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L’inverno può decidere la guerra: Zelensky chiede a Trump e Macron missili, energia e una nuova difesa

Volodymyr Zelensky è arrivato a New York con una priorità che va oltre le linee del fronte: impedire che il quinto inverno di guerra diventi un’arma strategica nelle mani della Russia. Gli incontri con Emmanuel Macron e Donald Trump a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite hanno ruotato attorno a difesa aerea, missili intercettori, sicurezza energetica e possibilità di riaprire almeno uno spazio limitato di de-escalation. Per Kiev la questione è ormai evidente: resistere militarmente non basta se Mosca riesce contemporaneamente a colpire centrali, reti elettriche, depositi, ferrovie e infrastrutture necessarie al funzionamento quotidiano del Paese.

La missione diplomatica del presidente ucraino arriva inoltre in una fase nella quale la minaccia aerea russa sta cambiando rapidamente. Mosca ha intensificato l’impiego di droni Shahed a propulsione a getto, più veloci e capaci di volare a quote che rendono meno efficaci molte delle squadre mobili ucraine utilizzate contro i modelli tradizionali. È uno sviluppo che aumenta il costo della difesa e rende ancora più urgente per Kiev ottenere nuovi intercettori, sistemi Patriot, SAMP/T e soluzioni europee capaci di affiancare gli strumenti già disponibili.

Il quinto inverno diventa un fronte della guerra

Da anni la Russia considera il sistema energetico ucraino un obiettivo strategico. La logica è militare ma anche economica e sociale: danneggiare la rete elettrica significa complicare il funzionamento delle industrie, dei trasporti e delle comunicazioni, ma anche aumentare la pressione sulla popolazione civile proprio durante i mesi più freddi. L’Ucraina ha imparato a riparare rapidamente molte infrastrutture e a decentralizzare parte della propria capacità energetica, ma il problema non è stato eliminato.

In questa prospettiva va letto il tentativo di Zelensky di ottenere un vero “pacchetto invernale” dagli alleati. Non si tratta soltanto di generatori, trasformatori o forniture energetiche d’emergenza, ma soprattutto della possibilità di impedire che missili e droni raggiungano gli obiettivi. La difesa dell’energia comincia ormai molto prima della centrale elettrica: comincia nel cielo.

Secondo Reuters, Zelensky è arrivato all’incontro con Trump anche con l’obiettivo di discutere una possibile tregua circoscritta agli attacchi contro le infrastrutture energetiche. Un’intesa di questo tipo non equivarrebbe a un cessate il fuoco generale, ma potrebbe ridurre uno degli aspetti più destabilizzanti del conflitto. Il problema è che, almeno finora, Mosca non ha dato segnali sufficienti a indicare una disponibilità concreta a sospendere stabilmente questo tipo di operazioni.

Macron e il progetto di uno scudo più europeo

Il colloquio tra Zelensky ed Emmanuel Macron ha mostrato un secondo elemento destinato a diventare sempre più importante: l’Ucraina sta cercando di costruire una capacità di difesa aerea che dipenda meno esclusivamente dalle forniture americane.

Kiev e Parigi hanno discusso di nuovi sistemi franco-italiani SAMP/T e dei relativi missili, con la possibilità di utilizzare le risorse disponibili attraverso il prestito europeo destinato all’Ucraina. La cooperazione va però oltre la semplice consegna delle batterie: Francia e Italia hanno già aperto alla produzione su licenza in Ucraina dei missili Aster 30 e Kiev punta a diventare il primo utilizzatore operativo della nuova generazione SAMP/T NG.

È una trasformazione significativa. Nei primi anni della guerra il problema principale era reperire rapidamente sistemi esistenti negli arsenali occidentali. Ora l’obiettivo è creare una filiera industriale che possa continuare a produrre intercettori anche in un conflitto lungo, nel quale il consumo di munizioni è diventato uno dei principali vincoli strategici.

FREYJA, il tentativo di costruire un nuovo sistema antibalistico

Dentro questa strategia si inserisce anche FREYJA, il programma antibalistico sviluppato dall’Ucraina insieme a partner europei. Zelensky ha dichiarato che Kiev punta a ottenere i primi risultati già entro il 2026 e nelle ultime settimane il progetto è stato discusso con governi e aziende della difesa di diversi Paesi.

A Oslo, all’inizio di settembre, il presidente ucraino aveva incontrato dirigenti di aziende come Kongsberg, Saab, Diehl Defence, Hensoldt, Thales, Safran e Leonardo. La proposta ucraina è quella di sviluppare un intercettore e un sistema di lancio che possano essere prodotti in quantità elevate e possibilmente a costi inferiori rispetto ad alcune delle soluzioni attualmente disponibili.

Il problema economico è infatti centrale. Abbattere droni relativamente economici utilizzando sistematicamente missili da milioni di euro produce nel lungo periodo una sproporzione difficile da sostenere. La guerra aerea sta diventando quindi anche una competizione industriale: vince chi riesce a costruire più rapidamente sensori, intercettori, radar e piattaforme a costi sostenibili.

I nuovi Shahed russi cambiano ancora la minaccia

La necessità di accelerare deriva anche dall’evoluzione degli strumenti utilizzati dalla Russia. Reuters ha documentato l’impiego crescente di droni Shahed con motori a reazione, capaci di raggiungere velocità e quote maggiori rispetto alle versioni precedenti. Questi velivoli possono operare tra circa quattro e sette chilometri di altezza, fuori dalla portata di molte squadre mobili equipaggiate con sistemi antiaerei portatili.

L’efficacia delle intercettazioni contro questi nuovi droni sarebbe sensibilmente inferiore a quella ottenuta contro i modelli tradizionali. Se contro le versioni precedenti Kiev era arrivata in alcuni casi a percentuali di abbattimento molto elevate, la nuova generazione sta costringendo l’Ucraina a utilizzare sistemi più sofisticati e costosi.

La conseguenza è una nuova corsa tecnologica. Mosca prova a saturare e complicare la difesa; Kiev risponde con droni intercettori, nuovi radar, sistemi europei e una richiesta continua di Patriot e relativi missili.

Il nodo Patriot resta nelle mani degli Stati Uniti

Nonostante il tentativo di costruire un’autonomia europea e ucraina, il sistema americano Patriot resta uno degli strumenti più importanti per intercettare i missili balistici russi. È anche per questo che l’incontro con Trump assume un significato che va oltre la diplomazia.

Zelensky continua a chiedere batterie e soprattutto intercettori aggiuntivi. Il problema non è semplicemente possedere il sistema: occorre disporre continuamente delle munizioni necessarie per utilizzarlo. In una guerra caratterizzata da attacchi quasi quotidiani, le scorte diventano parte della strategia tanto quanto il numero delle batterie installate.

Il presidente americano ha mantenuto davanti a Zelensky un tono molto diverso rispetto ai momenti di maggiore tensione tra i due. Trump ha detto di ritenere possibile una soluzione e, parlando all’Onu, ha sostenuto che la guerra potrebbe terminare prima di quanto molti immaginino. Resta però da capire quale percorso diplomatico possa trasformare questa convinzione in un negoziato accettabile per entrambe le parti.

L’ipotesi di una tregua energetica

Una delle possibilità emerse nelle ultime ore è proprio quella di partire da un terreno più limitato rispetto a un accordo complessivo: fermare reciprocamente gli attacchi contro le infrastrutture energetiche.

Macron ha confermato di avere discusso l’argomento con Trump, indicando la protezione dell’energia ucraina come una delle priorità. Un’intesa di questo tipo potrebbe ridurre i danni alla popolazione e limitare gli effetti economici degli attacchi, ma sarebbe estremamente difficile da verificare e applicare in un conflitto nel quale la distinzione tra infrastrutture civili e strutture utilizzate anche a fini militari è spesso contestata dalle parti.

Esiste inoltre un precedente poco incoraggiante: tentativi precedenti di limitare gli attacchi energetici non hanno prodotto una tregua stabile. Kiev e Mosca si sono accusate reciprocamente di violazioni e gli attacchi sono ripresi.

Per questo l’Ucraina continua a lavorare contemporaneamente su due livelli: cercare un’intesa diplomatica ma prepararsi come se quell’intesa non dovesse arrivare.

La partita di Trump

Per Donald Trump, l’Ucraina resta uno dei dossier internazionali più complessi della seconda presidenza. Il presidente americano aveva più volte presentato la propria capacità negoziale come lo strumento attraverso il quale mettere rapidamente fine alla guerra, ma il conflitto è proseguito e le posizioni di Mosca e Kiev restano molto distanti.

Trump continua a indicare la necessità di arrivare a un’intesa, ma il problema è definire cosa significhi concretamente “pace”. L’Ucraina chiede garanzie di sicurezza che rendano impossibile una nuova invasione dopo un eventuale cessate il fuoco. Mosca continua invece a collegare qualsiasi accordo alle proprie richieste territoriali e strategiche.

È qui che la diplomazia incontra il problema centrale del conflitto: un cessate il fuoco può interrompere gli scontri, ma non elimina automaticamente le cause che li hanno prodotti. Senza un meccanismo di sicurezza credibile, Kiev teme che una sospensione possa soltanto concedere alla Russia il tempo per ricostituire le proprie forze.

La risposta di Mosca

Il Cremlino continua a presentare la situazione in termini opposti. Dmitry Peskov ha sostenuto che le aperture ucraine sarebbero conseguenza del peggioramento della situazione militare ed economica di Kiev. È la lettura russa del conflitto e viene contestata dal governo ucraino, che insiste sulla capacità del Paese di proseguire la resistenza con il sostegno occidentale.

Al di là della propaganda delle due parti, il dato militare è più complesso. La guerra terrestre continua a produrre avanzamenti limitati e costosi, mentre una parte crescente della competizione si è trasferita nelle retrovie: fabbriche, raffinerie, depositi, reti ferroviarie ed energia sono diventati obiettivi sistematici sia degli attacchi russi sia delle operazioni ucraine in profondità.

La possibilità di colpire molto lontano dalla linea del fronte sta progressivamente cancellando la distinzione tra retrovia e zona di combattimento.

La Lituania e il segnale sul fianco orientale della Nato

Nelle stesse ore in cui Zelensky incontrava Trump, il presidente lituano Gitanas Nauseda ha annunciato l’arrivo di una nuova rotazione di truppe americane in Lituania. Il numero definitivo dei militari non è stato ancora reso noto, ma Vilnius ha fatto sapere che non dovrebbe essere inferiore a quello dei contingenti precedenti.

Dal 2019 gli Stati Uniti schierano a rotazione circa un migliaio di militari, con unità corazzate, nel Paese baltico. La decisione ha quindi un valore politico oltre che militare, perché arriva dopo mesi di interrogativi europei sulla futura presenza statunitense nel continente.

Per la Lituania, che confina con la Russia attraverso l’enclave di Kaliningrad e con la Bielorussia, la presenza americana resta uno degli elementi centrali della deterrenza Nato. Il messaggio inviato da Washington è che, almeno sul fianco baltico, il ridimensionamento dell’impegno statunitense non si traduce automaticamente in un ritiro.

L’Europa prova a prepararsi a una guerra lunga

SAMP/T, Aster 30, FREYJA e nuovi investimenti industriali raccontano però qualcosa di più profondo. L’Europa sta gradualmente passando da una politica fondata sulla cessione di armi disponibili negli arsenali a un modello orientato alla produzione continuativa.

È una differenza fondamentale. Se la guerra dovesse durare ancora, la capacità di sostenere Kiev dipenderà sempre meno da quello che gli eserciti europei possono sottrarre alle proprie scorte e sempre più da quanto rapidamente l’industria potrà costruire nuove munizioni.

La stessa Ucraina punta a produrre sul proprio territorio una quota crescente dei sistemi necessari alla difesa. Non significa raggiungere l’autosufficienza, ma ridurre la vulnerabilità derivante dalle decisioni politiche dei singoli alleati.

La vera sfida dell’inverno

È quindi riduttivo leggere la missione di Zelensky a New York soltanto come l’ennesima richiesta di nuove armi. Dietro gli incontri con Macron e Trump c’è una questione strategica molto più ampia: chi riuscirà a sostenere più a lungo il costo materiale, industriale e sociale della guerra.

La Russia cerca di sfruttare la profondità del proprio apparato produttivo e la capacità di lanciare un numero crescente di droni e missili. L’Ucraina tenta di rispondere combinando tecnologia nazionale, sistemi occidentali e progressiva integrazione con l’industria militare europea.

In mezzo c’è la popolazione ucraina, che si prepara ad affrontare un altro inverno con il rischio di bombardamenti sulle infrastrutture energetiche. È per questo che Zelensky insiste contemporaneamente su Patriot, SAMP/T, FREYJA e aiuti energetici: sono elementi differenti della stessa strategia.

Il negoziato resta possibile e Trump continua a presentarsi come l’uomo in grado di trovare una soluzione. Ma fino a quando quella soluzione non esisterà, Kiev ragiona su uno scenario molto più concreto: fare in modo che il prossimo inverno non diventi il punto in cui la pressione militare russa si trasforma in pressione insostenibile sull’intero Paese.

Fonti

  • Presidenza dell’Ucraina – incontri di Volodymyr Zelensky con Emmanuel Macron e partner internazionali, settembre 2026
  • Reuters – incontro Trump-Zelensky all’Assemblea generale Onu e ipotesi di tregua energetica, 22 settembre 2026
  • Reuters – evoluzione dei droni russi Shahed a propulsione a getto e conseguenze sulla difesa aerea ucraina, 22 settembre 2026
  • Reuters – colloqui Macron-Trump sulla protezione delle infrastrutture energetiche ucraine, 22 settembre 2026
  • Reuters – nuova rotazione di truppe statunitensi in Lituania, 22 settembre 2026
  • Presidenza dell’Ucraina – programma antibalistico FREYJA e cooperazione industriale europea