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Serbia, gli studenti battono Vučić: il significato del saluto a tre dita tra protesta e nazionalismo

saluto a tre dita Serbia

La vittoria alle elezioni del 25 ottobre porta il movimento studentesco al centro della politica serba. Ma il gesto diventato un simbolo della campagna elettorale racconta una storia più complessa: le tre dita indicano il numero della lista e richiamano un’identità nazionale segnata anche dalle guerre jugoslave. Comprenderlo aiuta a leggere le speranze e le contraddizioni della svolta di Belgrado.

Gli studenti hanno sconfitto Aleksandar Vučić alle urne. Ora devono dimostrare quale Serbia vogliono costruire. Dopo quasi due anni di mobilitazione, la lista sostenuta dal movimento studentesco ha vinto le elezioni parlamentari di domenica 25 ottobre. Vučić ha riconosciuto la sconfitta e nelle città serbe sono cominciati i festeggiamenti.

I dati provvisori della Commissione elettorale, ripresi il 26 ottobre dal portale del governo serbo, attribuiscono alla Lista studentesca circa il 52,6 per cento dei voti, contro circa il 39,2 per cento della lista guidata da Vučić. Si tratta di risultati ancora provvisori, distinti dalla proclamazione definitiva e dall’assegnazione conclusiva dei seggi.

Tra le immagini che hanno accompagnato questa sfida ce n’è una particolarmente riconoscibile: mani alzate con pollice, indice e medio distesi. Un gesto immediato, facile da riprodurre nelle piazze e nei video social. Il suo significato, però, non si esaurisce nella campagna elettorale.

Tre dita, due significati

La spiegazione più immediata è elettorale: la lista del movimento studentesco aveva il numero tre sulla scheda. Mostrare tre dita significava quindi indicare il proprio voto e invitare altri a fare la stessa scelta.

Ma il pozdrav sa tri prsta, il saluto a tre dita, esisteva molto prima di queste elezioni. È comunemente associato all’identità serba e la sua interpretazione religiosa più diffusa rimanda alla Trinità cristiana nella tradizione ortodossa.

Come ricostruisce Rodolfo Toè nell’approfondimento del Post dedicato al gesto, la sua presenza nelle manifestazioni studentesche sovrappone così un messaggio attuale a un simbolo carico di storia. Per una parte dei partecipanti è un richiamo patriottico familiare; per altri, soprattutto fuori dalla Serbia, conserva associazioni molto più dolorose.

Lo stesso segno può evocare appartenenza per chi lo compie e intimidazione per chi lo osserva. È questa distanza di significati a renderlo politicamente delicato.

Il peso delle guerre degli anni Novanta

Il saluto acquistò una forte visibilità politica con il nazionalismo serbo degli anni Novanta. Comparve nei raduni dei suoi esponenti e fu utilizzato anche da soldati e paramilitari durante le guerre che accompagnarono la disgregazione della Jugoslavia.

In Croazia e in Bosnia Erzegovina, i progetti di costruzione di territori etnicamente omogenei produssero espulsioni, persecuzioni e massacri. In quel contesto, simboli presentati come espressioni dell’orgoglio nazionale entrarono anche nell’immaginario delle forze responsabili delle violenze.

Il riferimento più tragico resta il genocidio di Srebrenica. Nel luglio 1995, dopo la conquista dell’enclave da parte delle forze serbo-bosniache, furono uccisi più di ottomila uomini e ragazzi musulmani bosniaci. La natura genocidaria dei crimini è stata accertata dalla giustizia internazionale, come ricorda il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia.

Questo passato spiega perché il saluto a tre dita, pur diffuso anche nello sport e nelle celebrazioni popolari, non venga percepito ovunque come un gesto innocuo. Per comprenderne l’effetto pubblico bisogna considerare anche la memoria delle comunità che subirono le guerre.

Attribuire automaticamente a ogni persona che lo utilizza le idee dei nazionalisti degli anni Novanta sarebbe una forzatura. Ignorare quella storia, però, impedirebbe di capire le reazioni che continua a suscitare.

Un movimento unito contro la corruzione, ma politicamente eterogeneo

La mobilitazione studentesca è cresciuta attorno a una richiesta di responsabilità pubblica e lotta alla corruzione. Il suo punto di partenza è stato il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, nel novembre 2024, che ha causato sedici morti ed è diventato il simbolo delle accuse rivolte al sistema di potere.

La protesta ha riunito sensibilità diverse e si è organizzata attraverso assemblee, rivendicando autonomia dai partiti. La lista elettorale sostenuta dagli studenti comprende figure provenienti dall’università e dalla società civile: la vittoria apre ora la questione della scelta del futuro governo. Reuters ricostruisce il passaggio dalla mobilitazione alle urne.

Essere uniti contro Vučić non significa avere una posizione comune su ogni questione. Il movimento comprende orientamenti progressisti, conservatori e nazionalisti. Questa ampiezza ha contribuito alla sua capacità di mobilitazione, ma porta con sé tensioni che il risultato elettorale non cancella.

L’approfondimento del Post segnala la tolleranza, e in alcuni casi l’impiego diretto, di slogan, canzoni e simboli nazionalisti durante le proteste. Alcuni episodi hanno provocato critiche negli ambienti intellettuali più progressisti.

Sul piano politico emerge un problema concreto: come mantenere una coalizione larga senza lasciare che i linguaggi più escludenti ne definiscano l’identità.

Il Kosovo, oltre la questione dei simboli

Il nodo diventa ancora più evidente sul Kosovo, che ha dichiarato l’indipendenza nel 2008 e che la Serbia continua a considerare parte del proprio territorio.

Su questo tema il movimento studentesco ha espresso una posizione esplicita. Il 17 maggio 2026, a Kragujevac, ha presentato un memorandum che respinge l’indipendenza kosovara e descrive il territorio come parte integrante della Serbia.

Il documento, pubblicato integralmente da N1, lega la questione territoriale all’identità storica, culturale e religiosa serba. Allo stesso tempo richiama la cooperazione con la comunità internazionale, il diritto internazionale e l’obiettivo di garantire pace, sicurezza e tutela dei diritti delle persone che vi abitano.

Questi passaggi vanno letti insieme. Il rifiuto dell’indipendenza è netto; il testo indica anche un percorso fondato sulla ricerca di una soluzione e sulle garanzie per la popolazione.

La prova sarà tradurre queste affermazioni in scelte concrete, capaci di tenere conto dei diritti dei serbi del Kosovo e della popolazione albanese, oltre che dei rapporti con Pristina e con gli interlocutori internazionali.

Dalla vittoria elettorale alla responsabilità di governo

Vučić si era dimesso dalla presidenza il 27 settembre, annunciando la partecipazione alle elezioni parlamentari: il passaggio era stato comunicato anche dal governo serbo. Il voto del 25 ottobre ha sconfitto il suo tentativo di proseguire la guida politica del Paese attraverso un nuovo ruolo.

Per il movimento studentesco comincia una fase diversa. Le richieste di trasparenza, istituzioni indipendenti e responsabilità dovranno diventare decisioni amministrative e politiche. Anche il rapporto con le minoranze e con i vicini sarà parte di questa verifica.

Il significato delle tre dita si colloca dentro questo passaggio. Nella campagna elettorale indicavano una lista; nella vita pubblica continuano a richiamare una storia nazionale controversa. Il movimento che le ha utilizzate sarà giudicato soprattutto per ciò che farà: per la capacità di combattere la corruzione, garantire diritti e rendere le istituzioni affidabili per tutti i cittadini.

La svolta serba apre una possibilità importante. Perché diventi un cambiamento duraturo, dovrà offrire spazio anche a chi non si riconosce nei simboli della maggioranza.