C’è una linea che un presidente del Consiglio dovrebbe avere interesse a non oltrepassare, anche quando la competizione politica si fa feroce: trasformare il presidente della Repubblica in un bersaglio o in un argomento della propria battaglia di parte. Giorgia Meloni non ha formalmente attaccato Sergio Mattarella, ma la scelta di rispondergli pubblicamente, tirando fuori una circolare di oltre trent’anni fa per dimostrare che in fondo il Capo dello Stato avrebbe sostenuto ieri ciò che il governo propone oggi, porta il confronto su un terreno istituzionalmente scivoloso.
Il punto non è stabilire se il limite alla concentrazione di studenti stranieri nelle classi possa avere o meno una razionalità. Il punto è un altro: perché sentire il bisogno di trascinare il Quirinale dentro una disputa politica che nasce nella competizione interna alla destra? Mattarella, inaugurando l’anno scolastico ad Amatrice, aveva parlato della scuola come leva di integrazione, ricordando che è “aperta a tutti” e che deve aiutare a non formare ghetti e a non alzare barriere. Meloni ha risposto sostenendo che quelle parole andrebbero esattamente nella direzione del governo e ricordando che lo stesso Mattarella, da ministro dell’Istruzione, aveva firmato circolari sull’inserimento degli alunni stranieri.
Formalmente, dunque, la premier sostiene di non essere in polemica con il presidente della Repubblica. Politicamente, però, il risultato è che il nome di Mattarella viene trascinato dentro uno scontro che fino a poche ore prima riguardava Meloni, Salvini, Vannacci e le opposizioni.
Il problema non è la circolare del 1990
La circolare esiste. È la n. 205 del 26 luglio 1990, emanata quando Sergio Mattarella era ministro della Pubblica istruzione, ed era dedicata a “La scuola dell’obbligo e gli alunni stranieri. L’educazione interculturale”. Sarebbe quindi sbagliato sostenere che Meloni abbia inventato un precedente inesistente.
Ma proprio qui comincia il problema politico. Una circolare del 1990, pensata per disciplinare l’inserimento di alunni stranieri in un sistema scolastico completamente diverso da quello attuale, non può diventare automaticamente la prova che il presidente della Repubblica condivida oggi nel merito il disegno politico del governo. Né soprattutto può essere usata come una sorta di certificazione postuma della linea dell’esecutivo.
Mattarella non è intervenuto per entrare nel merito di una percentuale o di una soglia amministrativa. Ha richiamato una funzione della scuola: integrare, creare legami, evitare ghetti e produrre coesione sociale. Questo è il piano sul quale si è mosso il Capo dello Stato.
La risposta di Meloni, invece, sposta il discorso sul terreno della polemica politica quotidiana.
Il Quirinale non dovrebbe diventare una citazione da campagna elettorale
La Presidenza della Repubblica ha una funzione costituzionale particolare proprio perché deve restare al di sopra della contesa tra partiti. Non significa che le parole del Capo dello Stato siano sottratte alla critica, né che il governo debba accettarle senza discuterle. Significa però che esiste una differenza tra confrontarsi istituzionalmente con il Quirinale e utilizzarne precedenti, dichiarazioni o biografia politica per rafforzare la propria posizione in una battaglia contingente.
È qui che la scelta di Meloni appare politicamente rischiosa. Se il presidente della Repubblica diventa una figura che la maggioranza sente di dover “correggere”, reinterpretare o arruolare a posteriori nella propria narrazione, il rischio è quello di spostare progressivamente il Quirinale dal terreno della garanzia a quello della contesa. E quando accade, non ci guadagna nessuno: non l’opposizione, non il governo e soprattutto non le istituzioni.
Dietro tutto c’è la gara a destra
Non si può leggere questa vicenda senza osservare ciò che sta accadendo contemporaneamente nel centrodestra. La proposta sul tetto agli studenti stranieri, sull’obbligo linguistico per i genitori e sul divieto di burqa e niqab arriva mentre Roberto Vannacci cerca di costruire uno spazio politico autonomo alla destra della maggioranza e mentre la Lega prova a recuperare terreno proprio sui temi identitari.
Vannacci ha reagito all’annuncio di Meloni dicendo di essere d’accordo, ma aggiungendo che quelle misure sarebbero dovute arrivare prima. È un messaggio politicamente chiarissimo: quando il governo si sposta sul suo terreno, l’ex generale può rivendicare di averlo indicato per primo.
È il paradosso di tutte le rincorse politiche. Se insegui chi si trova alla tua destra adottandone temi e linguaggio, non necessariamente lo indebolisci. Puoi anche finire per legittimarlo.
L’elettore che considera prioritarie quelle battaglie può infatti chiedersi perché scegliere chi le introduce dopo, invece di chi sostiene di portarle avanti da tempo.
Inseguire Vannacci può rafforzare Vannacci
È questo il nodo strategico che il governo dovrebbe valutare. Meloni ha costruito buona parte della propria forza politica riuscendo per anni a tenere insieme due immagini apparentemente difficili da conciliare: quella della leader della destra italiana e quella della presidente del Consiglio affidabile sul piano istituzionale e internazionale.
Una corsa continua verso temi identitari sempre più marcati rischia di rendere questo equilibrio più difficile.
Non perché sicurezza, immigrazione o integrazione scolastica non possano essere affrontate da un governo conservatore. Possono esserlo, naturalmente. Ma una cosa è governare questi fenomeni, un’altra è trasformarli in una gara permanente a chi riesce a collocarsi più a destra dell’altro.
Vannacci vive esattamente di questa dinamica. Più il centrodestra tradizionale si sposta sul suo terreno, più può sostenere di aver imposto la propria agenda.
Il passaggio su Mattarella alza inutilmente la posta
La frase della premier sull’ex ministro Mattarella ha anche un’altra conseguenza: sposta l’attenzione dal merito del provvedimento al rapporto tra governo e Presidenza della Repubblica.
Se davvero la norma è, come sostiene Meloni, una misura di “buonsenso”, dovrebbe poter essere difesa con dati, criteri pedagogici, esperienze scolastiche e risultati attesi. Non dovrebbe avere bisogno di Mattarella come testimone a favore.
È proprio questo che rende la scelta comunicativa discutibile. Il governo dispone di tutti gli strumenti per spiegare perché considera utile il tetto del 30%, quali studenti riguarderà, quali eccezioni saranno previste e quali risorse verranno messe a disposizione delle scuole. Può dimostrare che la misura favorisce l’apprendimento dell’italiano e impedisce concentrazioni problematiche.
Tirare in ballo il passato politico del presidente della Repubblica non rafforza necessariamente questi argomenti. Al contrario, rischia di trasformare una discussione sulla scuola in una questione istituzionale.
Le parole di Mattarella erano più ampie di una percentuale
Vale anche la pena rileggere ciò che Mattarella ha effettivamente detto. Il presidente ha ricordato che la scuola “è aperta a tutti”, richiamando direttamente l’articolo 34 della Costituzione, e ha chiesto che essa stabilisca legami, conquisti la fiducia delle famiglie e impedisca la formazione di ghetti e barriere.
Non ha detto che ogni concentrazione di studenti stranieri sia positiva. Non ha detto che la conoscenza dell’italiano non sia fondamentale. Non ha nemmeno citato direttamente il provvedimento del governo.
Proprio per questo è forzato trasformare quelle parole sia in una bocciatura esplicita dell’esecutivo sia, all’opposto, in una benedizione della sua proposta.
Il senso dell’intervento era istituzionale: integrazione, coesione, libertà, scuola come luogo comune della Repubblica.
Una premier forte non ha bisogno di arruolare il Colle
Meloni governa da quattro anni e guida uno degli esecutivi più longevi della storia repubblicana. Ha una maggioranza parlamentare, un partito nettamente dominante nella coalizione e una visibilità internazionale che nessun altro leader della destra italiana possiede.
Proprio per questo, la scelta più solida sarebbe difendere le proprie politiche assumendosene interamente la responsabilità.
Non serve spiegare che Mattarella avrebbe detto qualcosa di simile trentasei anni fa. Non serve dimostrare che il Quirinale, interpretato correttamente, sarebbe in realtà dalla parte del governo. Il presidente del Consiglio deve rispondere delle proprie scelte, non cercare una legittimazione retrospettiva nel curriculum del presidente della Repubblica.
È una questione di ruoli prima ancora che di politica.
Il rischio più grande è normalizzare lo scontro istituzionale
C’è infine una conseguenza più profonda. Ogni volta che una figura di garanzia viene trascinata nella polemica quotidiana, il confine tra istituzioni e competizione politica si assottiglia un poco.
Una volta può sembrare soltanto una replica televisiva. Due volte può diventare un precedente. Alla lunga può trasformarsi in una consuetudine.
Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare maggiormente.
L’Italia ha già attraversato stagioni nelle quali Quirinale, magistratura, Corte costituzionale e altre istituzioni di garanzia sono state descritte come ostacoli all’azione politica o come soggetti schierati. È una dinamica che tende ad alimentarsi da sola: quando ogni contrappeso viene letto come un avversario, ogni richiamo istituzionale diventa una provocazione e ogni risposta diventa più dura della precedente.
La vera sfida per Meloni non è battere Vannacci sul suo terreno
Il punto politico finale è probabilmente questo. Meloni non ha bisogno di dimostrare di essere più radicale di Vannacci per restare leader della destra italiana. La sua forza, finora, è dipesa anche dalla capacità di occupare contemporaneamente il terreno identitario e quello della responsabilità istituzionale.
Se rompe questo equilibrio, entra in una competizione nella quale l’avversario dispone di un vantaggio naturale: potrà sempre spostare l’asticella un poco più avanti.
Oggi è il tetto agli studenti stranieri. Domani sarà un altro tema. E ogni volta la maggioranza dovrà decidere se governare secondo la propria linea oppure inseguire chi promette una versione più radicale della stessa politica.
La conseguenza più seria non sarebbe soltanto elettorale. Sarebbe istituzionale.
Un governo può cambiare una legge, correggere una misura, modificare una strategia. È molto più difficile ricostruire quella distanza tra istituzioni e propaganda una volta che si è contribuito a cancellarla.
Ed è questo il punto che, nella battaglia di queste ore sulle classi e sull’immigrazione, rischia di essere completamente oscurato.
Fonti
- Presidenza della Repubblica – intervento di Sergio Mattarella all’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice, 21 settembre 2026
- Camera dei deputati – documentazione sulla circolare ministeriale n. 205 del 26 luglio 1990 relativa agli alunni stranieri e all’educazione interculturale
- ANSA – dichiarazioni e annunci del governo sulle nuove norme per studenti stranieri, burqa e niqab nelle scuole
- Reuters – proposta del governo italiano sul limite agli studenti stranieri nelle classi, 20 settembre 2026
- ANSA – dichiarazioni di Matteo Salvini e Roberto Vannacci sul provvedimento
