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Se Netanyahu e Trump perdono le elezioni, la guerra con l’Iran finirà? Perché il rischio è che accada il contrario

Le urne israeliane e le elezioni di midterm negli Stati Uniti potrebbero indebolire politicamente i due leader che hanno avviato il conflitto. Ma una sconfitta elettorale non garantisce una svolta diplomatica: il passaggio di consegne in Israele richiederà tempo, mentre Trump conserverà i poteri militari. E Teheran sembra pronta a rilanciare lo scontro.

La logica suggerirebbe che una battuta d’arresto alle urne possa favorire la fine della guerra contro l’Iran. Se Benjamin Netanyahu dovesse perdere le elezioni israeliane del 27 ottobre e Donald Trump subisse una sconfitta alle elezioni americane di midterm del 3 novembre, entrambi si troverebbero a fare i conti con un mandato politico indebolito. Eppure, proprio questa fragilità potrebbe produrre l’effetto opposto: anziché cercare una via d’uscita, i due leader potrebbero tentare di ottenere sul campo quella vittoria che finora non sono riusciti a conquistare.

È il paradosso di un conflitto nel quale le ambizioni militari si intrecciano con la sopravvivenza politica. Quando la guerra diventa una misura della credibilità di chi l’ha iniziata, fermarsi può apparire più rischioso che proseguire. E il timore di perdere prestigio, consenso e potere può spingere a rilanciare anche quando le prospettive di successo restano incerte.

Netanyahu potrebbe usare la guerra per restare al potere

Una sconfitta elettorale non significherebbe per Netanyahu un’uscita immediata dalla scena politica. La formazione di una nuova maggioranza potrebbe richiedere settimane, se non mesi, e nel frattempo il governo uscente continuerebbe a esercitare le proprie funzioni, compresa la gestione della sicurezza nazionale. Anche una vittoria dell’opposizione, dunque, non comporterebbe automaticamente un cambio di strategia nei confronti di Teheran.

Secondo Danny Citrinowicz, analista dell’Institute for National Security Studies ed ex esponente dell’intelligence militare israeliana, il premier potrebbe sfruttare un’evoluzione della situazione sul terreno per convincere settori dell’opposizione ad appoggiare un governo di unità nazionale. Il rischio, osserva, è che Netanyahu colleghi le proprie esigenze politiche a nuovi sviluppi operativi in Iran, magari amplificandone la portata. C’è poi una seconda possibilità: una sconfitta potrebbe rafforzare la determinazione del premier a completare l’offensiva e a lasciare un segno storico, presentando la neutralizzazione della minaccia iraniana come il risultato decisivo della propria leadership. Anche un eventuale governo guidato da Gadi Eisenkot non sarebbe necessariamente disposto ad abbandonare la pressione su Teheran. L’opposizione, del resto, ha contestato a Netanyahu proprio l’incapacità di portare a termine gli obiettivi militari annunciati.

Trump indebolito al Congresso, ma ancora comandante in capo

Negli Stati Uniti il quadro è diverso. La guerra è impopolare e l’aumento dei prezzi dei carburanti pesa sul consenso del presidente. Una sconfitta repubblicana alle midterm potrebbe privare Trump della maggioranza in una o entrambe le Camere, riducendone la capacità di manovra politica. Ma non gli toglierebbe i poteri legati al ruolo di comandante in capo.

Un presidente politicamente indebolito potrebbe anzi essere tentato di mostrare la propria forza attraverso una nuova iniziativa militare. A questo si aggiunge una lunga ostilità personale nei confronti dell’Iran, radicata nella storia dei rapporti tra Washington e Teheran e alimentata anche dalle minacce rivolte al presidente dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani nel 2020.

Secondo quanto riportato dal New York Times, nell’amministrazione americana sarebbero già allo studio piani per nuovi attacchi, con un elenco più ampio di obiettivi che comprenderebbe infrastrutture energetiche e siti strategici per l’economia iraniana.

Teheran alza la pressione e punta sul petrolio

Anche il comportamento iraniano contribuisce a rendere fragile ogni prospettiva di tregua. Le dichiarazioni pubbliche provenienti da Teheran hanno mantenuto toni duri e, secondo informazioni raccolte dai servizi statunitensi, sarebbero emersi timori per possibili attentati contro funzionari americani e diplomatici nella regione. Un’azione di questo tipo potrebbe innescare una nuova spirale di rappresaglie.

L’Iran dispone inoltre di una leva economica particolarmente sensibile: lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio. L’aumento degli attacchi alle navi, secondo un rapporto del Critical Threats Project e dell’Institute for the Study of War, rientrerebbe nella strategia di Teheran per aumentare i costi del conflitto e costringere Washington a fare concessioni. In caso di nuova offensiva, il rischio sarebbe quello di un allargamento regionale, con attacchi alle infrastrutture energetiche del Golfo e alle basi statunitensi.

Per Karim Sadjadpour, del Carnegie Endowment for International Peace, un’operazione militare risolutiva appare poco plausibile senza una strategia politica credibile. Una possibile via d’uscita richiederebbe una pressione economica capace di mettere il regime sotto una minaccia concreta, accompagnata però da un percorso diplomatico chiaro e circoscritto. È proprio questo equilibrio che finora è mancato. Netanyahu e Trump sembrano puntare sulla convinzione che un ulteriore colpo possa costringere l’Iran a cedere, anche se non è evidente quale sia il traguardo realistico né come raggiungerlo.

La contraddizione finale è tutta politica: perdere le elezioni potrebbe ridurre il margine di manovra dei due leader, ma anche renderli meno disposti ad accettare una conclusione senza una vittoria da rivendicare. Una nuova offensiva non è inevitabile, ma neppure la sconfitta alle urne garantisce la pace. E, quando il successo militare diventa una questione di sopravvivenza politica, proprio il momento in cui fermarsi sarebbe più ragionevole può trasformarsi in quello in cui rilanciare diventa più probabile.