In alcune catene la disponibilità di insalate si è ridotta dopo un’estate che ha colpito i raccolti. I rincari rilevati nei campi non sono i prezzi pagati alla cassa, ma mostrano quanto un’offerta irregolare possa pesare su produttori e consumatori.
Un cartello che avverte della disponibilità ridotta di alcuni prodotti, un’insalata che manca proprio quando si fa la spesa, un assortimento più limitato del solito. È così che un problema nato nei campi è diventato visibile nei supermercati italiani. Non siamo di fronte a una carenza generalizzata di verdura: le difficoltà si concentrano soprattutto su alcune insalate e, in misura diversa, su determinate varietà di pomodoro. Ma il segnale economico è importante. Quando una coltura deperibile produce meno del previsto, l’intera filiera ha poco tempo per reagire.
Secondo la ricostruzione pubblicata dal Post e fornita come base per questo approfondimento, Esselunga ha segnalato ai clienti temporanee riduzioni nella disponibilità di alcuni prodotti. Coop ha registrato nelle prime due settimane di settembre una disponibilità di insalate miste e monovarietali inferiore del 19% rispetto allo stesso periodo del 2025. È un dato relativo a quelle referenze e a quel periodo, non una misura della produzione nazionale di ortaggi.
Anche le imprese agricole e di trasformazione citate nell’articolo descrivono perdite significative. OrtoRomi riferisce, dalla metà di luglio, rese inferiori del 15-20% per alcune insalate coltivate in serra e fino al 25% per quelle in campo aperto. Bonduelle parla di cali che, per certe varietà, raggiungono il 40%. Sono dati aziendali, utili a capire la dimensione del problema per chi rifornisce la grande distribuzione, ma non vanno estesi automaticamente a tutte le aziende agricole italiane.
Perché il caldo svuota uno scaffale settimane dopo
Il legame tra un’ondata di calore e un banco frigo meno fornito non è immediato. L’insalata che arriva oggi al supermercato dipende da semine, crescita e raccolte programmate settimane prima. Temperature troppo elevate possono rallentare o alterare lo sviluppo delle piante, ridurre le rese e aumentare la quota di prodotto che non supera la selezione commerciale. Se il ciclo si sposta, la merce prevista per una determinata settimana può arrivare più tardi o in quantità inferiore.
Il problema è particolarmente evidente per gli ortaggi a foglia: hanno una vita commerciale breve e non possono essere conservati a lungo per compensare agevolmente una raccolta mancata. La distribuzione può cercare fornitori alternativi, cambiare provenienza o ridurre temporaneamente l’assortimento, ma non può creare in pochi giorni la produzione che manca.
Il contesto meteorologico rende plausibile la pressione sulle colture. Copernicus ha rilevato nell’agosto 2026 temperature molto superiori alla media in ampie aree europee, Italia compresa. Questo dato descrive le condizioni climatiche; le perdite riportate dalle singole imprese dipendono anche dalla coltura, dal territorio e dal modo in cui è stata gestita. Non tutti i campi, né tutte le varietà, hanno subito lo stesso danno.
È qui che emerge il cambiamento più difficile da governare: l’incertezza dei raccolti. Un supermercato può programmare acquisti e promozioni, un produttore può pianificare le semine, ma entrambi devono poi fare i conti con quantità effettivamente raccolte e commercializzabili. Un raccolto più basso non significa necessariamente scaffali vuoti ovunque. Può significare, più spesso, disponibilità intermittente, meno scelta e acquisti da organizzare in fretta lungo la filiera.
I prezzi salgono, ma bisogna guardare quali prezzi
I dati ISMEA sui prezzi all’origine mostrano quanto sia rischioso parlare genericamente di “prezzo dell’insalata” o “prezzo dei pomodori”. Ad agosto 2026, rispetto ad agosto 2025, le variazioni erano molto diverse anche all’interno della stessa categoria:
| Prodotto | Prezzo medio all’origine, agosto 2026 | Variazione annua |
|---|---|---|
| Lattuga cappuccia | 1,45 €/kg | +81,3% |
| Lattuga iceberg | 1,13 €/kg | +40,6% |
| Pomodoro cuore di bue | 1,98 €/kg | +83,7% |
| Pomodoro ciliegino | 1,13 €/kg | −6,2% |
Sono prezzi riconosciuti all’origine, non quelli sugli scaffali. Inoltre fotografano agosto: non descrivono da soli ciò che è accaduto in ogni mercato all’ingrosso a fine settembre. La differenza tra il cuore di bue e il ciliegino basta però a chiarire un punto: parlare di un aumento uniforme di tutti i pomodori sarebbe fuorviante.
Tra il campo e la cassa intervengono selezione, confezionamento, trasporto, eventuale lavorazione, perdite di prodotto e accordi commerciali. I listini all’ingrosso possono muoversi rapidamente quando l’offerta cala; il prezzo al dettaglio può reagire con tempi e intensità differenti. Neppure il confronto diretto fra prezzo agricolo e prezzo sullo scaffale permette, da solo, di calcolare quanto guadagni ciascun operatore: occorrerebbe conoscere i costi e gli scarti lungo ogni passaggio.
Un primo segnale sull’andamento generale della spesa arriva comunque dall’ISTAT. Nella stima preliminare di settembre, i prezzi al consumo degli alimentari non lavorati risultano in aumento del 5,5% su base annua, dopo il 3,8% di agosto. La categoria comprende molti prodotti: quel 5,5% non è il rincaro delle insalate o dei pomodori. Indica che i freschi, nel loro complesso, stanno contribuendo di più all’inflazione alimentare.
Un raccolto più caro non rende automaticamente più ricco chi coltiva
Quando il prezzo di un ortaggio sale, si potrebbe pensare che l’agricoltore ne tragga sempre vantaggio. Ma se raccoglie meno prodotto vendibile, affronta maggiori costi per irrigare o selezionare la merce e deve rispettare forniture già concordate, il prezzo più alto può non compensare la perdita di quantità.
Per la distribuzione il problema è diverso, ma collegato: mantenere continuità negli acquisti quando i volumi sono irregolari. Trovare merce altrove può costare di più; modificare l’assortimento può scontentare i clienti; trasferire ogni rincaro sullo scontrino può ridurre le vendite. Le risposte cambiano secondo i contratti, le disponibilità e le scelte delle singole catene. Non c’è una relazione automatica per cui un aumento dell’80% all’origine diventa un aumento dell’80% per la famiglia che compra.
La fragilità è soprattutto nella rapidità con cui questi squilibri si propagano. A differenza di altri beni, un’insalata pronta per essere raccolta non può aspettare a lungo condizioni di mercato migliori. E se una parte della produzione manca, non sempre la si può sostituire con la stessa varietà, qualità e provenienza in tempo utile.
La risposta non può limitarsi a cercare altri fornitori
Nel breve periodo, ampliare gli approvvigionamenti può attenuare le interruzioni. Nel lungo periodo, però, il nodo riguarda la capacità produttiva. L’Agenzia europea dell’ambiente indica caldo estremo, siccità e scarsità d’acqua fra i rischi principali per l’agricoltura dell’Europa meridionale. Rese meno prevedibili e maggiori costi per irrigazione e altri fattori produttivi possono comprimere i margini delle aziende.
Le possibili risposte comprendono una gestione più efficiente dell’acqua, suoli capaci di trattenere meglio l’umidità, varietà e calendari di coltivazione adatti alle condizioni locali, protezioni per le colture e strumenti di previsione. Nessuna soluzione funziona allo stesso modo ovunque. Una serra, per esempio, protegge da alcuni eventi ma richiede investimenti e gestione delle temperature; irrigare con maggiore precisione aiuta, ma non elimina il problema se l’acqua disponibile è insufficiente.
C’è poi una questione economica: chi sostiene il costo dell’adattamento? Se le imprese agricole devono investire di più per garantire raccolti regolari, servono risorse, tempi e una prospettiva di reddito che renda possibile farlo. In caso contrario, la filiera rischia di affrontare ogni nuova anomalia come un’emergenza separata, mentre gli scaffali mostrano soltanto l’ultimo anello di un problema iniziato mesi prima.
Non è possibile dire oggi quanto dureranno le difficoltà per ogni insalata o prevedere il prezzo che ciascun cliente troverà nelle prossime settimane. Si può però leggere correttamente il segnale: la riduzione temporanea di alcune referenze non equivale a una crisi di tutta l’ortofrutta, ma mostra quanto il clima possa incidere su disponibilità, programmazione e prezzi dei prodotti freschi. Per l’economia alimentare italiana, la domanda non è soltanto quando tornerà una determinata insalata sullo scaffale. È quante volte la filiera riuscirà ad assorbire uno shock simile senza scaricarne il costo, di volta in volta, su chi produce o su chi fa la spesa.
Fonti
- Francesco Gaeta, “Perché nei supermercati italiani si trovano meno insalate e pomodori”, Il Post: dati e dichiarazioni di Coop, OrtoRomi e Bonduelle sono attribuiti alla ricostruzione.
- ISMEA Mercati, prezzi medi mensili all’origine degli ortaggi per varietà: dati di agosto 2026 e variazioni rispetto ad agosto 2025.
- ISTAT, prezzi al consumo: stima preliminare di settembre 2026: andamento degli alimentari non lavorati.
- Copernicus Climate Change Service, temperature dell’agosto 2026: quadro delle anomalie termiche.
- Agenzia europea dell’ambiente, agricoltura resiliente al clima in Europa: rischi e costi economici dell’adattamento.
