Undici anni in una colonia penale per Lev Shlosberg, storico oppositore russo e vicepresidente di Jabloko. Nelle stesse ore, l’esclusione definitiva del suo partito dalle elezioni per la Duma. Due decisioni distinte che finiscono per comporre lo stesso quadro: in Russia si restringe ulteriormente lo spazio concesso a chi contesta la guerra in Ucraina e chiede apertamente una soluzione negoziata.
Shlosberg, 63 anni, giornalista, storico e attivista per i diritti civili, è una figura di lungo corso dell’opposizione russa. A differenza di molti dissidenti che negli ultimi anni hanno scelto o sono stati costretti all’esilio, ha continuato a vivere nel Paese, nella sua Pskov, nonostante procedimenti giudiziari e crescenti pressioni delle autorità. La nuova condanna è particolarmente pesante: undici anni di colonia penale. Tra gli elementi contestati figura anche la condivisione di un post di Echo di Mosca che mostrava la copertina del Daily Mirror con l’immagine di una donna ucraina ferita durante i bombardamenti su Kiev nei primi giorni dell’invasione russa. Già nel 2022 Shlosberg era stato inserito nell’elenco degli «agenti stranieri».
Dal giugno 2025 si trovava agli arresti domiciliari ed era stato riconosciuto colpevole di reiterato «discredito dell’esercito», una delle fattispecie introdotte e utilizzate dalle autorità russe per reprimere le manifestazioni pubbliche di dissenso sulla guerra. Tra i contenuti finiti sotto accusa anche un dibattito, pubblicato su una pagina social che secondo la ricostruzione non sarebbe stata gestita direttamente da lui, nel quale veniva sostenuta la necessità di un cessate il fuoco. La sentenza arriva mentre Jabloko subisce un altro colpo decisivo. La Corte Suprema russa ha confermato l’esclusione del partito dalle elezioni per la Duma previste dal 18 al 20 settembre. Jabloko potrà concorrere nei collegi uninominali, ma non presentare una propria lista federale nella quota proporzionale: una limitazione che impedisce, tra l’altro, di misurarne effettivamente il consenso su scala nazionale.
Il presidente del partito, Nikolaj Rybakov, ha reagito duramente in aula: «State devastando lo Stato di diritto, state devastando le fondamenta di questo Paese». Jabloko rappresenta ormai un’anomalia nel sistema politico russo. Nato negli anni Novanta e a lungo relegato ai margini, negli ultimi tempi ha assunto una posizione esplicitamente pacifista, facendo della richiesta di cessare le ostilità uno dei punti centrali della propria proposta politica. Una linea che lo pone in aperto contrasto con quella del Cremlino e di Russia Unita.
Secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, nel procedimento che ha portato all’esclusione elettorale sono state contestate al partito anche immagini utilizzate nella comunicazione politica, tra cui quella di un carro armato in un campo di girasoli nei pressi di Kursk e persino l’immagine di una colomba. Fuori dall’aula, intanto, sarebbero stati fermati circa novanta manifestanti.
Il caso assume così una dimensione che supera la vicenda personale di Shlosberg. A più di quattro anni dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, la possibilità di trasformare il dissenso sulla guerra in una proposta politica organizzata appare sempre più ridotta. Non si tratta più soltanto di impedire le proteste o perseguire singoli oppositori: viene progressivamente limitata anche la possibilità di presentare agli elettori un’alternativa fondata sulla fine del conflitto.
Shlosberg è stato portato via in catene sotto gli occhi del padre novantenne. Prima della sentenza ha affidato alla sua dichiarazione finale parole che riassumono il senso della battaglia politica condotta in questi anni: «Una vita degna dell’uomo è una vita senza guerra, senza la minaccia costante di una morte improvvisa». E ancora: «Una vita degna è possibile solo in condizioni di pace».
È proprio questa parola, oggi, a essere diventata politicamente difficile da pronunciare in Russia.

