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Il riarmo europeo si scontra con la destra sovranista: la frattura passa anche dal governo Meloni

La spesa militare continua a salire, ma il consenso su come finanziarla è più fragile. Un’inchiesta di Politico mostra come i partiti della destra radicale contestino, con posizioni diverse, gli aiuti a Kiev, i programmi comuni dell’UE o l’aumento dei bilanci della difesa. In Italia la contraddizione è già dentro la maggioranza: Meloni sostiene l’Ucraina, mentre Lega e Vannacci fanno dei costi della sicurezza un terreno di scontro.

L’Europa sta spendendo di più per difendersi. La questione, ormai, è se i suoi governi riusciranno a mantenere questa scelta quando arriverà il momento di pagarla nei bilanci e di spiegarla agli elettori.

Secondo le stime della NATO, gli alleati europei e il Canada destineranno nel 2026 circa 634 miliardi di dollari alle spese militari principali, l’11% in più rispetto al 2025. Anche i 27 Stati dell’Unione hanno accelerato: l’Agenzia europea per la difesa registra 418 miliardi di euro nel 2025 e ne prevede 454 nel 2026. Sono aggregati diversi, costruiti su Paesi e criteri differenti: non vanno sommati.

I numeri descrivono una crescita, non un riarmo già completato. La capacità di produrre munizioni, acquistare insieme, integrare i sistemi e mantenere gli impegni nel tempo dipende da decisioni politiche che dovranno essere ripetute per anni. È qui che, secondo un’inchiesta di Politico, l’avanzata delle destre radicali potrebbe incidere: non necessariamente cancellando in un giorno la spesa per la difesa, ma frenandone la crescita, riducendo gli aiuti all’Ucraina o ostacolando la cooperazione europea.

Il consenso finisce quando arriva il conto

L’impegno assunto dagli alleati al vertice NATO dell’Aia prevede di destinare entro il 2035 il 5% del PIL alla difesa e alla sicurezza. La cifra comprende almeno il 3,5% per le esigenze militari principali e fino all’1,5% per investimenti più ampi, dalla protezione delle infrastrutture alla resilienza civile. È un percorso pluriennale, non una spesa che ogni Paese deve raggiungere immediatamente.

Presentare questo obiettivo è più facile che indicare quali entrate lo sosterranno. Un sondaggio condotto in agosto in otto Paesi e anticipato a Politico mostra che, in media, il 46,2% degli intervistati si oppone a un aumento della spesa militare se comporta tasse più alte; il 35,5% si dice favorevole. I risultati sono riportati dall’inchiesta, ma il questionario e i dati completi di questa rilevazione non risultano pubblicati insieme all’articolo: è prudente leggerli come un’indicazione della sensibilità al costo, non come un verdetto sull’intera opinione europea.

Una ricerca pubblica dell’European Council on Foreign Relations, realizzata a maggio su 19.481 persone in 15 Paesi, aiuta a capire la distinzione. Molti europei sostengono una maggiore autonomia nella difesa, anche attraverso il debito comune. Ma quando viene chiesto loro di accettare tagli ad altre spese pubbliche per finanziarla, le risposte diventano più esitanti. In Italia, Germania e Spagna prevale il rifiuto di quel compromesso.

Non è necessariamente una contraddizione. Un cittadino può ritenere necessaria una difesa più solida e, nello stesso tempo, non voler pagare quell’obiettivo con una sanità meno accessibile o con nuove imposte. Chi governa deve spiegare come conciliare le priorità. Chi fa opposizione può limitarsi a dire che le risorse vanno destinate altrove.

Le destre europee non dicono tutte la stessa cosa

L’inchiesta di Politico individua tre linee di contestazione che spesso vengono confuse: la richiesta di ridurre gli aiuti militari a Kiev; la contrarietà a progetti di difesa gestiti o finanziati a livello UE; l’opposizione più generale all’aumento della spesa militare. I partiti citati non condividono tutti e tre gli obiettivi.

Il Rassemblement National francese chiede di limitare il sostegno all’Ucraina, ma ha indicato di voler rispettare la traiettoria nazionale di crescita della spesa per la difesa. La destra nazionalista polacca, invece, considera la Russia una minaccia diretta e sostiene un esercito forte: contesta soprattutto il ruolo di Bruxelles e le condizioni degli strumenti finanziari europei. In Germania, Alternative für Deutschland critica l’aumento dei bilanci militari. In Italia, Roberto Vannacci mette in discussione la priorità stessa di nuove spese per la difesa.

Il caso polacco chiarisce quanto sia impreciso descrivere ogni obiezione sovranista come una posizione favorevole al disarmo. Il presidente Karol Nawrocki, sostenuto dalla destra nazional-conservatrice, ha posto il veto alla legge predisposta per accedere ai prestiti del programma europeo SAFE, sostenendo che avrebbe indebitato il Paese e aumentato la sua dipendenza dall’UE. Il governo polacco ha però proseguito su un’altra strada e ha firmato l’accordo per utilizzare quasi 44 miliardi di euro. Lo scontro non riguardava dunque l’esistenza della minaccia russa, ma il modo di finanziare gli acquisti e il potere da riconoscere alle istituzioni europee.

Queste differenze contano. Mettere nello stesso blocco chi vuole spendere meno, chi vuole spendere soprattutto a livello nazionale e chi vuole interrompere gli aiuti a Kiev rende meno chiaro il rischio effettivo. Il risultato possibile, però, può convergere: decisioni comuni più lente, investimenti meno coordinati e un sostegno all’Ucraina più esposto ai cambi di maggioranza.

Meloni, la Lega e la pressione di Vannacci

In Italia la frattura attraversa la destra di governo. Giorgia Meloni ha confermato il sostegno a Kiev e gli impegni atlantici. La Lega è più sensibile all’argomento secondo cui pensioni, bollette e carburanti debbano venire prima delle armi. Il senatore Claudio Borghi lo ha sostenuto pubblicamente. Da fuori della coalizione, Vannacci prova a occupare uno spazio ancora più netto, chiedendo se l’aumento delle spese militari sia giustificato in una fase di rincari.

La discussione non è rimasta soltanto nelle dichiarazioni. Secondo una ricostruzione del Corriere della Sera, nella preparazione del Documento programmatico di finanza pubblica Meloni avrebbe ridimensionato di otto miliardi una proposta iniziale relativa alla difesa, anche per evitare tensioni con la Lega. Non significa che otto miliardi già stanziati siano stati sottratti alle Forze armate: il confronto è con un’ipotesi negoziale precedente. Significa, però, che la ripartizione dei nuovi margini di bilancio è diventata una questione politica dentro la maggioranza.

Il dossier parlamentare sul documento colloca le nuove possibilità di spesa nel confronto sulle clausole europee per difesa e sicurezza energetica. Anche qui è necessario distinguere: ottenere maggiore flessibilità rispetto alle regole di bilancio crea uno spazio potenziale, ma non equivale ad aver già finanziato ogni programma o consegnato nuove capacità militari.

Per Meloni la difficoltà è duplice. Deve presentarsi agli alleati come una partner affidabile e, nello stesso tempo, difendere davanti agli elettori scelte costose mentre la sanità, i salari e l’energia restano questioni quotidiane. Lega e Vannacci possono usare quella distanza per chiedere una diversa gerarchia delle priorità. Non è ancora la prova che riusciranno a cambiare la linea del governo. È la prova che la premier dovrà negoziarla.

Spendere di più non basta, spendere insieme è un’altra scelta politica

Il confronto non si esaurisce nella cifra complessiva. L’Agenzia europea per la difesa segnala che nel 2025 gli acquisti collaborativi rappresentavano il 24% della spesa per nuovi equipaggiamenti rilevata nel suo rapporto. L’aumento dei bilanci nazionali, da solo, non garantisce quindi che gli eserciti comprino sistemi compatibili o che l’industria europea riesca a produrli nei tempi necessari.

È su questo terreno che la diffidenza sovranista verso Bruxelles può avere effetti anche quando non si traduce in tagli. Un governo può sostenere il proprio esercito e preferire contratti nazionali o accordi bilaterali. Può spendere molto e condividere poco. La conseguenza, per un continente che deve colmare carenze comuni, rischia di essere una difesa più costosa e frammentata.

D’altra parte, chiedere maggiore spesa non esonera i governi dal dimostrare come sarà utilizzata. Quali capacità mancano? Quali programmi possono essere acquistati insieme? Quanto costerà mantenerli? Come si evitano ritardi e duplicazioni? Senza risposte verificabili, la richiesta di nuovi fondi diventa vulnerabile all’obiezione più semplice: «Quei soldi servono altrove».

È un’obiezione che non può essere liquidata come propaganda. Nell’approfondimento sulla sanità pubblicato ieri da La Voce Nuova abbiamo documentato le difficoltà di accesso alle cure segnalate dal rapporto GIMBE. Questo non dimostra che ogni euro destinato alla difesa venga sottratto a un ospedale. Mostra perché le priorità di bilancio debbano essere motivate con rigore: sicurezza militare e servizi pubblici sono entrambe esigenze concrete dei cittadini.

La prova arriverà con i prossimi bilanci

Oggi il riarmo europeo non si è fermato. I dati NATO e dell’Agenzia europea per la difesa indicano il contrario. Il rischio raccontato da Politico riguarda la continuità: gli impegni presi fino al 2035 dovranno attraversare elezioni, nuove maggioranze, rincari e manovre finanziarie difficili.

La destra sovranista ha riconosciuto un punto debole della strategia europea: è più facile ottenere consenso per una difesa forte in astratto che per le tasse, il debito o le rinunce necessarie a finanziarla. Le sue risposte cambiano da Paese a Paese e non vanno confuse. Ma la pressione che esercita obbliga chi sostiene il riarmo a una scelta di trasparenza.

Se l’Europa vuole mantenere il sostegno pubblico, non le basterà ripetere che la Russia è una minaccia. Dovrà mostrare che cosa compra, perché serve, quanto costa e come proteggerà nel frattempo i servizi da cui dipende la sicurezza quotidiana delle persone. In Italia, quella spiegazione comincia dalla maggioranza di Meloni.

Fonti