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Nuova svolta nel giallo di Campobasso: dose di ricina troppo elevata per salvare madre e figlia

Omicidio Ricina

Una vicenda che continua a far discutere e sulla quale restano ancora molti interrogativi. Il caso della famiglia di Campobasso registra un nuovo sviluppo investigativo che potrebbe segnare un passaggio significativo nell’inchiesta. Un elemento destinato a orientare ulteriormente gli accertamenti, mentre gli investigatori proseguono il lavoro per fare piena luce su una tragedia che, a distanza di mesi, attende ancora risposte definitive.

La svolta dell’autopsia: ricina in quantità incompatibili con la sopravvivenza

Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, rispettivamente madre e figlia di 50 e 15 anni, hanno perso la vita nel dicembre 2025 a causa di un’intossicazione da ricina. A distanza di mesi, il nome del responsabile resta ancora un mistero, così come le modalità con cui il veleno sia finito nel corpo delle due donne. Oggi, però, l’autopsia sul duplice giallo della famiglia di Pietracatella segna un’importante svolta nel caso. Secondo quanto emerso dagli esami tossicologici, la quantità di ricina, assunta probabilmente per via orale, sarebbe stata troppo elevata per consentire al personale sanitario di salvare le due donne. In particolare, nel sangue di Antonella Di Ielsi sarebbero stati riscontrati 722 ng/mL, mentre in quello di Sara Di Vita 630 ng/mL. Si tratta di circa 800 pagine di consulenza autoptica che confermerebbero che madre e figlia sono morte a causa di un’intossicazione da ricina.

Il fatto

Tra il 23 e il 24 dicembre, la famiglia di Campobasso, ad eccezione della figlia maggiore Alice, che non era in casa, avrebbe consumato alcuni pasti natalizi. Successivamente, Sara e i suoi genitori avrebbero iniziato ad accusare un malessere fisico. Il giorno di Natale sarebbero comparsi i primi sintomi: febbre, nausea e disturbi gastrointestinali. Nel giro di poche ore, mamma e figlia si sarebbero recate più volte al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, dove i medici avrebbero attribuito quel quadro clinico a un’influenza intestinale. Le loro condizioni, però, anziché migliorare, sarebbero peggiorate rapidamente. Ad oggi, l’elevata quantità di ricina riscontrata nei loro organismi solleverebbe il personale sanitario da ogni possibile responsabilità, poiché nessun intervento medico avrebbe potuto salvarle. L’autopsia, firmata da Benedetta Pia De Luca, Francesco Giovanni Battista Laterza, Alessandro Locatelli e Daniele Merli, sembrerebbe infatti scagionare i cinque medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso indagati per il reato di omicidio colposo. Le due donne sono morte tra il 27 e il 28 dicembre.

Un caso oltre i confini nazionali

Tra gli esperti impegnati a fare luce su questo drammatico caso figurerebbero anche i ricercatori del Robert Koch Institut di Berlino, chiamati a contribuire con le loro analisi scientifiche. I consulenti tedeschi starebbero esaminando abiti e residui di cibo per studiare la diffusione della tossina e rilevarne eventuali tracce. Inoltre, gli unici due sopravvissuti della famiglia di Campobasso, Gianni e Alice, padre e figlia maggiore, sarebbero stati sottoposti a nuovi prelievi per verificare l’eventuale presenza di anticorpi, indicativi di una possibile esposizione a dosi non letali di ricina.