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Manovra, il conto non torna più: dal bollo alla flat tax, cosa rischia di saltare dopo il deficit al 3,1%

È bastato un decimale per cambiare il quadro nel quale il governo dovrà costruire la prossima legge di Bilancio. L’Istat ha confermato che nel 2025 il deficit italiano è stato pari al 3,1% del Pil, contro il 3,4% dell’anno precedente. La crescita è stata contemporaneamente rivista leggermente al rialzo, dallo 0,5 allo 0,6%, ma non abbastanza da portare il disavanzo sotto quella soglia del 3% che avrebbe consentito all’Italia di puntare all’uscita anticipata dalla procedura europea per deficit eccessivo.

Non significa che i conti pubblici siano improvvisamente precipitati. Al contrario, il deficit continua a diminuire e il saldo primario è migliorato fino allo 0,8% del Pil. Ma politicamente quel decimale pesa molto, perché riduce i margini sui quali il governo sperava di costruire l’ultima manovra prima delle elezioni: abolizione strutturale del bollo per una larga parte delle automobili, interventi fiscali per i giovani, bonus per la casa, risorse aggiuntive per la sanità e contemporaneamente nuovi impegni su energia e difesa.

Il problema non è che tutte queste misure siano già cancellate. Il problema è che adesso devono essere finanziate dentro un quadro molto più stretto. E il governo dovrà decidere quali promesse abbiano la priorità.

Quel 3,1% che cambia il quadro

I numeri ufficiali dell’Istat aiutano a capire cosa è successo. Nel 2025 il Pil italiano è cresciuto in termini reali dello 0,6%, mentre l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è sceso dal 3,4 al 3,1% del Pil. Il saldo primario, cioè il bilancio pubblico prima della spesa per interessi, è migliorato dallo 0,5 allo 0,8%.

C’è però anche un altro dato significativo: la pressione fiscale è salita al 42,9% del Pil, 0,7 punti in più rispetto al 2024.

Il governo sperava che la revisione statistica del Pil e dei conti pubblici consentisse di portare il deficit 2025 sotto il 3%. Non è accaduto. L’Italia resta quindi formalmente nella procedura per deficit eccessivo aperta nel luglio 2024 e dovrà continuare a rispettare il percorso concordato con Bruxelles.

L’obiettivo adesso è diverso: portare il deficit sotto il 3% nel 2026 e ottenere la chiusura della procedura nel 2027.

Non è una bocciatura dei conti italiani

È importante evitare un equivoco. Il mantenimento della procedura europea non significa che Bruxelles abbia improvvisamente bocciato la politica di bilancio italiana.

La Commissione europea aveva già valutato a giugno che l’Italia stesse adottando misure coerenti con le raccomandazioni ricevute e aveva mantenuto la procedura in sospeso, senza richiedere nuove misure correttive immediate. Il percorso di riduzione del deficit continua quindi a essere considerato compatibile con gli impegni europei.

La questione è diversa: Roma sperava di completare quel percorso prima del previsto.

Se il deficit 2025 fosse sceso sotto il 3%, il governo avrebbe potuto rivendicare un risultato politico importante e affrontare la prossima legge di Bilancio con maggiore libertà. Il mancato raggiungimento della soglia rinvia invece quella possibilità.

E soprattutto complica il dossier più delicato: la flessibilità europea per energia e difesa.

La partita dei miliardi europei

L’Unione europea ha introdotto margini temporanei di flessibilità per consentire agli Stati membri di aumentare alcune spese, in particolare quelle legate alla difesa. L’Italia ha inoltre discusso con Bruxelles la possibilità di utilizzare margini aggiuntivi anche per affrontare le conseguenze dello shock energetico.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva già spiegato ad agosto che Roma intende utilizzare pienamente la flessibilità disponibile per l’energia e soltanto parzialmente quella per la difesa.

La mancata uscita anticipata dalla procedura rende però più delicato il meccanismo. Secondo le indicazioni disponibili, il governo sta quindi cercando un confronto con Bruxelles per capire quanto spazio possa effettivamente utilizzare senza compromettere l’obiettivo di riportare il deficit sotto il 3% nel 2026.

È qui che la questione apparentemente tecnica diventa politica.

Ogni miliardo destinato a una voce deve essere trovato da qualche parte oppure sottratto a un’altra.

Difesa, energia e manovra finiscono nello stesso conto

Negli ultimi mesi il governo ha cercato di tenere distinti tre dossier: la legge di Bilancio, gli interventi per fronteggiare il rincaro energetico e l’aumento della spesa per la difesa.

Adesso diventa molto più difficile farlo.

Se Bruxelles concedesse margini sufficienti per finanziare fuori dal normale percorso di spesa una parte degli interventi su energia e difesa, il bilancio nazionale conserverebbe più risorse per le misure fiscali e sociali.

Se invece quei margini fossero inferiori alle aspettative, le stesse spese entrerebbero in competizione con le promesse della manovra.

È questo il vero significato del 3,1%.

Non cambia soltanto una percentuale. Cambia l’ordine delle priorità.

Il bollo auto è il primo banco di prova

Soltanto pochi giorni fa Giorgia Meloni ha annunciato l’esenzione dal bollo per un’automobile fino a 80 kW per cittadino a partire dal 2027. Secondo le stime diffuse dal governo, la misura interessa oltre il 70% delle automobili circolanti e, comprendendo i motocicli, circa 14,5 milioni di veicoli.

Il costo supera i 2 miliardi di euro.

Per il 2027 il governo ha previsto l’intervento, ma l’obiettivo politico dichiarato è renderlo strutturale. Ed è proprio qui che la nuova situazione dei conti diventa rilevante.

Trasformare un’esenzione annuale in una riduzione permanente delle entrate significa trovare una copertura permanente.

Se i margini di bilancio diminuiscono, rendere strutturale il taglio del bollo diventa inevitabilmente più difficile.

Questo non significa che la misura verrà cancellata. Significa che la promessa dovrà essere confrontata con tutte le altre richieste che stanno arrivando sul tavolo del ministero dell’Economia.

Flat tax per i giovani e nuove riduzioni fiscali

Un altro capitolo riguarda la fiscalità. Nella maggioranza circolano diverse ipotesi per alleggerire il carico fiscale, compresa una forma di flat tax destinata ai giovani e ulteriori interventi sull’Irpef e sul lavoro.

Anche qui bisogna distinguere le proposte politiche dalle misure già finanziate. Una riduzione fiscale permanente produce minori entrate ogni anno. Non può quindi essere costruita utilizzando semplicemente una disponibilità temporanea di bilancio, a meno di accettare che il beneficio termini dopo un periodo limitato.

Il problema della prossima manovra sarà precisamente questo: quali interventi possono diventare strutturali e quali dovranno restare temporanei?

Più il governo utilizzerà risorse per misure permanenti, minore sarà lo spazio disponibile per affrontare emergenze energetiche o altre spese impreviste.

Anche i bonus per la casa tornano in discussione

Tra le ipotesi circolate nelle ultime settimane c’è anche un rafforzamento delle detrazioni per le ristrutturazioni e l’efficienza energetica, con la possibilità di riportare alcune agevolazioni fino al 65%.

È un terreno politicamente delicatissimo dopo l’esperienza del Superbonus. Qualsiasi nuovo incentivo dovrà essere costruito evitando meccanismi capaci di generare obblighi di spesa difficili da controllare negli anni successivi.

La necessità di accelerare l’efficienza energetica degli edifici resta, soprattutto in una fase nella quale il prezzo dell’energia è tornato a rappresentare una minaccia per famiglie e imprese. Ma il governo dovrà conciliarla con una regola ormai inevitabile: ogni nuovo bonus deve avere una copertura compatibile con il percorso di riduzione del deficit.

E poi c’è la sanità

La competizione per le risorse non riguarda soltanto le misure più facilmente spendibili sul piano elettorale.

Il Servizio sanitario nazionale continua a chiedere finanziamenti aggiuntivi per personale, liste d’attesa, strutture e adeguamento dei costi. Le Regioni chiedono da tempo risorse sufficienti a evitare che l’aumento nominale del Fondo sanitario venga assorbito dall’inflazione e dai maggiori costi.

Ed è qui che emerge il problema politico più difficile.

Un miliardo destinato alla riduzione di una tassa non può contemporaneamente finanziare ospedali, difesa, energia e investimenti.

Una legge di Bilancio è precisamente il momento nel quale un governo rende visibile la propria gerarchia delle priorità.

Salvini chiede più deficit, Forza Italia frena

Le prime divisioni nella maggioranza sono già emerse.

Matteo Salvini ha chiesto di valutare un forte scostamento di bilancio, sostenendo la necessità di trovare maggiori risorse per sostenere famiglie e imprese. Forza Italia ha assunto invece una posizione più prudente, insistendo sulla necessità di mantenere l’equilibrio dei conti.

La differenza non è soltanto comunicativa.

Fare più deficit consentirebbe di finanziare più misure nell’immediato, ma aumenterebbe il debito e potrebbe allontanare l’uscita dalla procedura europea. Mantenere una linea più rigorosa faciliterebbe il rientro, ma costringerebbe il governo a ridurre il numero o la dimensione degli interventi.

In mezzo c’è Giorgetti, che soltanto due giorni fa ha ricordato un principio molto semplice: quando un Paese perde il controllo del proprio debito smette di scegliere e comincia a subire le decisioni degli altri.

Il debito è il vero limite italiano

Il deficit del 3,1% attira l’attenzione perché determina la permanenza nella procedura europea. Ma il problema strutturale italiano rimane il debito.

Con un debito pubblico vicino al 140% del Pil, ogni aumento permanente dei tassi o della spesa per interessi sottrae risorse che potrebbero essere utilizzate altrove.

È questo che rende la situazione italiana differente da quella di Paesi con un debito molto inferiore.

Roma può decidere di aumentare il deficit per finanziare una fase di emergenza. Ma non può farlo indefinitamente senza aumentare il costo del debito e ridurre progressivamente lo spazio delle future manovre.

Per questo Giorgetti insiste sulla prudenza anche quando altri esponenti della maggioranza chiedono maggiore spesa.

Meloni e Giorgetti, le indiscrezioni sulle tensioni

Repubblica riferisce di un’irritazione di Giorgia Meloni nei confronti del ministro dell’Economia, accusato in ambienti di Palazzo Chigi di avere alimentato aspettative eccessivamente ottimistiche sulla possibilità di uscire anticipatamente dalla procedura.

Si tratta di retroscena giornalistici, non di una posizione ufficialmente espressa dalla presidente del Consiglio.

Giorgetti, inoltre, nelle dichiarazioni pubbliche aveva utilizzato formule prudenti, parlando soprattutto di una speranza legata alla possibile revisione dei dati.

Anche altri esponenti della maggioranza avevano comunque manifestato ottimismo.

Più che stabilire oggi chi abbia sbagliato previsione, conta il problema che resta sul tavolo: la manovra deve essere riscritta sulla base dei numeri effettivamente certificati dall’Istat.

Meloni attacca l’Istat, ma i numeri restano quelli

La premier ha contestato pubblicamente alcuni aspetti delle valutazioni statistiche sulla crescita italiana, sostenendo che l’andamento dell’economia sia stato sottostimato.

L’Istat ha effettivamente rivisto al rialzo la crescita reale del 2025 dallo 0,5 allo 0,6% e ha aumentato anche il livello nominale del Pil.

Ma questa revisione non ha modificato il dato decisivo ai fini della procedura: il rapporto deficit/Pil resta al 3,1%. Ed è su quel numero che devono essere costruite le decisioni di politica economica.

La pressione fiscale complica la narrazione

C’è poi un altro dato che rischia di diventare politicamente scomodo per il governo. Nel 2025 la pressione fiscale è salita al 42,9% del Pil, aumentando di 0,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente.

Non significa automaticamente che ogni contribuente abbia pagato più tasse: il rapporto tra entrate fiscali e Pil può cambiare per numerose ragioni e non misura direttamente il carico sopportato dalla singola famiglia.

Ma rende più difficile costruire la prossima manovra esclusivamente intorno alla narrazione di un governo che riduce le tasse.

Per Meloni diventa quindi ancora più importante inserire almeno alcuni interventi fiscali riconoscibili nella legge di Bilancio. Ed è proprio ciò che il minore spazio disponibile rende più complicato.

La trattativa con Bruxelles

La partita decisiva si sposta adesso anche a Bruxelles.

Reuters riferisce che il governo italiano intende confermare l’obiettivo di riportare il deficit sotto il 3% nel 2026 e punta alla chiusura della procedura europea nel 2027. Parallelamente Roma sta cercando di capire quali margini di flessibilità possano essere utilizzati per energia e difesa senza compromettere questo percorso.

Non è quindi corretto descrivere la situazione come una semplice contrapposizione tra Roma che vuole spendere e Bruxelles che vuole impedirglielo.

Il negoziato è più complesso.

L’Europa vuole contemporaneamente che gli Stati riducano gli squilibri di bilancio e che aumentino gli investimenti nella difesa comune. La crisi energetica richiede inoltre interventi che possono comportare nuova spesa pubblica.

Sono obiettivi che possono entrare in conflitto tra loro.

Ed è proprio dentro questa contraddizione che l’Italia cercherà di ottenere spazio.

La manovra diventa una scelta politica vera

Per anni le leggi di Bilancio italiane sono state accompagnate dalla stessa domanda: dove trovare le coperture?

Questa volta la questione è ancora più evidente perché il governo arriva all’ultima parte della legislatura con numerose promesse politicamente costose e contemporaneamente con la necessità di dimostrare ai mercati e all’Europa che il percorso di riduzione del deficit continuerà.

Il risultato è che non tutto potrà probabilmente essere fatto nella misura inizialmente immaginata.

Bollo auto, flat tax per i giovani, detrazioni edilizie, sanità, sostegno contro il caro energia, difesa e altre riduzioni fiscali dovranno essere messi sullo stesso tavolo.

Poi bisognerà scegliere.

Il vero rischio è sacrificare la crescita

C’è infine un problema ancora più grande del singolo bonus.

L’Italia continua a crescere molto poco. La Commissione europea nelle sue ultime previsioni indicava un aumento del Pil dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027.

Se per rispettare il percorso fiscale il governo riducesse soprattutto gli investimenti, il rischio sarebbe ottenere conti migliori nell’immediato al prezzo di una crescita ancora più debole negli anni successivi.

Se invece finanziasse tutto attraverso nuovo deficit, aumenterebbe ulteriormente il peso del debito.

È il dilemma che abbiamo già evidenziato su queste pagine: l’Italia deve contemporaneamente ridurre il debito e trovare le risorse necessarie per tornare a crescere. Non esiste una soluzione indolore.

Il decimale che cambia la manovra

Tutto ruota attorno a un numero apparentemente minuscolo: 3,1%. È il rapporto tra deficit e Pil del 2025 confermato dall’Istat, appena un decimo sopra quella soglia del 3% che avrebbe consentito al governo di rivendicare un risultato politico importante e, soprattutto, di accelerare il percorso per uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo.

Un decimo di punto può sembrare irrilevante nell’economia reale. Nei meccanismi delle regole europee, invece, può cambiare parecchio. Il governo aveva costruito una parte della propria strategia sulla possibilità di presentarsi alla Commissione con conti migliori del previsto, liberando maggiori margini per affrontare contemporaneamente la legge di Bilancio, l’aumento delle spese per la difesa e alcune misure fiscali politicamente molto spendibili nell’ultimo tratto della legislatura.

Quella possibilità, almeno per il momento, è venuta meno. L’Italia resta dentro la procedura europea e deve quindi continuare a dimostrare che la traiettoria dei conti è compatibile con gli impegni assunti. Non significa che Bruxelles scriverà materialmente la manovra italiana, ma significa che ogni nuova spesa permanente dovrà essere valutata dentro uno spazio fiscale molto più stretto di quello immaginato soltanto poche settimane fa.

La clausola che può valere miliardi

È qui che entra in gioco la clausola nazionale di salvaguardia prevista dalle nuove regole europee, pensata per consentire agli Stati di aumentare determinate spese per la difesa senza compromettere automaticamente il percorso di aggiustamento dei conti pubblici. È uno dei dossier sui quali Roma sta cercando di capire fino a che punto Bruxelles sia disponibile a concedere flessibilità.

Secondo le ricostruzioni circolate nelle ultime ore, il governo valuta la possibilità di utilizzare la clausola per liberare spazio fiscale collegato soprattutto alla difesa e, indirettamente, alleggerire la pressione sul resto della legge di Bilancio. Le cifre ipotizzate sono molto consistenti: si parla di margini potenziali nell’ordine di decine di miliardi nell’arco degli anni, anche se questo non significa affatto disporre immediatamente di un assegno equivalente da utilizzare per bonus o riduzioni fiscali.

È una distinzione essenziale. La flessibilità europea non produce denaro dal nulla. Consente, entro determinate condizioni, di trattare alcune maggiori spese militari in maniera più favorevole rispetto al percorso ordinario previsto dalle regole fiscali. Il vantaggio per il governo sarebbe quello di evitare che tutto l’aumento della spesa per la difesa comprima lo spazio disponibile per le altre priorità nazionali.

Il messaggio che Roma manda a Bruxelles

La trattativa politica nasce proprio qui. Il ragionamento che filtra da Palazzo Chigi può essere riassunto in termini molto semplici: se l’Europa chiede all’Italia di aumentare significativamente gli investimenti nella difesa comune, deve contemporaneamente evitare che quello sforzo renda impossibile finanziare le altre esigenze del Paese.

È una posizione che ha una propria logica. L’Italia parte da un debito pubblico molto elevato e da una crescita debole. Aumentare rapidamente la spesa militare senza alcuna forma di flessibilità significherebbe scegliere tra più deficit, nuove entrate oppure minori risorse destinate ad altri capitoli.

Il governo cerca quindi di ottenere un’applicazione delle regole che permetta di tenere insieme riarmo europeo e sostenibilità politica della manovra. La difficoltà è che l’Italia si presenta a questo confronto ancora sottoposta alla procedura per deficit eccessivo, mentre una parte delle aspettative di Palazzo Chigi si fondava proprio sulla possibilità di uscirne prima.

Difesa ed energia possono diventare la chiave

Nelle ipotesi allo studio non c’è soltanto la difesa. Anche la crisi energetica ha modificato profondamente il quadro economico nel quale dovrà essere costruita la manovra. Il nuovo aumento dei prezzi dell’energia rischia infatti di trasferirsi progressivamente sulle imprese e sulle famiglie, riaprendo il problema di eventuali interventi pubblici per attenuarne gli effetti.

Questo rende il bilancio ancora più difficile da comporre. Difesa, energia, sanità, riduzione delle tasse e sostegno ai redditi competono per le stesse risorse, mentre il governo deve contemporaneamente ridurre il deficit e stabilizzare il debito.

Non tutte le spese hanno inoltre lo stesso trattamento nelle regole europee. È precisamente su questa distinzione che Roma cerca di costruire una trattativa con la Commissione: utilizzare al massimo gli spazi consentiti per le spese considerate strategiche, evitando che assorbano completamente la capacità di intervento nazionale.

Il piano B: usare soltanto una parte della flessibilità

Se Bruxelles non accettasse l’impostazione più favorevole auspicata dal governo, esisterebbe una seconda possibilità: attivare soltanto parzialmente la flessibilità disponibile, limitando l’aumento delle spese e cercando contemporaneamente di mantenere il deficit su una traiettoria compatibile con l’uscita dalla procedura.

Sarebbe una soluzione meno ambiziosa, ma probabilmente più prudente.

Consentirebbe di finanziare una parte delle nuove esigenze militari senza aprire completamente i rubinetti della spesa e potrebbe liberare qualche margine per gli altri interventi della legge di Bilancio. Ma anche in questo scenario sarebbe difficile immaginare contemporaneamente tutte le misure annunciate negli ultimi mesi.

Ed è questo il punto sul quale la comunicazione politica dovrà prima o poi confrontarsi con l’aritmetica.

Bollo auto, flat tax e bonus: non può entrare tutto

La lista delle misure discusse nella maggioranza è ormai lunga. C’è la volontà di rendere strutturale l’esenzione dal bollo auto per una parte dei veicoli, dopo l’intervento previsto per il 2027. C’è la flat tax destinata ai giovani. C’è l’ipotesi di riportare al 65% alcune agevolazioni per gli interventi sulle abitazioni. C’è il taglio del canone Rai. A queste misure si aggiungono le richieste di maggiori risorse per sanità, famiglie e imprese.

Ognuna può essere discussa singolarmente. Il problema nasce quando vengono sommate.

Una riduzione fiscale permanente richiede una copertura permanente. Un bonus temporaneo costa soltanto nell’anno nel quale viene finanziato; una tassa abolita strutturalmente riduce invece le entrate anche negli anni successivi. È per questo che rendere permanente un beneficio è molto più impegnativo per il bilancio che concederlo per dodici mesi.

La distinzione è particolarmente importante per il bollo auto. Il governo ha presentato l’esenzione come l’inizio di una cancellazione destinata a diventare strutturale. Ma trasformare quella promessa in una misura permanente significa trovare ogni anno le risorse necessarie per compensare il mancato gettito.

Con il deficit ancora sopra il 3%, l’operazione diventa inevitabilmente più complicata.

Salvini chiede più deficit, Forza Italia frena

Le difficoltà dei conti stanno facendo emergere anche differenze all’interno della maggioranza. Matteo Salvini spinge per utilizzare margini più ampi e non esclude un maggiore ricorso al deficit per finanziare le priorità politiche del centrodestra. Forza Italia mantiene invece una posizione più prudente e insiste sulla necessità di preservare l’equilibrio dei conti.

Sono due impostazioni che riflettono un dilemma reale.

Fare più deficit permette di finanziare immediatamente più interventi, ma aumenta il debito e può tradursi in maggiori interessi da pagare negli anni successivi. Essere più rigorosi protegge la credibilità finanziaria del Paese, ma restringe lo spazio per riduzioni fiscali e nuove spese proprio mentre la maggioranza si avvicina alle elezioni.

Giorgetti si trova esattamente in mezzo a queste due pressioni.

Il ministro dell’Economia deve tenere insieme le richieste dei partiti, i vincoli europei, la reazione dei mercati e la necessità di evitare che una manovra troppo espansiva comprometta il percorso di riduzione del deficit.

Le tensioni tra Meloni e Giorgetti

Le ricostruzioni pubblicate nelle ultime ore parlano anche di irritazione a Palazzo Chigi nei confronti del ministro dell’Economia. Secondo Repubblica, nell’entourage della premier alcuni ritengono che nelle settimane precedenti sia circolato troppo ottimismo sulla possibilità di ottenere dati sufficienti per anticipare l’uscita dalla procedura europea.

La ricostruzione va trattata per quello che è: un retroscena politico attribuito a fonti della maggioranza, non una presa di posizione pubblica di Meloni contro Giorgetti. Lo stesso ministro dell’Economia aveva mantenuto nelle dichiarazioni ufficiali una formulazione prudente, parlando più di speranza che di certezza.

Resta però un problema politico evidente. La premier aveva già valorizzato pubblicamente il miglioramento dei conti come uno dei risultati del governo. Ritrovarsi ancora dentro la procedura europea rende più difficile utilizzare quel risultato come premessa per una manovra espansiva.

Da qui nasce anche la ricerca di responsabilità dopo il dato dell’Istat.

Lo scontro con l’Istat non crea risorse

Meloni ha criticato pubblicamente le valutazioni dell’Istat sulla crescita, sostenendo che l’istituto abbia sottostimato la performance dell’economia italiana. È una polemica politicamente rilevante, ma non modifica il problema immediato della legge di Bilancio.

Qualunque sia il giudizio sulle previsioni precedenti, il governo deve costruire la manovra sui dati disponibili e sulle regole vigenti. E quei dati indicano oggi un deficit che non è sceso sotto la soglia sulla quale Palazzo Chigi aveva costruito parte delle proprie aspettative.

La discussione sulle stime può avere conseguenze politiche e metodologiche. Non genera però miliardi aggiuntivi.

Per questo il vero confronto delle prossime settimane non sarà tra Palazzo Chigi e l’Istat, ma tra le promesse della maggioranza e le coperture che il ministero dell’Economia riuscirà effettivamente a trovare.

Il PNRR sta finendo e il problema diventa strutturale

C’è poi una questione ancora più importante della singola manovra. L’Italia sta entrando nella fase finale del PNRR e nei prossimi anni non potrà contare sullo stesso volume straordinario di risorse europee che ha sostenuto investimenti pubblici e crescita dopo la pandemia.

Questo significa che il Paese dovrà trovare un nuovo equilibrio.

Se la crescita resterà debole, ridurre il rapporto debito/Pil diventerà più difficile. Se per sostenere la crescita verrà utilizzato nuovo deficit, aumenterà il debito nominale. Se invece si sceglierà di comprimere eccessivamente la spesa, si rischierà di indebolire ulteriormente investimenti e domanda.

È il paradosso che abbiamo già evidenziato su La Voce Nuova: l’Italia deve mettere in ordine i conti senza soffocare la crescita, ma ha bisogno della crescita proprio per rendere sostenibili quei conti.

Non esiste una soluzione semplice.

La manovra elettorale incontra la realtà

È inevitabile che l’ultima legge di Bilancio prima delle elezioni abbia anche una dimensione politica. Ogni governo cerca di arrivare al voto mostrando agli elettori risultati concreti e, quando possibile, riduzioni fiscali o nuove misure di sostegno.

La maggioranza aveva immaginato di poterlo fare partendo da un quadro dei conti più favorevole. Il 3,1% ha reso quella strategia più difficile, non necessariamente impossibile.

Molto dipenderà dalla trattativa europea, dall’andamento dell’economia, dal costo dell’energia e dalle priorità che il governo deciderà di scegliere. Ma una cosa appare già evidente: difficilmente tutte le promesse potranno essere finanziate contemporaneamente senza aumentare il deficit o trovare nuove entrate. E scegliere quali mantenere significa inevitabilmente scegliere anche quali elettori privilegiare.

Il legame con l’ipotesi di elezioni anticipate

Qui la questione economica incontra quella politica che abbiamo analizzato nell’altro approfondimento di oggi.

Meloni ha legato la tenuta della maggioranza al passaggio definitivo della nuova legge elettorale. Se lo Stabilicum dovesse essere bocciato alla Camera, la premier ha lasciato intendere che il governo dovrebbe trarne le conseguenze. Intorno a quella frase è nata l’ipotesi di una possibile crisi già in ottobre.

La difficoltà della manovra aggiunge un ulteriore elemento al quadro, ma bisogna evitare automatismi. Non esiste una prova che il governo voglia anticipare le elezioni semplicemente per sottrarsi a una legge di Bilancio difficile, né le dimissioni della premier determinerebbero automaticamente lo scioglimento delle Camere.

È però evidente che calendario economico e calendario politico si stanno sovrapponendo. Nelle stesse settimane il governo dovrà decidere quanta flessibilità chiedere a Bruxelles, quali promesse finanziare, come costruire la manovra e verificare se la maggioranza resta compatta sulla legge elettorale.

Ottobre rischia quindi di diventare il mese nel quale tutti i nodi arrivano contemporaneamente al pettine.

Il vero bivio non è Bruxelles

Sarebbe facile raccontare tutto come l’ennesimo scontro tra Italia ed Europa. Sarebbe anche fuorviante.

Bruxelles stabilisce regole alle quali l’Italia ha partecipato e dispone di strumenti di flessibilità che Roma cercherà legittimamente di utilizzare. Ma il problema fondamentale rimane nazionale: abbiamo un debito molto elevato, una crescita troppo bassa e molte più richieste di spesa delle risorse disponibili. Anche eliminando domani ogni vincolo europeo, quel problema non scomparirebbe.

Un Paese con un debito enorme non può finanziare indefinitamente ogni riduzione fiscale attraverso nuovo debito senza pagare conseguenze sul costo degli interessi. Allo stesso tempo, un Paese che non investe abbastanza rischia di crescere ancora meno e di rendere quel debito ancora più difficile da sostenere. È questa la strettoia dentro la quale deve muoversi la legge di Bilancio.

Prima vengono le priorità

La discussione delle prossime settimane dovrebbe quindi partire da una domanda più semplice delle polemiche tra partiti: quali sono le priorità?

Se la priorità è ridurre le tasse sul lavoro, bisognerà destinare lì una parte importante delle risorse. Se è la sanità, occorrerà rinunciare o ridimensionare altri interventi. Se l’Italia deve aumentare rapidamente la spesa per la difesa, bisognerà stabilire quanto possa essere coperto dalla flessibilità europea e quanto debba entrare nel bilancio ordinario. Se si vuole rendere strutturale l’abolizione di alcune imposte, bisognerà indicare quali entrate o spese verranno modificate per compensarle.

Il problema non è che manchino idee su come spendere. Il problema è che ogni euro può essere speso una volta sola. Ed è proprio questa banalissima regola che diventa più difficile da rispettare quando si avvicinano le elezioni.

Dal 3,1% dipende molto più di un decimale

Alla fine, il significato politico del dato Istat è tutto qui. Il 3,1% non rappresenta una catastrofe dei conti italiani e la differenza rispetto al 3% è quantitativamente piccola. Ma arriva nel momento peggiore per una maggioranza che sperava di trasformare il miglioramento della finanza pubblica in maggiore libertà di manovra.

Adesso Palazzo Chigi deve negoziare con Bruxelles, scegliere quanto utilizzare la flessibilità per la difesa, decidere quali misure fiscali siano realmente sostenibili e contemporaneamente affrontare una maggioranza attraversata da richieste differenti.

La legge di Bilancio che sembrava poter diventare la manovra con cui presentarsi agli elettori rischia così di trasformarsi nella prova più difficile dell’intera legislatura.

E il vero problema non sarà convincere Bruxelles a concedere qualche margine in più.

Sarà decidere cosa fare di quel margine. Perché tra bollo auto, flat tax, sanità, energia, difesa, famiglie, imprese e riduzione del deficit non potrà entrare tutto. Ed è quando finiscono i soldi che, in politica, cominciano le scelte vere.

Fonti

  • ISTAT – Conti economici nazionali e aggiornamento del rapporto deficit/Pil per il 2025.
  • Commissione europea – Procedura per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia, nuovo quadro di governance economica e clausole di flessibilità connesse alla spesa per la difesa.
  • Ministero dell’Economia e delle Finanze – Documenti programmatici e indicazioni sul percorso di finanza pubblica.
  • Repubblica – Ricostruzione del 23 settembre 2026 sulla preparazione della legge di Bilancio, sulla trattativa con Bruxelles e sul confronto interno alla maggioranza.
  • ANSA e principali agenzie nazionali – Dichiarazioni del governo e dei partiti della maggioranza sulla manovra, sulla procedura europea e sulle misure fiscali allo studio.