intervenire direttamente significherebbe quindi rompere questo equilibrio e rischiare di trasformare nuovamente le forze americane nel Mar Rosso in obiettivi.
Il missile su Riad cambia il livello dello scontro
Il problema è che nel frattempo la pressione sull’Arabia Saudita è aumentata drasticamente. Il 19 settembre gli Houthi hanno lanciato un attacco con missili e droni contro Riad, il primo sulla capitale saudita dall’inizio della nuova escalation.
La coalizione saudita ha confermato di avere intercettato almeno un missile balistico diretto verso la capitale. Residenti hanno riferito di esplosioni e una grande colonna di fumo è stata osservata nell’area dell’aeroporto internazionale King Khalid. Gli Houthi hanno rivendicato anche attacchi contro installazioni energetiche e altre città saudite, ma non tutte le loro dichiarazioni sono state verificate indipendentemente.
Nei giorni precedenti un civile era morto a causa dei detriti provocati dall’intercettazione di un drone e Riad aveva accusato gli Houthi anche di avere tentato un attacco verso la Mecca, circostanza che il movimento yemenita ha negato.
Per la monarchia saudita la situazione è diventata quindi molto più pericolosa: la guerra non è più confinata allo Yemen ma torna a raggiungere direttamente le città e le infrastrutture del Regno.
Ventotto raid sauditi in un giorno
La risposta di Riad è stata pesante. Gli Houthi affermano che nelle ultime 24 ore l’aviazione saudita abbia condotto 28 raid nelle province yemenite di Taiz, Marib e Al-Jawf, mentre continuano i combattimenti terrestri su diversi fronti.
Le informazioni provenienti dallo Yemen devono essere trattate con particolare cautela perché molte delle cifre vengono diffuse direttamente dalle parti in conflitto e non possono essere verificate immediatamente da osservatori indipendenti. È però accertato che la guerra civile yemenita, rimasta per alcuni anni in una condizione di relativa tregua, è tornata a intensificarsi rapidamente.
Gli Houthi hanno conquistato nelle ultime settimane nuove posizioni lungo la costa occidentale, compresa la strategica area di Mokha, e rafforzato la propria presenza sulle isole vicine allo stretto di Bab el-Mandeb. Questo ha modificato sensibilmente i rapporti di forza sul terreno.
Il movimento sostenuto dall’Iran non è più soltanto in grado di lanciare missili e droni contro il territorio saudita. Ora dispone anche di una posizione geografica molto più favorevole per esercitare pressione sulle rotte marittime.
Il nodo di Bab el-Mandeb
Ed è proprio Bab el-Mandeb a trasformare una guerra apparentemente locale in un problema mondiale. Lo stretto collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e rappresenta il passaggio obbligato per le navi che utilizzano il Canale di Suez per collegare Europa e Asia.
In condizioni normali attraverso questa rotta passa circa il 12% del commercio mondiale.
Il controllo di ampi tratti della costa yemenita consente agli Houthi di monitorare molto più efficacemente il traffico navale e, potenzialmente, di minacciarlo. Il gruppo sostiene di voler colpire soltanto navi collegate all’Arabia Saudita e di non voler chiudere completamente lo stretto, ma per armatori e compagnie assicurative la distinzione può essere insufficiente.
Quando aumenta il rischio di un attacco, le compagnie possono decidere di deviare le navi intorno al Capo di Buona Speranza. Il viaggio diventa più lungo, aumenta il consumo di carburante, servono più navi per trasportare la stessa quantità di merci e salgono i costi assicurativi.
È uno dei meccanismi attraverso i quali la guerra dello Yemen può arrivare direttamente nei prezzi pagati da un consumatore europeo.
Hormuz da una parte, Bab el-Mandeb dall’altra
La nuova offensiva degli Houthi diventa ancora più pericolosa se osservata insieme alla crisi dello stretto di Hormuz. L’Iran continua infatti a limitare fortemente la navigazione attraverso il principale passaggio energetico del Golfo Persico, mentre gli Houthi hanno acquisito maggiore capacità di pressione sul passaggio meridionale del Mar Rosso.
Sono due strozzature diverse ma complementari.
Hormuz è essenziale soprattutto per l’uscita di petrolio e gas dal Golfo. Bab el-Mandeb è fondamentale per il collegamento tra Asia, Medio Oriente ed Europa attraverso Suez.
Una crisi contemporanea sui due passaggi significa sottoporre a pressione una parte enorme delle catene energetiche e commerciali mondiali.
È proprio questa combinazione che sta contribuendo alla crisi energetica globale che nelle ultime settimane ha fatto aumentare petrolio, prodotti raffinati, costi di trasporto e premi assicurativi.
E rende la stabilità dello Yemen improvvisamente molto più importante di quanto fosse soltanto pochi mesi fa.
L’Arabia Saudita si trova in difficoltà
Per Mohammed bin Salman il problema è anche militare. L’Arabia Saudita dispone di forze armate moderne e ha investito enormi risorse in sistemi occidentali di difesa aerea, ma gli attacchi ripetuti di droni e missili consumano intercettori costosi e mettono sotto pressione le scorte.
Fonti regionali riferiscono che Riad sta cercando ulteriore sostegno per la difesa aerea da Francia, Regno Unito, Pakistan ed Egitto.
È uno dei paradossi della guerra moderna: un drone relativamente economico può costringere il difensore a utilizzare un missile dal costo enormemente superiore. Se gli attacchi continuano per settimane o mesi, il problema non è soltanto riuscire a intercettare il singolo bersaglio, ma disporre di abbastanza intercettori per continuare a farlo.
La richiesta di aiuto agli Stati Uniti nasce anche da questa difficoltà.
Trump, però, sta cercando di evitare che l’assistenza difensiva si trasformi automaticamente in partecipazione offensiva.
Riad è indispensabile anche sul dossier Iran
C’è poi un’altra ragione per cui Washington non può semplicemente lasciare sola l’Arabia Saudita. Trump ha bisogno di Mohammed bin Salman anche nella partita molto più grande con Teheran.
La guerra tra Stati Uniti e Iran è ormai entrata nel settimo mese e non ha prodotto una soluzione politica. L’economia iraniana è sottoposta a una pressione enorme, Washington continua a rafforzare le sanzioni e Trump minaccia nuove conseguenze se Teheran non accetterà un accordo sul nucleare.
Allo stesso tempo il presidente americano continua a lasciare aperta la porta a una trattativa. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian è atteso a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite e Trump ha fatto sapere di essere disponibile a incontrarlo.
L’Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo possono svolgere un ruolo importante in qualsiasi tentativo di mediazione. Ma sono anche tra i Paesi maggiormente esposti alle conseguenze della guerra.
Washington deve quindi sostenere Riad abbastanza da impedirne l’indebolimento, senza compiere una mossa che possa far saltare definitivamente ogni possibilità diplomatica con l’Iran.
Gli Houthi sono alleati dell’Iran, ma non semplici pedine
Anche il rapporto tra Teheran e gli Houthi richiede qualche precisazione. Il movimento yemenita riceve da anni sostegno politico, tecnologico e militare dall’Iran e fa parte della rete regionale di gruppi armati vicini alla Repubblica islamica.
Questo non significa però che ogni decisione degli Houthi venga necessariamente ordinata direttamente da Teheran.
Il movimento possiede una propria leadership, obiettivi interni yemeniti e un’agenda politica autonoma. Negli anni ha sviluppato capacità militari sempre più sofisticate e oggi controlla gran parte della popolazione e del territorio economicamente più importante dello Yemen settentrionale.
Attribuire automaticamente ogni missile lanciato dagli Houthi a un ordine iraniano rischia quindi di semplificare eccessivamente una relazione molto più complessa.
Ma è altrettanto evidente che l’Iran possiede una capacità di influenza significativa sul gruppo e che la pressione degli Houthi sull’Arabia Saudita offre a Teheran un’importante leva indiretta nella propria guerra con gli Stati Uniti.
Trump prova a separare i conflitti
La scelta di fermare l’attacco americano può essere letta anche in questa prospettiva. Trump sembra tentare di separare il più possibile i diversi fronti della crisi mediorientale.
La guerra con l’Iran è già abbastanza pericolosa. Aggiungere una nuova campagna americana nello Yemen significherebbe impegnare ulteriori forze, aumentare il rischio per le basi e le navi statunitensi e offrire a Teheran un altro terreno sul quale esercitare pressione indiretta.
Finché gli Houthi continueranno a garantire di non colpire gli Stati Uniti, Washington possiede un incentivo a lasciare che siano soprattutto Arabia Saudita e forze yemenite anti-Houthi a gestire il conflitto.
È una scelta che comporta rischi evidenti. Riad potrebbe non riuscire a contenere l’avanzata Houthi e gli attacchi contro infrastrutture energetiche saudite potrebbero aumentare. Ma entrare direttamente nella guerra presenta rischi altrettanto grandi.
Trump si trova quindi davanti a due opzioni entrambe pericolose.
La “massima pressione” resta sull’Iran
Il mancato attacco agli Houthi non significa che Washington stia ammorbidendo la propria posizione nei confronti dell’Iran.
L’ambasciatore americano alle Nazioni Unite Mike Waltz ha ribadito che l’amministrazione intende continuare con la strategia di “massima pressione”, chiedendo agli alleati di applicare pienamente le sanzioni contro Teheran e avvertendo che potranno esserci conseguenze anche per i Paesi che continueranno ad aiutare l’Iran ad aggirarle.
La strategia americana sembra quindi muoversi su due binari: aumentare la pressione economica e mantenere credibile la minaccia militare, ma contemporaneamente lasciare aperto uno spazio per una trattativa.
È un equilibrio estremamente fragile.
Un nuovo attacco iraniano contro interessi americani, un’incursione Houthi contro una nave statunitense o un attacco particolarmente grave contro l’Arabia Saudita potrebbero modificare nuovamente la posizione della Casa Bianca nel giro di poche ore.
Lo dimostra proprio ciò che è accaduto con l’operazione appena sospesa: Trump è passato dal no all’attacco, al sì e nuovamente al no in pochi giorni.
La guerra regionale che nessuno riesce più a isolare
È forse questo il dato più importante.
Per mesi ogni crisi del Medio Oriente è stata raccontata attraverso fronti apparentemente separati: Iran, Yemen, Mar Rosso, Arabia Saudita, Israele, Libano, Gaza. Oggi quelle crisi
